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Salvo Di Paola e Nicolò Cuccì: il miracolo animato de ‘Il Baracchino’

La serie su Prime

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Giorgio Montanini, Francesco De Carlo e Filippo Giardina sono alcuni tra i principali artefici dell’affermazione della stand-up comedy in Italia: una forma espressiva che tenta di prendere le distanze dal cabaret o dal monologo teatrale della tradizione comica nazionale e che affonda invece le proprie radici nella cultura statunitense degli anni ’50. È nell’America del secondo dopoguerra che figure come Lenny Bruce e George Carlin iniziarono a scardinare le regole di una comicità rassicurante e conservatrice, sfidando censura, arresti e ostracismo pur di conquistare nuovi spazi di libertà espressiva. Una comicità che nasceva dalla crisi e che, come già accaduto ai tempi di Aristofane, faceva della satira uno strumento di analisi e di rottura, capace di colpire il potere e raccontare un disagio collettivo.

In Italia, per decenni lo spettacolo popolare ha continuato a muoversi entro schemi codificati, mescolando teatro, musica e satira in una forma spesso leggera e poco conflittuale. La domanda, allora, è inevitabile: cosa è cambiato negli ultimi anni? E perché una serie distribuita da Prime Video può diventare il simbolo di questa trasformazione?

Il Baracchino, serie animata scritta e diretta da Salvo Di Paola e Nicolò Cuccì è un progetto dello studio d’animazione Megadrago che, dopo anni di sperimentazioni, riesce finalmente a tradurre in forma seriale un nuovo modello di comicità, trasformando un’idea apparentemente marginale in un vero e proprio miracolo. Prodotta da Lucky Red è stata candidata agli Annie Awards nella categoria Best TV/Media – Mature.

Il Baracchino L’animazione italiana tra limiti e possibilità

Cosa avete provato quando avete scoperto di essere stati candidati agli Annie Awards?

Nicolò: Io ero molto, molto emozionato, anche perché non me lo aspettavo affatto. Entrambi ci eravamo quasi dimenticati di aver inviato la candidatura: è una cosa talmente grande che l’avevamo fatta un po’ per gioco. Quando è arrivata la notizia è stata un’emozione incredibile, la realizzazione di un piccolo sogno. Credo però che Salvo abbia un aneddoto più divertente su quel momento.

Salvo: La mia prima reazione è stata pensare che ci fosse un errore. Ho detto: “vabbè, ora arriva una mail in cui ci dicono ‘scusate ragazzi, abbiamo scherzato’”. Poi, forse per autodifesa o per non illudermi troppo, la mia reazione è stata ridimensionare il festival. Ho pensato “vabbè sarà quindi una roba così, tra ragazzi”. Quando però ho visto le altre nomination ho capito che era tutto vero e mi sono detto: “ok, qui bisogna vestirsi bene”.

Credete che un riconoscimento di questo tipo possa aprire la strada ad altre produzioni animate italiane a una visibilità internazionale? E, allo stesso tempo, rappresentare per voi un’opportunità concreta di lavorare anche all’estero?

Nicolò: La situazione è un po’ complessa. In Italia non esiste una vera cultura dell’animazione per adulti, quindi Il Baracchino è stato, nel suo piccolo, quasi un miracolo: una serie inedita, pensata dichiaratamente per un pubblico adulto. Quindi io spero che un minimo lo faccia, ma temo che ancora la strada sia lunga per diventare una “best practice”, la normalità. Però allo stesso tempo ci speriamo ovviamente, per noi è anche l’occasione di confrontarci con realtà più grandi: andremo a Los Angeles e vedremo cosa ci aspetta.

Salvo: Sono molto curioso, perché noi a un certo punto ci eravamo quasi “imposti” di lavorare in Italia, perché volevamo mantenere un linguaggio nostro, giocare e scherzare con la nostra cultura. C’è sempre il rischio, quando lavori per l’estero, di fare un’”americanata”, scimmiottando modelli che non ti appartengono. Ora però sarebbe bello se ci fosse un’attenzione reale verso quello che vogliamo fare. Siamo aperti a nuove possibilità, anche se resta quella sensazione che fare le cose in inglese sia automaticamente “serie A”. Vedremo.

Perché secondo voi, storicamente, in Italia l’animazione è percepita quasi esclusivamente come un prodotto per l’infanzia?

