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‘Ella McCay’, quando la perfezione si trova nell’imperfezione

Dal maestro della commedia James L. Brooks, con Emma Mackey e Jamie Lee Curtis

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C’è chi riesce a stare davvero bene solo lontano dagli eccessi, dalla ricchezza ostentata e dal bisogno continuo di mostrarsi, preferendo una vita più discreta, fatta di relazioni quotidiane, piccoli equilibri e zone d’ombra con cui imparare a convivere. È proprio in questa dimensione meno appariscente, nella fragilità delle cose comuni e nel loro essere imperfette, che si trova il senso più profondo dell’esistenza: una forza silenziosa che non ha bisogno di clamore e che trova valore nel semplice restare fedeli a se stessi. 

Il nuovo lungometraggio targato 20th Century Studios, Ella McCay, narra la storia di Ella, una giovane donna che si trova improvvisamente a ricoprire un ruolo di grande responsabilità in un contesto pubblico e istituzionale complesso. Mentre affronta le pressioni legate al lavoro, alle decisioni politiche e alla costante esposizione mediatica, la giovane dovrà allo stesso tempo gestire una situazione familiare instabile, fatta di rapporti tesi, legami irrisolti e fragilità emotive. 

Ella McCay: Tra intenzioni e ricezione

Ci sono storie che nascono da grandi bisogni comunicativi e altre che prendono forma da piccole idee, prive di reali aspettative sul futuro. Ella McCay appartiene chiaramente alla seconda categoria: al botteghino mondiale ha lasciato tutti perplessi, conquistandosi in poco tempo l’etichetta di uno dei flop più evidenti dell’annata cinematografica. A fronte di un budget di circa 35 milioni di euro, l’incasso si è fermato a poco più di 4 milioni in tutto il mondo. Anche l’uscita italiana, inizialmente prevista nelle sale, è stata dirottata direttamente su Disney Plus. A questo punto la domanda è inevitabile: cosa non ha funzionato nell’ultima fatica di James L. Brooks?
Durante la visione le risposte non emergono subito, ma solo arrivati alla conclusione resta una sensazione precisa. Quella di aver assistito a un’opera che, se per alcuni aspetti funziona anche bene, per altri mostra limiti evidenti.

Già dai primi istanti lo spettatore si trova a fare i conti con una voce narrante incerta e sostanzialmente evitabile. È proprio nella prima sequenza che prende forma una spiacevole sensazione iniziale. Si ha l’impressione di assistere a una storia già avviata, in qualche modo già definita, ancora prima del suo reale inizio. Nei primi minuti non si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un’apertura, ma piuttosto a una chiusura anticipata. Più che l’immersione in una vita, il film assomiglia al suo riassunto.
Emma Mackey conferma la propria versatilità attoriale. Tuttavia risulta poco credibile sia nei panni di una giovane studentessa, sia in quelli, più complessi, di una governatrice. Ella McCay avrebbe avuto bisogno di maggiore linearità, ma sceglie di muoversi continuamente tra passato e futuro. Proprio per questo motivo, i salti temporali sono frequenti, disordinati e spesso poco riconoscibili. Il risultato è una frattura nel coinvolgimento dello spettatore e una difficoltà concreta nell’identificazione. Anche l’alchimia con Jamie Lee Curtis risulta tenera e in parte riuscita nelle intenzioni. Considerate singolarmente, però, le due interpreti restano figure deboli, più funzionali al racconto che realmente vive nel loro ruolo.

Storia e film di crescita e smarrimento

Alcune persone, proprio come le farfalle, hanno bisogno di calore per poter volare. Alcune sono nate per farlo, altre non ci riescono. In questo paradosso, enunciato dalla protagonista, si nasconde gran parte della spiegazione di tutto il film.
Nella personalità apparentemente autorevole della giovane Ella si cela lo sguardo disincantato della bambina che è stata, fatto di amori, debolezze e traumi familiari. Sembra un personaggio incapace di accettare pienamente la propria figura, continuamente svalutato e allo stesso tempo incapace di aprirsi al concetto di reciprocità sentimentale.
Ogni situazione diventa così un metro di paragone familiare ed esistenziale, segno evidente di una mancanza vitale e di un’adolescenza trattenuta, quasi sottratta. Il personaggio interpretato da Emma Mackey è attraversato da una paura costante: quella di costruirsi un’identità che non le appartiene più, smarrendo ciò che un tempo la definiva.

Ella McCay si muove costantemente in bilico tra momenti intensi e riflessivi e sequenze confuse, poco leggibili e inadatte al contesto cinematografico contemporaneo. Il binomio perfezione/imperfezione resta probabilmente lo spunto più interessante del film, ma tutto ciò che ruota attorno a questo dilemma interiore appare logorante e privo di una reale identità. La storia è quella di una ragazza che riesce a metabolizzare i propri dolori solo una volta cresciuta, tornando a confrontarsi con questioni rimaste irrisolte, lasciate in sospeso per mancanza di coraggio o di forza quando si sono presentate.
I rapporti migliori all’interno del film finiscono per essere, quasi inconsapevolmente, proprio quelli che non sembrano scritti con grandi pretese. I personaggi appaiono e scompaiono in modo discontinuo e diventa difficile comprendere quale legame abbia davvero un peso nella narrazione, in una storia non facilmente vendibile, lenta a partire ma capace, solo nel finale, di trasformarsi in un viaggio interiore e familiare sincero.

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