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‘Morbo K’: il ricordo di chi non si voltò davanti all’orrore

In occasione del giorno della memoria

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Ci sono storie che non si limitano a essere ricordate, ma chiedono di essere ascoltate di nuovo, perché, purtroppo, continuano a interrogare il nostro tempo. Morbo K – Chi salva una vita salva il mondo intero, è una di queste. In onda il 27 e 28 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, diretta da Francesco Patierno e coprodotta da Rai Fiction e Fabula Pictures, la miniserie riporta alla luce una tragica vicenda reale, poco conosciuta, restituendole finalmente lo spazio morale e narrativo che merita.

L’inganno che salvò centinaia di ebrei

Roma, 1943. Dopo l’armistizio, la città è soffocata dall’occupazione nazista. Il colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS, impone alla comunità ebraica un ricatto feroce: cinquanta chili d’oro in cambio della salvezza. L’oro viene consegnato ma la promessa è una menzogna. Il 16 ottobre 1943 il ghetto di Roma viene rastrellato: famiglie intere vengono strappate dalle loro case, condannate alla deportazione e alla morte.

In questo abisso nasce però un gesto di luminosa disobbedienza civile. Giovanni Borromeo, direttore dell’ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina — riconosciuto Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem — insieme ad Adriano Ossicini e Vittorio Emanuele Sacerdoti, compie un atto di grande coraggio: inventa una malattia. Il Morbo K, virus letale e altamente contagioso, frutto di un’invenzione disperata perché “davanti alla pazzia si può solo rispondere con un’altra pazzia”. Terrorizzati dal rischio di contagio, i nazisti si tengono alla larga. In quel reparto infetto e isolato vengono così nascoste decine di ebrei, salvati da una morte certa.

Raccontare l’orrore attraverso l’infanzia spezzata

La sceneggiatura di Peter Exacoustos sceglie una strada narrativa di grande sensibilità: raccontare l’orrore attraverso lo sguardo di un bambino. Il piccolo Marco e poi il Marco anziano ricordano costantemente quei tragici momenti. È una scelta potentissima. L’innocenza costretta a confrontarsi con la brutalità del mondo adulto amplifica ogni gesto, ogni silenzio, ogni paura. La Storia, così, smette di essere un concetto astratto e torna a essere carne, respiro, fragilità.

L’umanità che resiste davanti al nazismo

Al centro del racconto si staglia la figura del professor Prati, alter ego televisivo di Borromeo, interpretato da un Vincenzo Ferrera, semplicemente straordinario. La sua è una prova matura e profondamente umana. Prati non è un eroe scolpito nel marmo, ma un uomo che sceglie di non voltarsi dall’altra parte. È una figura che richiama inevitabilmente Oskar Schindler: uomini che davanti all’orrore decidono di assumersi il peso della responsabilità. I suoi gesti di umanità — come proteggere un medico ebreo sotto falso nome, interpretato con struggente delicatezza da Flavio Furno — hanno sempre il sapore del rischio assoluto; ma nonostante ciò lui fa ciò che è giusto.

L’amore come atto di resistenza

Accanto a Prati c’è un grande protagonista della vicenda: Pietro – interpretato da un bravissimo Giacomo Giorgio – giovane tirocinante, che decide di aiutare e sostenere il medico in questo piano che può costargli tutto.  Attraverso di lui comprendiamo quanto l’amore possa trasformarsi in un atto di coraggio e solidarietà. Pietro si innamora di Silvia, una giovane ebrea, e per lei — e per tutta la sua famiglia — rischia ogni cosa: la propria vita, quella della madre, il futuro. Non è ebreo, ma vive la tragedia con un coinvolgimento totale, disarmante. La sua fragilità e il suo terrore non lo paralizzano: li attraversa per fare la cosa giusta. È un personaggio che ci interroga profondamente perché dimostra che il coraggio non è assenza di paura, ma scelta consapevole di metterla da parte.

Silvia – interpretata da una sorprendente Dharma Mangia Woodsviene travolta da un incubo improvviso; eppure trova dentro di sé una forza inattesa. È una donna che potrebbe essere chiunque di noi, se solo avessimo il coraggio di immaginarci nei suoi panni: nel dolore, nella perdita, ma anche nella determinazione feroce di non cedere. Nel suo personaggio la serie dimostra che la brutalità non è riuscita a spezzare la giovinezza, ma, paradossalmente, l’ha resa più solidale e più umana.

In questa stessa umanità ferita e tenace riconosciamo anche il piccolo Marco, che diventa il volto di tutte le sofferenze dei bambini, dei più deboli, degli innocenti di ogni tempo.

Una storia potente e necessaria che interpella il presente

Sta arrivando la morte e noi proveremo a spaventarla” dice in una scena il dottor Prati. Parole che restano addosso e sintetizzano il senso profondo di Morbo K: una serie intensa, durissima, eppure attraversata da una luce ostinata. Un racconto che mostra come, anche nel buio più fitto ingegno, amore e coraggio possano diventare strumenti di salvezza.

Di prodotti così, oggi, abbiamo un bisogno urgente e Morbo K è la prova che raccontare la memoria con serietà e umanità non solo è possibile, ma è necessario.

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