Nicolò: Secondo me perché la televisione prima e i broadcaster oggi non hanno mai davvero dato al pubblico quello che avrebbe potuto desiderare: gli hanno semplicemente offerto ciò che ritenevano adatto. Spesso si dice che il pubblico non ha “fame” di certi prodotti, ma la verità è che non gli vengono proposti. Il Baracchino, ad esempio, non ha avuto una vera promozione: è cresciuto quasi solo grazie al passaparola. La gente guarda Rick and Morty, ma magari non sa nemmeno che Il Baracchino esiste, e altre cose come Il Baracchino che non hanno neanche l’opportunità di esistere per questo.

Salvo: In Italia siamo sempre stati molto esterofili. Tendiamo a svalutare i prodotti di animazione italiani, forse perché non abbiamo avuto molti esempi che abbiano funzionato davvero nel tempo.

Nicolò: Basta pensare a Boris: oggi è un cult, ma lo è diventato dopo essere stato inizialmente un flop. C’è questa attitudine per cui le cose italiane di valore vengono riconosciute solo dopo.

Però Lucky Red, una delle poche case di produzione in Italia che si impegna anche a distribuire prodotti di animazione, che altrimenti non verrebbero distribuiti, ha creduto nel vostro progetto. Com’è stato lavorare con loro? Avete avuto totale libertà creativa o ci sono state delle imposizioni?

Salvo: Non parlerei di imposizioni, ma di linee guida. Lucky Red è una realtà con una grande esperienza alle spalle, noi arrivavamo da un garage: è normale che all’inizio avevano messo le mani avanti dicendo “ok, diamo dei babysitter a queste persone” e noi pensavamo “aha, questi non ci tarperanno le ali della nostra creatività”. Quindi la difficoltà principale è stata imparare a dialogare con un reparto editoriale, far capire davvero le nostre idee, che è più importante rispetto a farle valere.

Nicolò: Soprattutto perché Il Baracchino è puro caos creativo.

Salvo: Col tempo ci siamo allineati, abbiamo fatto squadra. È stata un’esperienza molto costruttiva, da cui abbiamo imparato tantissimo.

Nicolò: Vedere il logo di Lucky Red all’inizio mi emozionava molto. Per me era lo studio che aveva portato in sala i film dello Studio Ghibli, quindi quell’immagine aveva un valore preciso. Poi ovviamente capisci che si tratta di Lucky Red Produzione e non Distribuzione, ma in quel momento ho pensato che era comunque una cosa molto bella.

Quando l’ironia diventa necessaria

Per quanto riguarda il vostro processo creativo, fin dall’inizio avete pensato a un target di pubblico preciso, ha senso creare un prodotto audiovisivo pensando a un target specifico, oppure è importante che possa essere trasversale e parlare a più livelli? Ad esempio, una serie come I Simpson si può guardare da bambini cogliendone alcuni aspetti e poi riscoprirne altri da adulti: era una dinamica che avevate in mente anche per Il Baracchino?

Nicolò: Io non sono un grande fan del concetto di target. Pensare che i bambini non possano capire certe cose è sbagliato, ma allo stesso tempo adattare un prodotto per renderlo “per tutti” è ancora peggio.

Salvo: Secondo me il vero target sei tu che stai creando. Devi fare qualcosa che faccia ridere te, che vorresti vedere. Almeno così abbiamo lavorato noi, in questa direzione. Uno dei problemi principali nasce quando un prodotto cerca di piacere a tutti: finisce per voler essere adatto ai nipotini e ai nonni insieme, e alla fine non parla davvero a nessuno. I Simpson sono un caso quasi unico nella storia dell’audiovisivo, non saprei quanti altri esempi simili esistano. E anche lì mi chiedo spesso: mentre lo stavano facendo, sapevano cosa sarebbe poi diventato ? Perché io ho l’impressione che I Simpson ci piacessero da bambini soprattutto per una questione culturale tutta italiana, legata all’idea che i cartoni animati siano “cose da bambini”. Da piccoli ce li mettevano davanti come se fossero allo stesso livello di Dragon Ball o Doremi, peraltro doppiati e in parte edulcorati nel linguaggio. Siamo cresciuti pensando che fosse semplicemente un altro cartone animato, ma non sono affatto sicuro che negli Stati Uniti bambini di otto anni guardassero I Simpson quando la serie è nata.

