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“History of Love”, un’esperienza cinematografica firmata Sonja Prosenc

Alla 37a edizione del Trieste Film Festival abbiamo intervistato Sonja Prosenc, a proposito del suo cinema e dell’immaginifico “History of Love”

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History of Love, della talentuosa regista Sonja Prosenc, è stato uno dei fiori all’occhiello della sezione Wild Roses, dedicata quest’anno al cinema sloveno. Una straordinaria occasione che il Trieste Film Festival ha offerto per scoprire una cinematografia sempre più brillante, ancora nascosta, ma che comincia a mietere premi in tanti Festival europei. Di questo cinema, Sonja Prosenc è una delle esponenti di punta, un’autrice con una precisa visione. Per conoscerla meglio, e approfondire i tanti temi del fascinoso History of Love, l’abbiamo intervistata in esclusiva per Taxidrivers.

History of Love è un film del 2018. Che effetto ti ha fatto rivederlo qui al Trieste Film Festival ad anni di distanza?

Forse può apparire un po’ vecchio ai miei occhi. Guardandolo da una certa distanza, è un film su delle sensazioni, in cui accadono cose difficili da spiegare. History of Love non risolve nessun mistero riguardo la protagonista, che ha subito una grave perdita. Il film, in un certo senso, vive con lei la vita di un’altra, come fosse una proiezione. Quando ho cominciato a immaginarlo, lo vedevo come un percorso tra momenti reali, ricordi e desideri. Una serie di pensieri tradotti in immagini, senza una linearità di rapporto causa/effetto, un lasciarsi andare alla corrente. Un film legato al mondo interiore dei protagonisti.

Come nasce la tua passione per il cinema?

Non c’è stata una scintilla da cui poi tutto è cominciato. La mia passione per il cinema è nata dal mio amore per l’espressione visiva. All’inizio, pensavo di fare documentari. Ma poi mi sono sentita sempre più attratta da questa domanda: come creare un certo tipo di esperienza per chi guarda un film, come creare un’esperienza in cui il materiale cinematografico incontra una persona che lo vive. Così è nato tutto.

History of Love

C’è una qualche fase del fare cinema che ami di più: concepire l’idea, scriverla, la produzione, dirigere, il montaggio, accompagnare il film?

Quando sono nella fase di scrittura o di sviluppo di un progetto, in qualsiasi fase mi trovi, penso sempre: «Adoro questo momento»! Perché è un processo a sé stante. E ogni fase ha una sua magia. È un’esperienza affascinante stare da soli e scrivere. La amo. Però poi mi piace parlare con le persone della sceneggiatura. Ma mi piace anche lavorare con gli attori, girare, pensare alle immagini, creare paesaggi sonori.

Vedi una qualche specificità di temi o di sguardo nel cinema sloveno?

C’è stato un periodo in cui molti film erano drammi sociali, che affrontavano tematiche post-transizionali rispetto alla Jugoslavia. Dopo l’indipendenza della Slovenia, la vita è cambiata, la società è cambiata e molti film hanno affrontato questi argomenti. Nell’ultimo decennio, il cinema sloveno è parecchio più diversificato, libero, vivido. È stato un periodo in cui le registe hanno, finalmente, avuto l’opportunità di realizzare lungometraggi.

Che atmosfera si vive qui al Trieste Film Festival?

La risposta è semplice: qui mi sento a casa. Conosco molto bene questo Festival. Anche perché, tra l’altro, giro in questa regione i miei film. Tutto è cominciato con un cortometraggio che ho fatto qui nel 2012, Jutro. In qualche modo mi sono innamorata dell’atmosfera di questa regione. Anche il mio quarto lungometraggio sarà ambientato in questa parte di confine, tra Slovenia e Italia.

Sonja Prosenc

Qual è il tuo rapporto con il cinema italiano?

Quando penso al cinema italiano contemporaneo, vedo alcuni film molto vicini a ciò che m’interessa come regista. Quindi mi piace. So che molte volte la gente dice che alcuni miei film sono vuoti, che non c’è una vera storia, una solida narrazione. Io penso che il cinema italiano abbia il talento di parlarti in modo diverso, di creare questo tipo di esperienza. È questo un collegamento che ho con il cinema italiano.

Com’è nata l’idea di History of Love?

È un film che mi facevo prima ancora d’iniziare le riprese. Era dentro di me da molto tempo. Credo sia nato pensando a mia madre, che ha perso la madre a 15 anni. C’è stato un momento in cui l’ho vista nella mia testa, da sola, alle prese con questa perdita. E ho sentito questo bisogno di essere lì con lei in questa emozione, in questo sentimento, così difficile da comprendere. Ecco perché ho voluto fare un film in cui la protagonista scopre anche un segreto, dopo la morte della madre, che in qualche modo cambia la sua prospettiva su di lei che, fino ad allora, era ridotta solo a questo ruolo, non era percepita come una persona reale, a tutto tondo. È così che siamo da bambini. Non vediamo i nostri genitori come le persone complete che sono. Sono solo padri e madri.

