Berlinale

‘Rose’: fiaba grottesca dall’indole rivoluzionaria

All’inizio del XVII secolo, da qualche parte in Germania, un misterioso soldato arriva in un isolato villaggio protestante. Espressione indecifrabile, con il volto sfigurato e i documenti nnecessari a provare che è l’erede di una fattoria in zona abbandonata da tempo.

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È bastato il successo di Anatomia di una Caduta per consolidare nell’immaginario collettivo Sandra Hüller come una delle grandi attrici della nostra generazione. Badate bene, non si tratta di un’iperbole; il suo percorso artistico era costellato di referenze invidiabili già prima della consacrazione internazionale.

È sicuramente lei il principale motivo dell’entusiasmo generatosi intorno all’anteprima di Rose, presentato in concorso alla 76ª edizione della Berlinale, attualmente al primo posto della griglia internazionale dei critici per distacco. Il regista è l’austriaco Markus Schleinzer, storico collaboratore di Micheal Haneke, per cui rappresentava un sempre affidabile casting director e un aiuto regia in vesti ufficiose. Schleinzer è noto anche per il controverso debutto con cui ha partecipato a Cannes nel 2011, Micheal, con cui ha raccontato l’allegra storia di un pedofilo che teneva un bambino rinchiuso nel seminterrato; potete immaginare come noto, in questo caso, assuma una connotazione duplice.

Mentite spoglie

Il film, basato su una storia vera, si apre con una delle sue inquadrature più mozzafiato; veniamo introdotti nel migliore dei modi al suo elegante bianco e nero a servizio di panorami frugali. All’inizio del XVII secolo, da qualche parte in Germania, un misterioso soldato arriva in un isolato villaggio protestante. Espressione indecifrabile, ma tendente al pericoloso, con il volto sfigurato da una cicatrice al fianco della bocca. Egli si annuncia come l’erede di una fattoria in zona abbandonata da tempo, e produce un documento per provare che sta dicendo la verità. Ci vuole del tempo, ma l’uomo si costruirà una posizione di rispetto nella comunità, vedendo cadere i pregiudizi eretti davanti a lui prima che dimostrasse la propria laboriosità.

Ah, vi ho già detto che in realtà il soldato non è un uomo, ma una donna che si finge tale da anni? E nemmeno che è basato su una storia vera, immagino.

Se solo avessimo le ali

Nonostante il contesto storico, Rose trova il modo di confrontarsi con tematiche attuali, e lo fa sollevando spunti che risultano interessanti anche per la società odierna, più di 200 anni dopo. Il fattore più interessante è che si, il film serve la causa dell’identità di genere, ma i motivi della scelta della protagonista sono da ricondurre all’agio che comporta raggiungere la sponda del sesso opposto, piuttosto che a un desiderio legato unicamente alla sfera personale, permettendogli di elevarsi a critica sistemica.

Rose si scontrerà con l’ottusità di chi ha constatato con mano le sue capacità, messe più volte al servizio degli stessi che un secondo dopo si opporranno alla sua presenza nella comunità. Poco importa scoprire se il motivo di questo muro di incomunicabilità sia anche in minima parte integrità marmorea, o solo un modo di valorizzare l’esclusività dei propri privilegi; Rose fa del suo meglio, ed è questo l’elemento più straziante dell’insieme, la futile meticolosità del tentativo di spiegare le sue ragioni e far vacillare le convinzioni del villaggio.

“Un uomo che diventa donna? A questo punto perché non ti fai crescere e ali”

Per Rose le ali sono state i pantaloni, indumento, anzi simbolo, emancipante che le ha cambiato per sempre la vita e il modo di pensare, ma che a quanto pare non le è concesso indossare. Sarebbe da chiedersi se qualcuno impedirebbe agli uomini del tempo di uscire con la gonna, o se sarebbe solamente la creazione dello zimbello del villaggio.

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