Cult

‘Showgirls’ il sogno americano secondo Verhoeven

Nomi arriva a Las Vegas con niente in tasca e una fame feroce di successo. Tra neon accecanti, rivalità spietate e corpi trasformati in spettacolo, scala il mondo scintillante e crudele dello show business fino a conquistarne il trono. Ma più sale sotto i riflettori, più scopre che a brillare non è l’oro: è il prezzo da pagare.

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Uscito nel 1995 e accolto da una valanga di stroncature, Showgirls di Paul Verhoeven è passato dall’essere uno dei flop più clamorosi di Hollywood a diventare un autentico film di culto. Erotico, eccessivo, sopra le righe fino al parossismo, il film è stato a lungo considerato un esempio di cattivo gusto. Eppure, dietro la superficie scintillante di Las Vegas, si nasconde una feroce satira sul capitalismo dello spettacolo e sul mito del successo americano. Come spesso accade nel cinema di Verhoeven, nulla è davvero come appare.

L’ascesa brutale di Nomi Malone

La protagonista, Nomi Malone (Elizabeth Berkley), arriva a Las Vegas in autostop con una valigia e un sogno: diventare una star dello spettacolo. Senza soldi né contatti, inizia come spogliarellista in un locale di striptease, il Cheetah’s. La sua ambizione feroce e il suo talento fisico la portano a conoscere Cristal Connors (Gina Gershon), diva dello show “Goddess” allo Stardust Hotel.

Tra rivalità, manipolazioni e compromessi morali, Nomi scala rapidamente i gradini del successo, fino a sostituire Cristal come protagonista dello spettacolo. Ma il prezzo è altissimo: tradimenti, violenze e un progressivo annullamento dell’identità. Il sogno americano si rivela un’arena spietata dove il corpo è merce e le relazioni sono strumenti.

La trama, volutamente lineare e quasi archetipica, assume i contorni di una tragedia moderna ambientata nel tempio del consumo e dell’apparenza.

Personaggi, maschere, istinti e sopravvivenza

Nomi Malone è un personaggio estremo: rabbiosa, istintiva, imprevedibile. Elizabeth Berkley la interpreta con una fisicità aggressiva, quasi animalesca. Le sue esplosioni emotive — spesso criticate come eccessive — sono in realtà coerenti con il tono volutamente iperbolico del film. Nomi non è un’eroina, ma un prodotto dell’ambiente che la circonda: combatte con le stesse armi di un sistema che oggettifica e divora.

Cristal Connors rappresenta il potere già conquistato: sofisticata, cinica, consapevole delle regole del gioco. Gina Gershon costruisce un personaggio magnetico, ambiguo, che incarna la seduzione e la crudeltà dello show business.

Gli uomini, dal potente Zack (Kyle MacLachlan) al coreografo e agli impresari, appaiono spesso come figure opportuniste o manipolatorie. In questo universo, il potere maschile è strutturale, ma non necessariamente dominante: è parte del meccanismo economico che muove tutto.

Il tempio dell’illusione

Las Vegas non è un semplice sfondo, ma un personaggio a tutti gli effetti. La città è mostrata come un luogo artificiale, iper-luminoso, costruito sull’eccesso e sulla finzione. È la capitale del simulacro, dove tutto è spettacolo e nulla è autentico.

Verhoeven utilizza Las Vegas come metafora del capitalismo americano: un sistema che promette successo e libertà, ma che in realtà funziona secondo regole spietate. La competizione è costante, la solidarietà fragile, il corpo femminile diventa merce da vendere sotto i riflettori.

L’eccesso come linguaggio

Paul Verhoeven non cerca mai il realismo. Il suo stile è volutamente sopra le righe: recitazione enfatica, dialoghi taglienti, scene erotiche coreografate in modo quasi grottesco. L’eccesso non è un errore, ma una scelta estetica.

Il regista olandese, già autore di opere satiriche come Robocop e Starship Troopers, applica qui la stessa logica: portare il sistema all’estremo per smascherarlo. In Showgirls tutto è amplificato — sesso, ambizione, rivalità — fino a diventare caricatura. È proprio in questa iperbole che emerge la critica sociale.

Molti spettatori e critici dell’epoca lessero il film in modo letterale, perdendo la dimensione ironica e satirica dell’opera.

Il trionfo del kitsch consapevole

Dal punto di vista tecnico, Showgirls è un film curato e ambizioso. La fotografia di Jost Vacano esalta i colori saturi, le luci artificiali, la pelle lucida delle performer. I corpi sono illuminati come oggetti di lusso, parte integrante dell’arredamento visivo.

Il montaggio alterna momenti di spettacolo coreografico a esplosioni emotive improvvise, creando un ritmo discontinuo che riflette l’instabilità della protagonista. Le sequenze dello show “Goddess” sono costruite come veri numeri musicali, con scenografie monumentali e movimenti di macchina fluidi e sensuali.

La colonna sonora, con sonorità pop anni ’90, contribuisce a radicare il film nel suo tempo, ma anche ad accentuarne l’identità kitsch.

Satira, potere e corpo

Il vero cuore del film è lo sguardo di Verhoeven. Showgirls non celebra l’oggettificazione del corpo femminile: la espone in modo brutale. Mostra come il sistema dello spettacolo (e, per estensione, il capitalismo) trasformi tutto in merce, inclusi desideri e relazioni.

Il percorso di Nomi non è solo un’ascesa, ma una dimostrazione di quanto sia necessario disumanizzarsi per avere successo. Quando ottiene il ruolo principale, la vittoria appare vuota, quasi tragica.

La regia sembra suggerire che il sogno americano non è una favola morale, ma una lotta darwiniana dove sopravvive chi accetta le regole più ciniche del gioco.

Da disastro critico a oggetto di culto

Se visto superficialmente, Showgirls può sembrare un melodramma erotico esagerato. Ma riletto alla luce del tempo, appare come un’opera provocatoria e lucida, un film che usa il kitsch come arma critica.

Il suo fallimento iniziale fa parte del suo fascino: è un film che non chiede di essere amato, ma di essere interpretato. E proprio per questo, a trent’anni di distanza, continua a far discutere.

Showgirls non è solo uno spettacolo di lustrini e pelle nuda: è uno specchio deformante dell’America degli anni ’90, e forse anche dell’ossessione contemporanea per fama, corpo e successo.

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