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Perché Hamnet è un film imperdibile e potentissimo (e merita di vincere l’Oscar)

Un film che unisce terra e cielo

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Dal 5 febbraio in sala, distribuito da Universal Pictures, Hamnet – Nel nome del figlio di Chloé Zhao, un film cinematograficamente perfetto che riscrive la storia di Shakespeare, prima del mito, attraverso l’unico linguaggio universale, quello dell’Amore.

Hamnet – Nel nome del figlio di Chloé Zhao con Paul Mescal e Jessie Buckley è un’opera di una potenza inaudita perché è pura emozione, dal primo all’ultimo fotogramma. Non si distoglie lo sguardo mai e il cuore resta sempre aperto (come ci suggerisce la logline del film), in quel confine sottile tra oscurità e luce, in quel limbo evanescente eppure terreno, oltre la vita.

Nella stagione dei premi, il film ha ottenuto innumerevoli candidature, tutte meritatissime (anzi, a dirla tutta ci aspettavamo la nomination a Paul Mescal e al giovanissimo Jacopi Jupe agli Oscar!): 8 agli Academy Awards, 6 ai Golden Globes (ha vinto nelle categorie Miglior Film e Miglior Attrice Protagonista), 11 ai BAFTA, 11 agli Critics Choice Award (di cui un premio vinto), 1 ai Directors Guild e ai  CDG Awards, 3 agli Actors Awards, un riconoscimento agli AFI Awards.

Will, prima del Mito

Quando pensiamo a William Shakespeare sul grande schermo, probabilmente ci viene in mente Shakespeare in Love, con Joseph Fiennes ormai diventato il volto del Bardo per più di venticinque anni. Con l’uscita di Hamnet, però, Paul Mescal, irlandese di nascita e londinese d’adozione, uno dei migliori attori in circolazione, offre una nuova interpretazione di Shakespeare per una generazione completamente nuova.

Il film si inserisce in una lunga tradizione di biofiction su Shakespeare. Queste opere si basano sui fatti noti riguardanti lo scrittore, spesso attingendo a ricerche storiche o documenti d’archivio, e reinventano tali dettagli per creare un ritratto avvincente. Nel trasformare la vita di una persona reale in finzione, la biofiction non mira tanto all’accuratezza quanto a cogliere una verità più grande: raccontare una storia significativa e tracciare parallelismi, instaurare una connessione profonda tra il mondo del protagonista e il nostro.

In Hamnet, Shakespeare/Paul è semplicemente Will, non si fa cenno al suo cognome e qui è chiaro l’intento della regista, di andare “oltre la storia”, di seguire un punto di vista inedito e assolutamente originale.

Sappiamo quello che siamo, ma non sappiamo quello che potremmo essere

Amleto, Atto IV Scena V

Agnes, il fulcro della narrazione

Hamnet si distingue nel panorama dei film su Shakespeare perché sposta il centro dell’attenzione lontano dallo stesso autore. Come nel romanzo omonimo di Maggie O’Farrell (co-sceneggiatrice del film insieme alla Zhao), a cui l’opera si ispira, è la moglie di Shakespeare, qui chiamata Agnes (Jessie Buckley) il cuore pulsante della narrazione. Agnes è una donna dalla talismanica bellezza, a metà tra il divino e il terreno. In lei scorre il sangue di una strega, le sue antenne vibrano tra l’abisso e il cielo.

Dialoga con la natura  attraverso un linguaggio segreto fatto di gesti e antiche pozioni; è una figlia della terra e alle sue viscere dona simbolicamente i suoi figli. Gran parte della potenza del film risiede nella sua storia e nel prodigioso lavoro della Buckley che non si limita ad interpretare il suo personaggio, gli dona vita, lo rende vivo, reale, presente, con la stessa forza e fede con cui come Agnes partorisce i suoi figli.

Agnes è la forza vitale su cui aleggia l’ombra della morte: la memoria di un oscuro presagio, il mito di Orfeo e Euridice raccontatole da Will, in uno dei loro primi incontri, la perdita del suo animate totemico, il falco, sono i segni inequivocabili di un destino già segnato.

