Rieti International Film Festival

‘Astronauta’: la luna in saldo per chi non può permettersi la terra

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In un’epoca in cui il cinema occidentale ama raccontare l’esotico come fosse una cartolina, Astronauta sceglie una strada più rischiosa: quella della verità. O almeno di una verità emotiva, essenziale, senza il bisogno di alzare la voce. È il debutto alla regia di Giorgio Giampa, in programma al Rieti International Film Festival, è già un’opera che si muove con l’intelligenza rara di chi sa che la spettacolarizzazione del dolore è il primo passo verso l’indifferenza.

Il cortometraggio, selezionato anche al Clermont-Ferrand International Short Film Festival e in concorso al Santa Barbara International Film Festival, si inserisce in quel filone di cinema breve che non ha tempo per fare il brillante: deve colpire in pochi minuti e lasciare qualcosa addosso. Qui lo fa con una storia minima e gigantesca insieme.

La giungla come casa, la luna come bugia necessaria

La trama di Astronauta segue Audely, un taglialegna guatemalteco di 39 anni, e sua figlia Carol, di 11. Lei vuole entrare nella foresta dove lui lavora: un desiderio che sembra innocente, ma che in realtà è una richiesta di accesso alla vita adulta, alla fatica, alla crudeltà quotidiana.

La foresta non è un luogo. È un confine. E come tutti i confini, non è lì per proteggere chi sta fuori, ma per ricordargli che sta fuori.

Quando Audely capisce cosa vuole Carol, non reagisce con il paternalismo di maniera né con la retorica da padre coraggioso. Reagisce come può reagire un uomo povero: inventando un mondo parallelo. Le promette, con un gesto poetico e disperato, che un giorno la porterà sulla luna.

Ed è qui che il corto cambia pelle. Perché quella promessa non è fantasia infantile: è una strategia di sopravvivenza.

Il vero astronauta non vola: resiste

Il titolo, Astronauta, è una provocazione sottile. Non c’è nessuna tuta spaziale, nessuna navicella, nessuna NASA. Eppure il film suggerisce che l’astronauta è proprio Audely: un uomo costretto a esplorare un universo ostile ogni giorno, senza alcun manuale di istruzioni.

La sua missione non è nello spazio. È nella vita reale. Ed è una missione che nessuno celebra.

L’astronauta di Giampà non conquista pianeti: conquista minuti di serenità per una bambina che rischia di ereditare, come unico futuro possibile, la stessa catena di fatica del padre.

Il cinema, quando è serio, non racconta i sogni per farci sorridere. Li racconta per farci capire perché servono.

E in Astronauta servono come serve l’aria.

La genitorialità il legame che diventa politica pura

Il rapporto tra Audely e Carol è il cuore pulsante del cortometraggio. Ma non è un rapporto “tenero” nel senso consolatorio del termine. È un rapporto che nasce dentro una condizione sociale precisa: la povertà, il lavoro fisico, la mancanza di prospettive.

Qui l’amore non è romanticismo. È un gesto concreto, quasi biologico: proteggere la figlia da ciò che si è.

E la promessa della luna diventa il simbolo più feroce del corto; perché in Astronauta non è un sogno per diventare migliori, è un sogno per non diventare peggiori.

C’è qualcosa di profondamente contemporaneo in questa dinamica. Il corto racconta, senza proclami, che spesso la genitorialità non consiste nel dare un futuro ai figli, ma nel non farli precipitare troppo presto nella realtà.

E non c’è niente di più tragico, e insieme più umano, di questo.

Astronauta di Giorgio Giampa

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Lo stile: realismo e poesia senza ricatto emotivo

Girato nella giungla del Guatemala e interpretato anche da attori non professionisti, Astronauta sceglie una messa in scena sobria, quasi documentaristica, che però non rinuncia a una dimensione simbolica.

La regia di Giorgio Giampà lavora per sottrazione: evita la musica “che guida”, evita l’enfasi, evita la pornografia della miseria. E così facendo ottiene l’effetto opposto: la storia non diventa mai distante.

Il corto non chiede compassione. Chiede attenzione.

Ed è una richiesta molto più difficile da ottenere.

Perché la compassione dura pochi minuti. L’attenzione implica responsabilità.

La luna come ultimo rifugio: il messaggio che resta

Il significato intrinseco di Astronauta sta nella sua idea centrale: quando la realtà è troppo dura, l’immaginazione non è evasione, è difesa.

Audely promette questa luna non perché sia ingenuo, ma perché sa che la verità, detta così com’è, distruggerebbe la figlia. La luna diventa allora un patto silenzioso tra due esseri umani: un modo per rimandare l’impatto con la crudeltà del mondo.

È una bugia? Sì.

In questo si rivela emblematico il finale. un finale che non lascia possibilità di fraintendimento perché diretto; asciutto, che parla a noi direttamente. una telefonata, una carrellata nel bosco che segue i nostri beniamini, titoli di coda.

La vera luna

Astronauta è un cortometraggio piccolo solo nella durata. Perché dentro ci mette un’idea che molti film lunghi non riescono nemmeno a sfiorare: che la speranza non è una parola motivazionale, ma un atto di resistenza quotidiana.

E soprattutto racconta una verità che fa male proprio perché è semplice: non tutti hanno il privilegio di sognare per piacere. Alcuni sognano per non morire.

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