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‘Marty Supreme’ e il prototipo dell’ebreo errante

Tutto e il contrario di tutto. Con ‘Marty Supreme’ Josh Safdie mette in scena un’apoteosi di vitalità e autodistruzione

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Tra archetipi e mitologie Marty Supreme di Josh Safdie declina il cinema d’autore secondo il concetto di esperienza sensoriale tipica del prodotti blockbuster. In un ruolo scomodo Timothée Chalamet dimostra di essere un attore bravo e versatile.

Prodotto da A24 e distribuito in Italia da I Wonder Pictures Marty Supreme ha ricevuto 9 nomination all’Oscar tra cui quella per la miglior regia e il migliore attore.

Marty Supreme: un’introduzione

Mantenendo il marchio di fabbrica dei film precedenti – cosa che il fratello Benny non ha fatto – Josh Safdie si serve dell’acustica e del movimento per immergere lo spettatore in un esperienza sensoriale simile a quella del cinema blockbuster. Cinetico, assordante e con un unico punto di riferimento quello del viaggio in Giappone, Marty Supreme è ossessivo e imprevedibile come il carattere del suo protagonista. Se Marty è avanti rispetto al proprio tempo così lo è la colonna sonora nel raccontare i cinquanta newyorkesi con musiche degli anni ottanta.

Josh Safdie al centro dell’attenzione

Seppur alle prese con una filmografia ancora giovane e dunque troppo acerba per fornire informazione definitive non c’è dubbio che il cinema di  Josh Safdie ha già manifestato le proprie tendenze. Amato dal pubblico dei festival ma sconosciuto alla maggioranza degli spettatori Josh Safdie è in questi giorni al centro dell’attenzione per aver diretto un film di successo popolare come Marty Supreme, campione di incassi negli Stati Uniti con un incasso che al momento ha raggiunto i novanta milioni di incasso, diventando il lungometraggio più redditizio della A24, casa di produzione specializzata nella realizzazione di film indipendenti.

L’ebreo errante

Per il suo primo film da solista Josh Safdie conferma il copyright dei lavori precedenti. Non sfugge infatti l’impostazione narrativa condivisa con Good Time e soprattutto Diamanti Grezzi, costruita su una “grande ossessione”, nel caso specifico quella del protagonista per il ping pong, capace di innescare una sarabanda metropolitana in cui il nostro si muove con una frenesia pari alla sfacciata resilienza che gli permette ogni volta di sopravvivere agli agguati di una realtà avversa. In particolare non sfugge la somiglianza tra Marty Reisman e l’Howard Ratner di Uncut Gems, a cominciare dalla condivisione del modello ispiratore, quello dell’ebreo errante (in una New York archetipo del mondo), che i due incarnano alla perfezione, destinati come sono a vagare senza sosta ne riposo per le strade newyorkesi. Analogie che persistono anche sul piano della personalità  sovrapponibile nel suo essere disposta a tutto, anche a rinnegare se stessa, pur di rilanciare la corsa al sogno proibito come pure nella capacità (irrisa, come vuole l’archetipo dello schlemiel) di vedere cose che gli altri non vedono, con la previsione di Marty a proposito del successo del tennistavolo  sul mercato americano pareggiata dalla scommessa sportiva che rende milionario il personaggio interpretato da Adam Sandler.

Pragmatismo e interiorità

Marty Supreme fa sua la lezione del cinema classico americano e del pragmatismo che ne contraddistingue la forma, facendo dell’azione – e che azione –  lo strumento per risalire alla psicologia dei personaggi. Ma c’è di più, perché lungi dall’essere semplice scelta stilistica il parossismo con cui la mdp riprende la furibonda rincorsa di Marty così come la miriade di ostacoli che gli si presentano di fronte diventano la proiezione del paesaggio interiore del personaggio, facendo dell’eterogeneità dei tipi umani e dei loro diversi accadimenti la cartina di tornasole delle contraddizioni che albergano nel protagonista.

L’importanza del Sound Design in Marty Supreme

La stessa funzione è assegnata da Safdie alla colonna sonora e in particolare al sound design, chiamato a sottolineare i cambiamenti d’umore e gli stati d’animo del personaggio. Esemplare in tale ottica è la dialettica tra rumore e silenzio. Fragoroso in corrispondenza della fase più tormentata della vicenda il frastuono lascia spazio al silenzio in maniera inaspettata, quando nel finale la vista del figlio appena nato sembra segnare il punto di svolta nella vicenda esistenziale di Marty, quello capace di mettere a tacere una volta per tutte i fantasmi che gli danno il tormento. Salvo ripresentarli fuori tempo massimo, allorché sullo schermo nero che fa da sfondo ai titoli di coda a montare è il pianto dei neonati; un frastuono destinato a riportare Marty al punto di partenza, riaffermando, semmai ce ne fosse bisogno, la maledizione dei personaggi creati da Josh Safdie, costretti all’esilio da un insopprimibile irrequietezza.

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