Berlinale

‘In a Whisper’: turisti della repressione

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Sono passati undici anni da Appena apro gli occhi (À peine j’ouvre les yeux), lungometraggio d’esordio della cineasta francese di origini tunisine Leyla Bouzid, accolto con entusiasmo alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2021 si torna a parlare di lei a Cannes, dove Leyla deve ancora una volta accontentare di un posto in una delle sezioni parallele del festival principale. Con In a Whisper, il suo terzo lungometraggio, sbarca finalmente in concorso alla 76esima edizione della Berlinale, generando non poca curiosità relativamente alla prosecuzione del suo percorso creativo.

In a Whisper: il lutto come MacGuffin

In a Whisper (A Voix Basse) si avvale sempre più gradualmente dell’orientamento sessuale come un elemento politico su cui fanno perno gli ideali dei personaggi, in quello che è ad oggi il progetto più personale della regista. Seguiamo il ritorno di Lilia in Tunisia, suo paese natale, in seguito alla morte improvvisa dello zio. Zio che condivide il suo stesso segreto, motivo di vergogna per il resto della famiglia. Nonostante Leyla Bouzid avvolga questa premessa in un velo di mistero, quasi per suggerire l’inizio di un insospettabile thriller, il lutto si rivela essere solamente un mero pretesto per mettere in discussione le dinamiche familiari moralmente discutibili in cui Lilia è costretta a confrontarsi dopo tanti anni.

In Francia lei si è riscoperta, e non sarà facile per lei scendere a patti con il fatto che qui le regole le impongono di non “uscire allo scoperto”. Soprattutto se ad accompagnarla in questo viaggio è la sua ragazza! Lilia, ovviamente, la tiene sapientemente nascosta in hotel, esplicitando la loro natura transitoria e distaccata da questo luogo che rema contro la loro natura, ma a cui Lilia è emotivamente coinvolta. 

Restare in silenzio o far valere la propria natura?

Dilaniata tra il restare in silenzio e imporsi di fronte all’oppressione sistemica a cui assiste su base quotidiana, spesso e volentieri Lilia si lascia andare a comportamenti irrazionali che svalutano il realismo ricercato della pellicola, così come la credibilità della sua protagonista.
La delicatezza con cui Bouzid affronta temi come l’identità, il peso delle aspettative e l’eredità generazionale, ma soprattutto il valore del silenzio, è ammirevole, soprattutto in un contesto socio-culturale che raramente ci offre questo tipo di rappresentazione in una chiave così intimista. Tuttavia, è anche lecito aspettarsi una risoluzione più incisiva, invece che rifugiarsi in una zona di comfort emotiva che ne attenua la portata sovversiva, specialmente in presenza di un ritmo fin troppo dilatato e una regia che non offre particolari guizzi.

Una pellicola dove sono le donne a dettare legge, custodi della casa, dei ricordi e soprattutto dell’eredità emotiva. Rimembranze vivide dell’infanzia di Lilia attraversano la narrazione, in quello che è senza dubbio l’espediente visivo più ispirato del film. Questi intermezzi nostalgici, che raccontano di un’identità rimasta in sospeso, esplicitando il rammarico per la fine dei tempi in cui a Lilia era permesso abitare con leggerezza in questi spazi. Un privilegio che non sapeva di avere, il cui pensiero la commuove ora che è conscia del fatto che sarà incapace di riconciliarsi pienamente con le proprie radici.

Il punto forte di In a Whisper è la spiccata sensibilità, destinata a venire apprezzata in particolare dagli spettatori capaci di accontentarsi di un film che si limita ad osservare, senza intervenire attivamente sul tema affrontato. Stando alle prime impressioni di pubblico e critica, che lo hanno decretato uno dei titoli più apprezzati di questa prima parte della manifestazione, sembra che per molti sia stato sufficiente.

 

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