Nicolò: In generale, la cosa più importante da chiedersi davanti a un progetto è se sta davvero parlando di te. Quando una cosa è autentica, si sente e si vede subito. Credo che, nel nostro caso, quello che piace a me e a Salvo funzioni proprio perché nasce da un’esigenza sincera.

Secondo voi alcune limitazioni imposte fin dall’infanzia su determinati contenuti come I Griffin o American Dad, possono avere conseguenze sulla formazione del senso dell’umorismo di una persona, sulle sue conoscenze anche dal punto di vista culturale? Vi è capitato di vivere o osservare esperienze simili?

Salvo: Questa è una domandona. Per me il problema principale è il sistema dei bollini colorati nell’angolo dello schermo: rosso, giallo, verde. È diventato il più grande meccanismo di deresponsabilizzazione dei genitori, una scorciatoia che evita il confronto. Come a dire: “Questo è vietato, quindi non devo spiegare nulla”. In realtà, forse sarebbe molto più utile guardare anche qualcosa di sbagliato e poi fermarsi a parlarne, capire perché lo è e in che modo. Per quanto riguarda l’umorismo, credo che si formi anche attraverso l’esposizione: bisogna vedere le cose, anche quelle brutte o che non funzionano, perché solo così sviluppi una bussola che ti permette di capire cosa ti piace e cosa no. Ovviamente va fatto in modo attivo e intelligente, ma io sono assolutamente favorevole all’idea di insegnare le cose ai bambini.

Nicolò: Sono d’accordo. È chiaro che famiglia, amici, scuola, luogo in cui cresci, città e ceto sociale incidono molto sulla formazione di una persona. Ma credo che conti altrettanto il modo in cui ognuno si rapporta a questi fattori. Altrimenti dovremmo pensare che chi ha fatto il classico sia automaticamente più intelligente di chi ha fatto l’artistico — e allora noi saremmo analfabeti, cosa che forse un po’ siamo. Al di là delle battute, è vero che si è influenzati da mille elementi, ma a un certo punto, con un minimo di possibilità ci si può formare anche da soli: rubando cose da internet, condividendole con gli amici, leggendo libri prestati, costruendo il proprio percorso.

Dalla vostra esperienza personale, come nasce la passione per la comicità? È qualcosa che sentite legato anche a un contesto culturale, familiare ed educativo?

Salvo: Sì, assolutamente. Il mio primo approccio alla comicità sono stati Aldo, Giovanni e Giacomo e Zelig, quel tipo di programmi televisivi che divoravo. Era la cosa che mi faceva ridere di più. E poi credo che sia io che Niccolò condividiamo una cosa fondamentale: veniamo entrambi da famiglie di “clown”.

Nicolò: Sì, nel mio caso il primo vero contatto con la comicità è stato prendere in giro i passanti con mio nonno, in macchina: chiedere informazioni sbagliate, inventare cose. Era un gioco continuo.

Salvo: A un certo punto io, Nicolò e un nostro amico abbiamo avuto una specie di epifania durante una festa in famiglia: ci siamo resi conto che eravamo amici proprio perché venivamo tutti dallo stesso tipo di contesto. Famiglie rumorose, dove ci si prende in giro su tutto, dove non esiste una conversazione davvero seria e dove anche le tragedie vengono sdrammatizzate. Ma in generale credo che ridere delle cose, anche delle più difficili, sia un meccanismo di difesa molto legato a certi contesti sociali.

Quali sono invece i comici o le opere che vi hanno ispirato più direttamente? Durante la scrittura de Il Baracchino ci sono state influenze particolari, oppure sono stati gli stessi comici coinvolti a plasmare i personaggi?

Nicolò: È un po’ complesso. Entrambi avevamo una forte passione per la comicità, anche se Salvo era decisamente più appassionato della stand-up americana e, tramite lui, io lo sono diventato a mia volta. Quando Il Baracchino è nato, per noi Edoardo Ferrario era probabilmente la cosa più interessante che stesse succedendo in Italia in quel momento. Durante il Covid abbiamo iniziato a contattare alcuni comici direttamente su Instagram e, con grande fortuna, ci hanno risposto. Non potendosi esibire dal vivo, forse vedevano nell’animazione una sorta di surrogato della stand-up. Da lì è nato un caos creativo molto controllato: noi proponevamo idee, loro ce le rimandavano indietro trasformate. Per esempio, Daniele Tinti voleva fare un ventriloquo e noi abbiamo risposto: “ok, ma sarà un alieno che usa un morto come pupazzo”. È stato un continuo scambio.

