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‘Heysel 85’: la separazione tra gioia e tragedia sta in un battito di ciglia

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Attraverso il lungometraggio Heysel 85, presentato durante la 76ª edizione di Berlinale, la regista Teodora Ana Mihairi porta sul grande schermo una delle pagine più dolorose della storia del calcio europeo: la tragedia dello stadio Heysel del 29 maggio 1985, avvenuta prima della finale tra Juventus e Liverpool. Il film non si limita a ricostruire i fatti. Li attraversa. Li interroga. E soprattutto li umanizza.

La parola chiave di Heysel 85 è responsabilità. Non assistiamo a una semplice cronaca degli eventi. La regia sceglie di raccontare le ore precedenti alla tragedia, quando tutto era ancora evitabile. È in quell’attimo sospeso che il film trova la sua forza. La tensione cresce scena dopo scena, mentre lo spettatore comprende che la catastrofe non è un fulmine improvviso, ma il risultato di decisioni rimandate e sottovalutazioni fatali.

Fin dove può spingersi la responsabilità morale?

Il cuore pulsante del film risiede negli sguardi increduli dei  personaggi. Violet Braeckman interpreta Marie Dumont, figlia e portavoce del sindaco di Bruxelles. La sua prova attoriale è intensa, ma contenuta nell’interpretare un personaggio che non ha possibilità di prendere una decisione. Ogni sguardo comunica dubbio, paura e senso di colpa. Non ci sono eccessi melodrammatici, ma una tensione interiore che rende il personaggio credibile e vicino allo spettatore.

Accanto a lei, Matteo Simoni veste i panni di un giornalista italiano diviso tra dovere professionale e coinvolgimento personale. La sua interpretazione è nervosa, inquieta, sempre sul punto di cedere. Il conflitto tra informazione e umanità diventa uno dei temi centrali del film. Raccontare significa anche assumersi una responsabilità morale.

Il silenzio assordante delle Istituzioni: questo, è stato Heysel 85

Nel racconto di Mihai le istituzioni non gridano, non impongono, non si ergono a mostri riconoscibili. Restano lì, sospese in una zona grigia dove l’inerzia vale quanto la colpa. Josse De Pauw tratteggia un sindaco che sembra costantemente in ritardo sugli eventi, come se ogni decisione arrivasse un secondo dopo il necessario. Il suo volto si incrina senza mai esplodere: è l’immagine di un potere che vacilla, che si rifugia nella prudenza mentre fuori la realtà brucia.

E poi c’è il ministro italiano interpretato da Paolo Calabresi, figura trattenuta, quasi soffocata da protocolli e linguaggi ufficiali. Calabresi lavora sulle sfumature, su quella rigidità che diventa corazza. Ma sotto la superficie si avverte il peso morale di una scelta che non può essere neutrale. La decisione di far giocare comunque la partita non è raccontata come un atto clamoroso, bensì come un lento scivolare verso l’inevitabile. Ed è proprio questa normalizzazione dell’assurdo a risultare disturbante.

Una regia che si destreggia tra film e immagini di repertorio 

Visivamente, Heysel 85 sceglie di non sedurre lo spettatore. L’alternanza tra immagini di repertorio e scene ricostruite crea una frattura continua tra passato e presente. La fotografia richiama le riprese televisive degli anni Ottanta, con una grana sporca che restituisce il senso di un’epoca in cui tutto sembrava meno filtrato, più esposto. La macchina da presa si muove come un testimone inquieto, senza cercare il virtuosismo, ma restando addosso ai personaggi, quasi a volerli interrogare.

Non c’è compiacimento nella messa in scena della violenza. C’è, piuttosto, un’ostinazione nel mostrare il prima e il dopo, l’eco delle scelte, il silenzio che segue il frastuono. Mihai costruisce un’opera che non consola e non assolve. Lascia lo spettatore con una domanda aperta, sospesa come un filo teso sopra il vuoto: quanto siamo disposti a riconoscere i segnali prima che diventino tragedia? In questo senso, Heysel 85 non è solo un film storico, ma un gesto politico e morale che continua a interrogare il presente.

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