È tra le novità del catalogo Netflix La vera regina degli scacchi, diretto dalla regista, attrice e produttrice statunitense Rory Kennedy, scritto da Mark Bailey e Keven McAlester.
Un film documentario appassionante, una partita a scacchi estenuante che diventa metafora di una vita fatta di sacrificio, dedizione, riscatto e rinuncia. La protagonista è la prodigiosa scacchista Judit Polgar che si avvicina con ogni mossa alla gloria, aprendo nuove strade e sfidando il dominio del campione Garry Kasparov.
“Gli scacchi sono una guerra mentale, la mia volontà contro la tua. È la competizione più dura che esista. Pura essenza. [Garry Kasporov].
La vera regina degli scacchi: dalla guerra fredda alla caduta del muro di Berlino
Il tutto inizia negli anni Settanta nell’Ungheria Sovietica, dove in un quartiere popolare viene al mondo Judit Polgar, una bambina dai capelli rossi che, insieme alle sorelle, rivoluziona il panorama mondiale degli scacchi, mondo esclusivamente maschile. Le sorelle Polgar sfidano un sistema, una regola non scritta, dimostrando che la genialità non è un talento innato, ma una qualità che va conquistata con impegno e passione.
Con interviste frontali alle sorelle Poligar, Susan, Sofia e Judit, al campione mondiale Garry Kasporov ed esperti della disciplina come lo scrittore Dirk Jan Ten Geuzendam, Jovan Houska e Anna Rudolf; la regista Rory Kennedy (Downfall – Il caso Boeing) ci invita a varcare la soglia di una disciplina che va oltre la semplice competizione sportiva. Inoltre, utilizzando immagini di repertorio, ci offre un significativo ritratto dei tempi della guerra fredda, per poi mostrarci il mondo che cambia, con la caduta del muro di Berlino e il crollo del blocco Sovietico.
Anni cruciali per la Storia mondiale in cui la disciplina degli scacchi era usata anche come un’arma politica. Per le sorelle Polgar, invece, è uno strumento pedagogico. Susan Sofia e Judit, infatti, conoscono gli scacchi perché il padre, Laszlo decide di non mandarle a scuola, ma di istruirle a casa con gli scacchi che diventano la principale materia di studio. Le giornate delle tre bambine trascorrono scandite da diverse lezioni della disciplina. Dalla mattina alla sera la scacchiera diventa studio, passione… vita.
La sfida con la leggenda
E così, dopo un’infanzia a studiare quelle 64 caselle, 6 pezzi diversi, 32 in totale, arrivano i primi tornei e una delle tre sorelle, Susan, ottiene i primi riconoscimenti. La vera svolta, però, avviene in occasione delle Olimpiadi degli scacchi ed è qui che emerge Judit, la vera e sola Regina degli scacchi. In una competizione dominata dell’Unione Sovietica, delle ragazzine ungheresi, poco più che bambine, sbaragliano le avversarie, si aggiudicano la medaglia d’oro e le campionesse di sempre non possono far altro che accontentarsi dell’argento.
Da questa prima vittoria, tutto cambia, quel microcosmo prettamente maschile non può che accogliere quella dodicenne con la coda di cavallo. L’accoglienza non è certo calorosa, Judit è considerata solo fortunata, gli scacchi sono una questione da uomini. Nonostante ciò, la ragazzina non demorde, va diritta per la sua strada e, a soli 15 anni e 4 mesi diventa Grande Maestro superando, dopo 33 anni, il record di Bobby Fischer, l’ex indimenticabile campione del Mondo americano.
La grande sfida sulla scacchiera, però, Judit la sostiene con un altro super campione, più volte detentore del titolo mondiale e dominatore del gioco dal 1985 al 2000: Garry Kasparov. È qui che il documentario di Rory Kennedy entra nel vivo. La regista statunitense ripropone immagini d’epoca, registrate su vecchie VHS, che mostrano il torneo di Linares, il Wimbledon degli scacchi.

Da ragazzina a campionessa
Lo scontro tra Polgar e Kasporov sembra non avere storia, tutto è a favore del campione russo, vincitore indiscusso delle passate edizioni. Ma poi, alla 36esima mossa, qualcosa cambia, un errore di Kasparov può cambiare il finale della partita. Il campione in carica si rende conto del suo errore e per correre ai ripari commette una scorrettezza. Judit è indecisa, non sa se protestare o meno. Lei una semplice ragazzina, come può mettere in dubbio la correttezza di un campione del calibro di Kasprov? E dunque decide di continuare la partita e arrendersi difronte a un mondo non ancora pronto ad accoglierla come merita.
Questo è solo il primo episodio che vede i due contrapporsi in diverse partite che sconfinano dalla semplice competizione, per diventare ragioni, ossessioni di buona parte di un’intera esistenza. Lo stesso avviene nella descrizione del rapporto tra Judit e il campione russo. Un legame che viene raccontato come un viaggio, un’evoluzione, un processo che spoglia Kasparov dalla sua aura divina. Un genio, un talento puro che, pian pian, diventa sempre più umano, fino al punto, ma con un pizzico di presunzione che resta, di riconoscere il talento di quella ragazzina.
Una vera passione o un’imposizione?
“La dodicenne, con la coda di cavallo era cresciuta… era diventata una campionessa”.
La vera regina degli scacchi scandisce, con un ritmo serrato, la vita di questa bambina, che diventa donna, compiendo una vera rivoluzione. Un riscatto all’insegna del femminismo, che ha sfidato regole e consuetudini, figlie del più becero maschilismo. Una sfida, quella Judit che, attraverso gli scacchi, ha sbaragliato il mondo intero.
Il finale del documentario di Rory Kennedy, però, riserva, una nota amara, perché il tutto è nato da un esperimento educativo, perpetrato dal padre di Judit. Una passione, quella per gli scacchi, nata da un’imposizione calata dall’alto, in cui non era prevista nessun tipo di alternativa. Condizione iniziale che ha permesso di raggiungere traguardi importantissimi, ma che ha precluso infinite possibilità. Egoismo di un padre padrone o dedizione e sacrificio per ottenere risultati? Allo spettatore l’ardua risposta.