In Sala
‘La Villa Portoghese’ e l’intima ricerca di una nuova identità
Perdersi per ritrovarsi
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3 ore agoon
Può una cartina geografica essere allo stesso tempo ordine e disordine? Strumento per organizzare gli spazi, ma anche per confondere le prospettive?
Su questi interrogativi si sviluppa La Villa Portoghese di Avelina Prat, nelle sale italiane da gennaio 2026 distribuito da Academy Two.
Partire per dimenticare, partire per ricominciare
Fernando (Manolo Solo) è un pacato insegnante di geografia. Non è particolarmente brillante; le sue lezioni verbose non incontrano le pulsioni adolescenziali dei suoi studenti. Ne è consapevole ma non se ne cura, così come non si cura delle relazioni sociali con i colleghi. Desidera solo portare avanti egregiamente il suo lavoro, tornare a casa e perdersi nei libri e nelle mappe geografiche che possiede e che disegna.
Una mattina, mentre è a scuola, sua moglie Milena fa frettolosamente le valigie e va via di casa. Taglia i ponti con tutto. Dopo una breve indagine, la polizia scopre che è semplicemente tornata nel suo paese d’origine, la Serbia. Non si può indagare su una scelta consapevole: Milena ha cambiato vita e basta. Fernando dal canto suo la conosceva così poco che non sa da che parte cominciare a cercarla. Non le aveva mai chiesto niente del suo passato, pensando fosse una pagina che lei voleva dimenticare.
Solo, senza affetti e senza obiettivi, Fernando decide di prendere una pausa. La mattina successiva non rientra a scuola e va in Portogallo. È bassa stagione, ci sono poche persone in giro, a parte Manuel, un socievole giardiniere stagionale che, prima di essere colto da un malore fatale, gli parla del suo prossimo incarico di giardiniere in una villa portoghese.
Un po’ per dimenticare, un po’ per ricominciare, Fernando prende il suo posto e si presenta alla villa come il giardiniere Manuel, si fa assumere e inizia una nuova vita.
Quando non sai dove andare è impossibile perdersi
All’ inizio del film il professor Fernando prova a spiegare ai suoi ragazzi che disegnare una mappa è il modo migliore per conoscere il mondo. Ma non li convince veramente. Per loro è preferibile l’esperienza diretta e, se mai, la tecnologia come supporto cognitivo. Fernando dovrà prenderne atto, anche perché le cartine dove potrebbe rintracciare il rifugio della moglie diventano improvvisamente vuote di significato: «Non si può trovare chi non vuole essere trovato». Dopo aver preso a calci le mappe, va
«alla ricerca di un luogo tranquillo dove potersi dimenticare del mondo»
La villa di Amalia e il suo giardino diventano a questo punto il locus amoenus dove rigenerarsi. Un luogo privato che appartiene da generazioni a una ricca famiglia locale che ha costruito la sua fortuna nelle colonie portoghesi in Angola. Maria de Medeiros interpreta con mille sfumature la sfuggente Amalia, la padrona di casa che capisce quasi subito la falsa identità del giardiniere ma non se ne cura. È lo spazio che crea i personaggi e le relazioni. Non viceversa.
Spazi che creano storie
La Villa Portoghese è un film di spazi che creano identità. Appena arrivato alla villa di Amalia, Fernando/Manuel ascolta la curiosa storia di un furto. Un ladro entra in una casa per rubare, ma rimane così affascinato da quello che vede che quando scopre il cadavere del proprietario morto nella vasca invece di scappare lo pone rivestito sul divano e se ne va senza rubare niente. Questa storia racconta in modo esemplificativo quanto gli ambienti plasmano e modificano le intenzioni.
E lo spazio in cui muoversi non è solamente cercato e costruito come fa chi disegna le mappe; ma è anche e soprattutto una questione di necessità e di casualità. La villa è necessaria per Amalia perché riflette la storia della sua famiglia e ne tramanda la tradizione. É invece un incontro casuale per Fernando, che la raggiunge quasi da naufrago alla ricerca di un rifugio.
Fernando e Amalia vogliono entrambi cancellare parte del loro passato ma non lo vogliono rinnegare. Fernando si rammarica di non aver compreso la moglie. Amalia teme di indagare a fondo sul passato coloniale della famiglia. La cultura dell’uno e la tradizione dell’altra sono i punti fermi su cui costruire il futuro, forse anche insieme.
Identità e echi letterari
La Villa Portoghese è il secondo film di Avelina Prat, cineasta prestata al cinema dal mondo dell’architettura, della quale risente in maniera chiara.
Il suo primo film, Vasil (2022), tratta l’amicizia tra un architetto e un migrante bulgaro. Qui il centro è la villa e la sua manutenzione. Dopo la geografia, il motivo conduttore del film diventano quindi la casa e la sua costruzione/conservazione.
La villa è lo specchio dell’identità di chi ci abita. Cambiare casa è cambiare se stessi. Echeggiando Pirandello, Fernando coglie l’occasione traumatica di una scomparsa (anche se non la propria) per cambiare ambiente e con esso cambiare identità. Fernando non ha niente da farsi perdonare e non ha nemmeno la necessità di scappare; è la casualità che lo trasporta e gli fa capire che una svolta è necessaria.
La regista racconta con leggerezza i movimenti di Fernando nella villa, la scoperta del giardino e delle stanze. Tutto con la misurata curiosità di chi esplora per la prima volta un posto nuovo senza particolari aspettative.
Nella parte centrale del film sembra di trovarci in una storia di Eric Rohmer: dialoghi vagamente letterari, poca musica, nessuna attenzione a tematiche sociali o politiche anche se Fernando, sua moglie e il personaggio di Olga nel finale possono essere definiti dei rifugiati.
Qualcosa sembra funzionare meno nella partizione generale del film: il primo quarto d’ora e l’ultimo sono tanto ricchi di intrecci quanto statici sono i novanta minuti centrali. Certo, è in questa parte che risiede la chiave del film, ma la regista sembra voler correre troppo per arrivarci e allo stesso tempo avere fretta di chiudere alla fine.
Con la giusta predisposizione, La Villa Portoghese può comunque incantare e rimettere in sintonia con il mondo. Un film da respirare senza affanni.