History of Love è una vera e propria esperienza audiovisiva. Come hai scelto le musiche e come hai lavorato su tutto l’aspetto sonoro? 

Si tratta in gran parte di musica preesistente, l’ho ascoltata molto durante la preparazione del film. Poi è stata adattata o ri-registrata con un’orchestra sinfonica. Volevo un pezzo con un coro, siamo andati in una chiesa per avere l’eco e l’atmosfera giusta. La musica originale è stata composta dal duo Silence (Primož Hladnik e Boris Benko), suonata dall’orchestra sinfonica di Norvegia. Anche per il suono c’era un sound designer norvegese, Gisle Tveito. È stata la nostra prima partnership, ora il mio nuovo film sarà la terza. È il collaboratore abituale di Joachim Trier, con cui ha fatto anche l’ultimo Sentimental Value. Era molto interessato a creare il paesaggio sonoro dell’interiorità della protagonista. Questo è stato l’aspetto principale che abbiamo cercato di affrontare in History of Love.

L’elemento dell’acqua è centrale nel film, a livello narrativo, visivo, sonoro: è, contemporaneamente, l’elemento della maledizione e della catarsi della protagonista?

Esatto. Non pensavo da un po’ a History of Love. Ho viaggiato accompagnando Family Therapy, il mio ultimo film, negli ultimi due anni. Ora che mi fai questa domanda, sono davvero contenta tu abbia notato questi due opposti perché questa era l’idea. È nell’acqua che inizia la perdita. È dove muore la madre. Ho sentito che in qualche modo doveva affrontarla, come se dovesse sperimentarla fisicamente. L’acqua ha un significato metaforico e simbolico che scorre per tutto il film.

Quali sono stati i tuoi punti di riferimento visivi e cinematografici per History of Love?

Quando realizzo un’opera, non penso ad altri film, non cerco riferimenti, ma credo che, quando le persone la guardano, vedano una sorta di collegamento con qualcosa che conoscono, con altri registi. Nel mio caso, non si tratta d’intrattenere con una storia, ma di creare un tipo d’esperienza particolare attraverso il linguaggio del cinema. Chi fa film è anche un pittore del suo tempo. Creiamo le nostre immagini. Posso associarmi ad autori che non pongono in primo piano la narrazione, ma la fotografia, il suono, la musica, che si concedono un certo ritmo cinematografico, un modo di viverlo diversamente rispetto all’usuale. Questo è ciò che m’interessa. Quindi non veri e propri riferimenti diretti, ma posso dire che sono attirata da questa tipologia di film.

Quello che è accaduto in Jugoslavia ha in qualche modo influenzato il tuo cinema, la tua visione del mondo?

È una domanda psicoanalitica, ma ultimamente ci ho pensato molto. Credo potrebbe aver influenzato il mio modo di fare cinema e anche la mia visione del mondo, che sono collegate. Perché la posizione che assumo, come autore nei miei film, non è dominante, non è autoritaria. Non codifico un significato e non mi aspetto che il pubblico lo decodifichi esattamente. Do molta libertà. Penso che anche le mie narrazioni frammentate ne facciano parte. Puoi percepirle come collegate a un Paese che sta cadendo a pezzi. Family Therapy è un film di satira sociale. Tratta di come possiamo percepire gli altri, quanta empatia possiamo avere, quanta ne vogliamo avere nelle nostre relazioni, con le persone che ci sono vicine, anche con gli estranei. Tutto nel mio cinema rifiuta l’autoritarismo, pure da un punto di vista narrativo. Questa è la mia etica.

History of Love

Dove hai girato History of Love?

Abbiamo filmato principalmente in Venezia Giulia, a Gorizia, qualcosa anche a Lubiana. Nella periferia di Gorizia, non in città. Lì abbiamo ambientato la casa di famiglia, il bellissimo giardino con le api. Le colline sono quelle intorno Gorizia. Il fiume che si vede si compone dell’Isonzo, della Lubiana e della Sava.

In History of Love ci sono diverse scene ambientate a teatro, la musica è fondamentale, ma l’inizio e la fine sono in una piscina. Come colleghi queste cose?

Mentre li menzionavi, mi è venuto in mente che il collegamento è che tutti questi ambienti in qualche modo offrono una possibilità o uno spazio per una sorta di esperienza metafisica. Penso che quando noi affrontiamo la perdita, tutti questi sentimenti così profondi e dolorosi, è qualcosa che cerchiamo. Nel finale, quando la protagonista sale sulla pedana in alto per tuffarsi, forse è la prima volta che riesce effettivamente a respirare.

History of Love

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