Nella sezione Perspectives, dedicata alle opere prime della Berlinale 2026, arriva Hangar Rojo, un opera matura di Juan Pablo Sallato, documentarista cileno al suo primo lungometraggio di finzione.
Il film è una produzione internazionale di Brava Cine, Rain Dogs, Caravan, Berta Film e TVN.
Tra etica umana e dovere militare
All’alba del golpe del 1973 in Cile, il capitano della Air Force Jorge Silva è diviso tra dovere e coscienza, mentre la sua accademia militare viene convertita in una prigione per dissidenti politici, l’Hangar rosso.
Ritornare sui passi degli eventi che hanno portato alla caduta del partito socialista cileno e alla dittatura di Pinochet non è un campo d’osservazione nuovo nel panorama audiovisivo odierno. Si pensi all’ampia produzione documentaria di Patricio Guzmán o alla trilogia di finzione di Pablo Larraín, ma anche al lavoro di ricerca avvenuto nel nostro paese nel 2018 con Santiago, Italia di Nanni Moretti.
Nonostante questo la storia contemporanea cilena necessita ancora di portare attenzione e prospettiva sugli eventi politici, militari e umani che hanno portato ad una delle dittature più longeve e brutali del continente sudamericano, oltre che ad una lacerazione sociale, politica ed economica profonda i cui riverberi sono ancora vivi e i cui spettri non ancora completamente riesumanti.
Hangar rojo è tratto dal libro di Fernando Villagrán (Disparen a la Bandada). Testimone oculare, prigioniero politico ma anche ricercatore minuzioso dei militari che disertarono durante i mesi successivi il colpo di stato, Villagrán incontra Silvia durante le ricerche per il suo libro e riconosce in lui l’uomo che anni prima lo salvò dallo sterminio dei ribelli al golpe.
Ripercorrendo la storia, vera, del capitano Jorge Silva, il film si apre ad una condizione umana comune, espandibile oltre i confini dello storico rappresentato. Cosa ci identifica come persone? Il nostro lavoro o la nostra umanità? Siamo schiavi degli eventi e del dovere? Possiamo prendere decisioni sulla base della nostra volontà etica? E a che prezzo?
Cosa è umano e cosa è disumano
Il personaggio di Silva si muove nello spazio filmico all’interno di quarantottore di tensione, in uno spazio limale tra il dovere militare e l’etica umana. Il ritmo del tempo è incalzante, ogni istante diventa prezioso, lasciando il protagonista in un costante stato decisionale tra l’essere uomo e l’essere capitano. Intorno a lui in poche ore il paese sta cambiando e la scritta sulle mura del palazzo di casa “Allende Vive” scompare.
Il film è ripreso in un bianco e nero dai contorni potenti, che risaltano le tensioni fisiche e decisionali di Silva, un incredibile Nicolás Zárate che riempie il film con una interpretazione impeccabile, il cui sguardo non verrà dimenticato dallo spettatore per i giorni a seguire. Il bianco e nero si sviluppa non come mero carattere estetico ma come elemento narrativo che esalta la pressione del racconto e ne evidenzia le nounce: è inevitabile guardare Hangar rojo senza pensare che quello che chiamiamo “bianco & nero” è in realtà una ampia scala di grigi che riflette non solo ciò che vediamo ma il suo tema sotteso. Silva è un personaggio grigio nella misura in cui non è un eroe senza macchia ma neanche un carnefice. E’ un militare ligio al dovere, ma tale dovere non può essere espresso senza umanità.
Hangar rojo non è il biopic di un eroe ma la storia di un uomo in una situazione complessa: immerso tra la vita, le scelte e i doveri del passato e le necessità e le decisioni del presente.
Abbiamo bisogno di questi eroi imperfetti, di questi involontari rivoluzionari per avere ancora un po’ di fiducia nell’umanità.