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Shakespeare nel cinema: storia, film cult e reinterpretazioni

Da Amleto a West Side Story, passando per Kurosawa e Baz Luhrmann

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William Shakespeare rappresenta una delle fonti più fertili nella storia del rapporto tra letteratura e cinema. Il drammaturgo inglese ha trasferito le storie della propria cultura dalla pagina al palcoscenico. Ha reso tangibile la complessità dell’interiorità umana, mettendola a disposizione di un pubblico sempre più ampio. Con la nascita del cinema, questo patrimonio è diventato una delle basi degli adattamenti cinematografici. Fin dagli albori della settima arte, opere come Romeo e Giulietta, Amleto e Otello hanno dimostrato le straordinarie potenzialità delle trasposizioni cinematografiche shakespeariane, consolidando il legame tra Shakespeare e il cinema.

Nel corso dei decenni, registi provenienti da tradizioni cinematografiche e contesti culturali eterogenei hanno reinterpretato Shakespeare oscillando tra fedeltà, sperimentazione e riscrittura contemporanea. Questo indica la capacità di queste storie di riflettere le tensioni politiche, sociali ed estetiche di ogni periodo storico.

Gli adattamenti classici di Shakespeare nel cinema

Amleto di Laurence Olivier (1948) è spesso considerato il punto di riferimento degli adattamenti Shakespeariani. Il film restituisce un Amleto introspettivo, fortemente teatrale, premiato con l’Oscar come miglior film e regia. Il monumentale Amleto di Kenneth Branagh (1996, 242’ nella versione cinematografica) propone il testo quasi integralmente. Lo fa in 70mm, con una messa in scena barocca, un cast stellare e, l’ambizione dichiarata dal regista, di offrire la versione cinematografica “definitiva” del dramma.

Amleto – Kenneth Branagh

Enrico V di Olivier (1944) è un’opera patriottica, girata in piena guerra. Mentre Enrico V di Branagh (1989) rilegge il testo in chiave più cupa, sporca e disillusa, insistendo sull’orrore della battaglia e sulla fragilità del potere. Nel campo delle storie d’amore, Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli (1968) è diventato il paradigma dello Shakespeare romantico. Grazie alla fedeltà emotiva al testo, all’ambientazione rinascimentale italiana e alla scelta di attori in età vicina a quella dei personaggi. Giulio Cesare di Joseph L. Mankiewicz (1953), infine, rappresenta la via hollywoodiana al dramma romano con un’attenzione particolare ai conflitti politici.

 

Adattamenti d’autore e sperimentali

Nel versante più autoriale, Chimes at Midnight (1965) di Orson Welles è la summa del rapporto tra il regista e Shakespeare. Costruito come un collage intorno a Falstaff a partire dai due Enrico IV e da altre opere, il film condensa il tema dell’amicizia tradita e della caduta dell’eroe popolare. Combina libertà strutturale e formale a una potentissima dimensione emotiva. King Lear di Peter Brook (1971) rappresenta invece l’approccio radicale: scenari spogli, inquadrature essenziali e un recitazione scarna. Con L’ultima tempesta (1991), Peter Greenaway trasforma La Tempesta in un’esperienza multisensoriale. La sovrapposizione di immagini, effetti grafici e cromatici, testi e corpi nudi fa del film un laboratorio di cinema-arte che smonta e ricompone la figura di Prospero come demiurgo.

King Lear – Peter Brook

Shakespeare nel cinema di Kurosawa 

Nei film di Akira Kurosawa, Shakespeare viene tradotto nei codici del cinema samuraico e del melodramma giapponese. Il trono di sangue (1957) rielabora Macbeth trasponendolo nel Giappone feudale. La storia di ambizione e colpa si colloca nel mondo dei castelli avvolti dalla nebbia, delle profezie e del bushidō. In I cattivi dormono in pace (1960), il riferimento è Amleto, ma troviamo consigli di amministrazione corrotti, scandali edilizi e vendette che si consumano in un noir che denuncia la corruzione del Giappone del dopoguerra. Ran (1985) ripensa King Lear come grande epopea di signori della guerra. Con tre figli al posto delle figlie e un uso del colore, del movimento delle armate e degli spazi aperti che trasforma la tragedia in uno dei capolavori visivi del cinema mondiale.

Il trono di sangue – Akira Kurosawa

Versioni moderne 

Nel campo degli adattamenti moderni Romeo + Juliet (1996) di Baz Luhrmann è forse il caso più emblematico. Conserva gran parte del testo shakespeariano ma lo trapianta in una Verona Beach contemporanea dominata da marchi, armi da fuoco e videoclip, costruendo un immaginario iper-pop che ha segnato una generazione di spettatori.

Molto rumore per nulla di Kenneth Branagh (1993), film amatissimo da pubblico e critica, sceglie invece una via più allegra. Ambientazione solare e postdatata rispetto l’originale, ritmo brillante, cast internazionale e una regia che esalta il gioco degli equivoci e dell’ambiguità. Il musical West Side Story (1957 prima teatrale /1961 uscita del film) è liberamente tratto da Romeo e Giulietta. Jerome Robbins, alla fine degli anni 40′, ne elaborò una rappresentazione più moderna. Propose l’idea dell’adattamento in forma di musical al librettista, sceneggiatore e regista teatrale Arthur Laurents e al compositore Leonard Bernstein. Verona venne sostituita con l’Upper West Side della New York degli anni ’50, mentre la faida tra Capuleti e Montecchi venne traslata nel fenomeno – che cominciava a diffondersi in quel periodo – della delinquenza minorile e del conflitto etnico, americani e portoricani, tra bande rivali di adolescenti.

Shakespeare nel cinema: Biopic dedicati alla figura del Bardo

Il caso più noto è Shakespeare in Love di John Madden (1998), che pur essendo fortemente romanzato mescola elementi storici e invenzione per raccontare un giovane drammaturgo alle prese con il blocco creativo, trasformando la nascita di Romeo e Giulietta in una storia d’amore che riflette sul legame tra esperienza vissuta e scrittura. In opposizione a questa linea “romantica”, Anonymous di Roland Emmerich (2011) attribuisce le opere a un presunto autore occulto. Gioca con le teorie negazioniste sull’identità di Shakespeare, più interessate al thriller politico che alla verosimiglianza storica.

Shakespeare e Chloé Zhao

In questo filone si inserisce anche Hamnet – Nel nome del figlio (2025) diretto da Chloé Zhao, che rielabora in chiave intimista il romanzo di Maggie O’Farrell. In questo caso il centro emotivo non è tanto Shakespeare in quanto “genio” riconosciuto, quanto la figura del figlio Hamnet e il nucleo familiare, con particolare attenzione al punto di vista di Agnes/Anne Hathaway e al modo in cui il lutto si trasforma in materia creativa. Hamnet ha conquistato numerose candidature agli Oscar 2026, tra cui quelle per miglior film, miglior regista (Chloé Zhao), miglior attrice protagonista (Pauline McLynn nel ruolo di Anne Hathaway), miglior attore non protagonista (per l’interpretazione di Shakespeare padre) e miglior sceneggiatura non originale, confermando il suo impatto critico e la capacità di Zhao di portare sullo schermo storie intime con respiro universale.

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