Presentato in concorso al Festival di Berlino dopo aver vinto il Sundance Film Festival, Josephine è il racconto di una bambina che assiste a un crimine e ne subisce un trauma.
Josephine | Berlinale
E’ il secondo film di questa promettente regista americana, figlia di un atleta olimpico brasiliano e di una ballerina cinese.
Josephine: l’angosciante premessa del film che ha trionfato al Sundance
Josephine, l’eponima bambina di 8 anni, assiste accidentalmente a un crimine che scatena in lei un senso perenne di insicurezza; toccherà ai genitori l’arduo compito di ristabilire la sua fiducia nel mondo, accompagnandola in una crescita prematura e insegnandole a convivere con la sensazione di pericolo.
La domanda sorge subito spontanea: a cosa può aver assistito Josephine di così sconvolgente? Non passa molto tempo prima che questa domanda trovi la peggior risposta possibile, trasformando in vere e proprie vittime gli ignari spettatori che hanno approcciato la visione privi di informazioni aggiuntive.
È mattina presto a San Francisco e, come di consueto, Josephine e suo padre (Channing Tatum) sono usciti per correre al parco del Golden Gate. La bambina si spinge troppo avanti, e quando i due vengono separati da un bivio, il destino decide di far prendere a lei la direzione sbagliata. Proseguendo, Josephine arriva in una zona defilata dal percorso principale, dove si imbatte in un uomo in procinto di aggredire di una donna. In quei brevi istanti precedenti all’arrivo del padre, da noi percepiti come un’eternità, l’infanzia di Josephine cessa ufficialmente di esistere. Beth de Araujo ricorre a misure drastiche per costringerci a empatizzare fin da subito con la sua piccola protagonista, spettatrice di un abuso a sfondo sessuale tanto realistico da far quasi impallidire l’esagerata rappresentazione di Gaspar Noè in Irreversible, ma soprattutto tanto inequivocabile da frantumare prematuramente ogni briciolo di innocenza.
Un incubo che ha radici autobiografiche
Nonostante lo svolgimento del film sia il risultato di una costruzione fittizia, la regista ha rivelato in un’intervista di aver vissuto personalmente l’evento scatenante, in condizioni per giunta molto simili. È a quel fatidico giorno che riconduce gli episodi di paranoia che l’hanno aiutata a tratteggiare il personaggio di Josephine.
“Gli eventi sono al 100% autobiografici,” racconta Beth De Araujo. “Ero solita andare al Golden Gate Park con mio padre ogni sabato, per giocare a calcio con lui mentre mia mamma dormiva fino a tardi.”
Su questa base, Josephine acquisisce un ulteriore strato di lettura che non fa altro che approfondire il disagio che trasmette la storia. La regista ha poi aggiunto:
“Quell’evento mi tormenta tutt’ora, e questo film, in parte, è un veicolo per la catarsi — un modo per processarlo da adulta che si sta avvicinando all’età della donna che lo ha subito nel parco.”
Per nostra fortuna, la sua regia è all’altezza della posta in gioco. Una magistrale dimostrazione di disciplina formale, che si esprime attraverso gli espedienti arditi che caratterizzano le scene più intense, e di controllo, evidente da come tutti gli attori si siano dimostrati all’altezza del compito.
Colpisce in particolare Channing Tatum, qui in stato di grazia; per lui già si parla di una possibile candidatura ai prossimi Oscar nella categoria di supporto maschile. L’attore è reduce da un 2025 particolarmente fortunato per la sua carriera; prima è arrivato Atropia, film vincitore della scorsa edizione di Sundance, e poi Roofman, commedia tratta da una storia vera accolta calorosamente a Toronto, dal regista di Blue Valentine e Come un Tuono. Ottima anche la prova di Gemma Chan nei panni della madre, che passa leggermente in secondo piano in virtù del fatto che il film si concentra maggiormente sul rapporto di Josephine con il padre.
Josephine: il dilemma etico dietro al racconto
Se da un lato non si può far altro che ammirare il coraggio di Beth de Aarujo, dall’altro sorge spontaneo mettersi nei panni di Mason Reeves, la bambina che interpreta Josephine. Se la tesi sostenuta dal film è in parte che l’innocenza funge da scudo temporaneo alla violenza che divampa nella società, la sola partecipazione al progetto di un’interprete così giovane apre alla possibilità di un trauma collaterale, esponendo la piccola Reeves a una tematica così cupa e di difficile comprensione.
Il discorso non è circoscritto solamente alla meschina scena iniziale. Quando il film approda in tribunale, i dialoghi affidati al suo personaggio portano a sperare che il team che si occupa di accompagnarla in questo percorso siano preparati alle conseguenze mentali. Allo stesso tempo, prende anche forma la consapevolezza che stiamo assistendo a una delle migliori interpretazioni infantili degli ultimi anni, se non altro per la complessità emotiva della richiesta.
Uno dei primi grandi film dell’anno, ma non si può parlare di perfezione
Beth de Araujo inciampa nella sua stessa sceneggiatura, cercando di mettere troppa carne al fuoco senza preoccuparsi di infondere di realismo le dinamiche del nucleo familiare. Può sembrare ingiusto muovere questa critica a una persona che ha vissuto personalmente parte delle vicende, ma l’impressione da spettatore è che alcuni eventi non si amalgamino organicamente nella storia. Prendendo in considerazione la moltitudine di scenari che possono nascere da una situazione simile, Beth de Araujo ha preferito includerne il più possibile, invece che far respirare quelli che rappresentano il fulcro della storia, usandoli come punto di partenza per approfondire il percorso dei personaggi. Il risultato è, di conseguenza, a tratti forzato e artificiale, con un episodio in particolare che rende evidente come lei abbia calcato la mano.
Nonostante questo, il finale rappresenta un punto di arrivo soddisfacente e coerente, che conclude il film su una nota alta che aiuta a dimenticarsi degli intoppi lungo il percorso.
In definitiva, Josephine è la disamina meticolosa, e a tratti angosciante, di una famiglia costretta a fare i conti con una giovane psiche in frantumi, dominata dalla sensazione opprimente di vulnerabilità. In una società in cui la violenza è più che mai tangibile ovunque, la tematica risuona attuale, e il suo meritato successo è destinato ad aumentare con l’inizio della prossima stagione dei premi. Un film che non offre facili risposte, ma che proprio per questo motivo è sorprendentemente onesto e sincero, conducendo lo spettatore a una catarsi dolce-amara dopo averlo fatto camminare sulle spine.
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