Agnes è una donna emarginata nella sua comunità, libera nel suo essere anticonformista, figlia e sorella, moglie e madre, il cui mondo e la cui identità vengono devastati dalla morte del figlio, il piccolo Hamnet.

Come ci indica l’epigrafe dopo i titoli di testa, nell’Inghilterra elisabettiana il nome Hamnet veniva utilizzato come una variante di Hamlet.

Hamnet è il giovane figlio di Shakespeare, ma di quest’ultimo non se ne fa quasi menzione, se non alla fine. Perché la storia che Chloé Zhao vuole raccontare è una storia di amore, perdita e del potere della Creazione.

Will e Agnes si riconoscono subito come anime affini, entrambi dimostrano una fedeltà ostinata alla propria Luce. L’amore tra i due è un atto di fede. Agnes sa che esiste uno spazio sacro, inviolabile, inconoscibile in Will, sceglie di rispetta il suo mistero e vi si abbandona.

Entra nella sua vita a piedi nudi  come un fedele nel buio di un tempio. Will resta mistero anche nell’intimità, è l’amor fati, che non chiede rivelazioni né garanzie. La loro unione è un patto spirituale, esoterico, in cui ciò che è totalmente rivelato perde potere. Dove l’amato, se completamente svelato, cesserebbe di essere Altro.

Agnes è figlia e madre del mondo, si fa piccola, distesa tra le verdi terre selvagge in cui vive e grande tra le mura della sua casa, colonna portante della sua famiglia, è la fiamma sempre viva del focolare domestico.

Will non è ancora consapevole del mito che sarebbe diventato: è l’uomo innamorato, il marito, il padre. Il poeta che compone versi nel segreto della sua stanza. La performance di Paul Mescal lavora di sottrazione: Will è come un fantasma che si agita nella sua casa, un’ombra che cerca ancora la sua forma. I suoi silenzi e i suoi sguardi sono carichi di presenza. Lui è lì con Agnes e i suoi figli, eppure è altrove, nei luoghi della sua immaginazione.

Hamnet, il figlio, presenta molte analogie con il padre con cui ha un legame speciale: il suo sguardo, come quello di Will, dice senza proferire parola. E, in futuro, sogna di impugnare una spada su un palco immaginario, dove le storie del padre prendono vita.

Lo strappo emotivo, la ferita del lutto dà vita alla Creazione che si fa strada nell’abisso oscuro della perdita e della mancanza, senza voltarsi indietro mai, e si propaga come un raggio di luce su tutti coloro che partecipano alla rappresentazione.

Il potere trasformativo dell’arte

Il film non ci invita semplicemente a testimoniare il dolore dei suoi protagonisti ma a sentirlo, fin sotto la pelle, ad attraversarlo. Hamnet è un film che ci chiede di guardare, di sentire. Ci chiede presenza. Ci invita ad aprire il cuore, anche se fa male, se è insostenibile.

Hamnet non ci protegge, ci espone, tutti. Non riduce mai l’intensità, non restringe il campo, non abbassa il volume, anche nei suoi silenzi. Ci mette, in tutta la nostra vulnerabile umanità. in contatto con la vita. Realizza lo scopo supremo dell’arte: condividere un’esperienza collettiva.

Will rende la sua perdita, un lutto universale, quelle mani protese verso il palco, accompagnate dalle note di On The Nature of Daylight di Max Richter, oltrepassano un confine. Quella scena indimenticabile ci pone nella nostra condizione naturale di esseri umani, abbracciandone il mistero. Chiedendo di esserci gli uni per gli altri.

Abitiamo il dolore di Agnes e Will, perché quel dolore è anche il nostro. Ogni esperienza, anche la più dolorosa, trasforma il nostro modo di stare al mondo. E Hamnet è un film catartico, viscerale, spirituale che ci riconnette alla parte più intima di noi stessi. Chloé Zhao, gli attori, dai protagonisti al piccolo meraviglioso talento Jacopi Jupe nei panni di Hamnet, e tutta la troupe, con questo film, hanno compiuto un radicale atto di amore e noi non possiamo che essere loro profondamente grati.

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