Salvo: Tutti i comici hanno contribuito in modo diretto, perché i personaggi venivano cuciti addosso a loro. A livello di riferimenti più ampi, però, le influenze principali non sono state tanto singole figure quanto alcuni prodotti audiovisivi. The Office è stato fondamentale, sia per il linguaggio mockumentary sia per quella forma di cringe comedy che fa ridere attraverso il disagio osservato dall’esterno. L’altra grande reference è stata Fleabag, per la sua capacità di affrontare sentimenti complessi con un equilibrio agrodolce straordinario. Era un riferimento molto alto, ma era esattamente il tipo di direzione che ci interessava esplorare. Queste sono state le influenze più forti durante la fase di scrittura.

Per quanto riguarda i personaggi della serie, anche quelli secondari: sono ispirati a persone reali che avete conosciuto? Penso, ad esempio, a Donato, che sembra il classico disturbatore durante gli spettacoli di stand-up. 

Salvo: Allora, in realtà per me Donato non è semplicemente un disturbatore. È uno che ci tiene troppo, uno che ci crede fin troppo. È più un super fan. La reference più precisa, almeno per come lo immaginavo io mentre scrivevamo, è Lee nel film dei Tenacious D: che urla “Ragazzi, siete incredibili!” in mezzo al pubblico per tutto il concerto, anche mentre suonano. Poi, più in generale, dopo aver iniziato a lavorare all’idea del Baracchino, io ho cominciato anche a fare stand-up. Quindi ho iniziato a vivere direttamente le serate nei club, i locali, le dinamiche che si creano durante gli spettacoli. Per questo, più che a persone specifiche, i personaggi sono ispirati a un mondo che ha dei veri e propri archetipi. Ci sono il comico “di strada”, quello che deve sconvolgere e provocare, come il piccione Luca (Luca Ravenna). C’è il boomer che ce la mette tutta anche se il linguaggio non è il suo, come Leonardo (Edoardo Ferrario). Abbiamo iniziato a ragionare quasi per archetipi junghiani applicati alla comicità.

Nicolò: E poi, andando avanti, ci siamo resi conto che tutti i personaggi avevano dentro un po’ di noi. E per “noi” non intendo solo me e Salvo, ma anche gli amici, le persone che abbiamo frequentato.

Che tipo di riscontro avete avuto dal pubblico? Avete notato delle differenze tra il pubblico generalista e chi lavora in quest’ambito?

Salvo: Il mondo dell’animazione è impazzito. Ad Annecy, per esempio, ci siamo sentiti delle rockstar perché in qualche modo avevamo fatto il “miracolo”, avevamo quella sensazione di essere riusciti a fare quella cosa che tutti stavano provando a fare. Quindi il pubblico dell’animazione l’ha accolto veramente alla grande, anche perché poi c’è tanta tecnica dietro a Il Baracchino e quindi viene molto apprezzata dalle persone che se ne occupano. Il pubblico generalista ci ha sorpresi: su TikTok, se una cosa piace davvero, arrivano le fanart, gli edit, anche quelli più inaspettati.

Avete ricevuto critiche costruttive?

Nicolò: L’unica critica vera è stata sul “doppiaggio”, dato che in realtà non è doppiaggio: la serie è recitata. Scherzosamente di questo ne vado fiero, perché io non sono un grande fan del doppiaggio italiano, penso anche Salvo. Questo però fa riflettere su quanto siamo abituati a un audio artefatto nei prodotti animati italiani. Anche Zerocalcare ha ricevuto quest’unica critica.

Salvo: Un altro grande evergreen dei commenti è stato il paragone costante con Zerocalcare e con le sue serie, cosa che ci ha sempre fatto piuttosto ridere. Più che altro perché ci chiediamo quale sia davvero la connessione che viene fatta: il fatto che siano entrambe produzioni animate italiane? Di fatto, le uniche due? È un po’ come dire: sono animate, sono italiane, quindi vanno messe per forza a confronto. È come paragonare Natale sul Nilo a Otto e Mezzo solo perché sono entrambi film italiani. “Ah, guarda, hanno preso attori italiani e li hanno messi a fare un film”. Fine del ragionamento.

Nicolò: Spero che in questo paragone noi siamo Natale sul Nilo.

Salvo: Noi siamo Natale sul Nilo. Al cento per cento. Scherzi a parte, il punto è che sono due operazioni completamente diverse, esattamente come la serie di Zerocalcare e Il Baracchino.

Una profondità essenziale

Nella serie, nonostante il tono comedy, emerge fortemente il tema dell’elaborazione del lutto. Era un elemento previsto fin dall’inizio o è nato nel tempo ?

Nicolò: Fin dall’inizio, inizio no. È un tema che ci accompagna da sempre, in tutte le cose che abbiamo scritto, c’è la volontà di metterci dentro un po’ l’esperienza personale. Quindi, sì, in questo caso da un lato c’era la voglia di fare, da grandi fan di Spider-Man, un “effetto zio Ben”. Poi è successo che, mentre lavoravamo alla serie, entrambi abbiamo vissuto dei lutti personali, soprattutto durante la lavorazione dell’episodio cinque. A quel punto l’arte imita la vita o il contrario.

Anche l’utilizzo del colore è simbolico, anche questo passaggio l’avete sviluppato nel tempo nella sceneggiatura?

Salvo: Ha cambiato forma l’utilizzo del colore nella storia. Sapevamo che volevamo fare una cosa in bianco e nero, dove il colore aveva una valenza narrativa di qualche tipo. Nelle prime stesure era un po’ più più metafisico, quasi magico. Quando poi la storia ha preso questa direzione un po’ più dark, abbiamo deciso di fare questa distinzione dove il colore e il bianco e nero segnano un po’ un prima e un dopo. Una scelta un po’ sofferta, forse.

Nella serie la protagonista lotta anche per preservare un posto che ha un forte valore sociale importante, legato alla memoria, all’identità, c’è per voi un luogo del vostro cuore che ha lo stesso valore emotivo, per cui vi sentireste in grado di fare una stessa battaglia?

Salvo: Palermo.

Nicolò: Per me Megadrago.

Salvo: Sì, col cuore assolutamente, ma forse parlerei di qualcosa di meno astratto, di un luogo fisico preciso da difendere, perché Megadrago non è solo uno spazio fisico, come dicono in Thor: Ragnarok “Asgard is not a place, it’s a people”. Era cinque anni che speravo di avere un contesto in cui utilizzare questa frase.

E secondo voi oggi questi luoghi perché esistono sempre meno?

Salvo: Stiamo parlando a meno di un anno dalla chiusura del Leoncavallo, che è l’esempio più evidente di come luoghi storici di produzione culturale possano essere chiusi in modo brutale e per motivi beceri. A Palermo esistono diverse situazioni simili: penso, per esempio, all’ex carcere, un centro sociale che da anni viene letteralmente assediato. È una piaga, e sento il bisogno di parlare della città perché è il contesto che viviamo ogni giorno e a cui siamo profondamente legati. Palermo oggi è schiacciata da due forze opposte. Da un lato c’è l’istituzione, lo Stato, la parte “ufficiale” che chiude spazi, non sovvenziona e non tutela realtà come i circoli Arci o i luoghi storici che fanno cultura in modo autentico. Dall’altro c’è una turistificazione sempre più aggressiva, che sta sostituendo uno dopo l’altro i bar, le putìe, i negozi di quartiere che tenevano vivo il tessuto sociale della città, rimpiazzandoli con locali pensati esclusivamente per i turisti. Basta fare un giro alla Vucciria per rendersene conto: si vede chiaramente la linea di avanzamento della turistificazione, partita da Piazza San Domenico e arrivata, locale dopo locale, fino a Piazza Garraffello. È una trasformazione progressiva e inquietante, una vera e propria follia.

Cosa ne pensate delle candidature agli Oscar per l’animazione, ha ancora senso una categoria separata?

Nicolò: Secondo me sì, purché non si cada nell’errore di considerare l’animazione un genere. È giusto che abbia una sua rappresentanza. Mi è dispiaciuto molto, ad esempio, non vedere Playing God di Studio Chroma tra i corti nominati. Detto questo, negli ultimi anni sono successe cose interessanti: quando arriva qualcosa di davvero diverso, viene riconosciuto come per Flow l’anno scorso. Mentre Zootropolis 2 non lo voglio nemmeno vedere, perché nel 2026 usciranno tantissimi sequel.

Salvo: Io l’unica cosa che ho da dire è che faccio il tifo per KPop Demon Hunters.

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