Approfondimenti
La società contemporanea secondo la dark comedy norvegese
Published
5 giorni agoon
Nel panorama cinematografico contemporaneo, la Norvegia si è distinta per la sua dark comedy, grazie alla quale vengono alla luce le ipocrisie e il narcisismo della società di oggi.
Attraverso l’analisi di alcune opere recenti, si possono delineare dei percorsi che, seppur differenti, sono accomunati da umorismo grottesco, estetiche audaci e una non troppo velata satira verso l’alienazione e il vuoto relazionale.
Le tematiche maggiormente affrontate dalla commedia nera norvegese contemporanea sono la critica al mondo lavorativo, spesso presentato come cinico e alienante; il vuoto delle relazioni interpersonali, tra repressione delle proprie paure e la difficoltà nel creare connessioni autentiche; le pressioni sociali rispetto alla carriera, le relazioni, la necessità di apparire felici.
Più recentemente, con l’avvento e l’evoluzione della cultura mediale, la satira si sposta anche verso il mondo dei social media, la ricerca ossessiva della perfezione e il narcisismo caratterizzante dell’incontro con l’altro.
The Art of Negative Thinking: quando pensare in negativo può salvarti la vita
The Art of Negative Thinking (titolo originale: Kunsten å tenke negativt) è un film del 2006 diretto da Bård Breien.
Una psicologa accompagna un gruppo di persone disabili a casa di Ingvild (Kirsti Eline Torhaug) e Geirr (Fridtjov Såheim). Quest’ultimo da due anni vive su una sedia a rotelle e la sua tendenza auto-distruttiva lo porta a ribellarsi ai tentativi della moglie di salvare il loro matrimonio con il “pensiero positivo” portato avanti dalla psicologa e dal gruppo.
La messa in discussione del pensiero positivo forzato e della necessità di apparire felici è il fulcro della commedia nera di Breien. In un contesto in cui non sembra esserci posto per la condivisione autentica, Geirr ha il compito di sovvertire le regole, riappropriandosi del diritto di provare rabbia e manifestare debolezza. Gradualmente tutti i personaggi vengono coinvolti nel processo. Si confessano tra loro, litigano, si riconciliano, urlano, consumano alcol e droghe.
Il trauma non è più qualcosa di scomodo, da reprimere in modo socialmente accettabile dentro al sacchetto della psicologa, ma diventa legame collettivo. I protagonisti trovano supporto reciproco proprio attraverso il dialogo intriso di negatività e ambiguità. È una negatività che si amplifica, esplode e distrugge (anche in senso letterale, nella scena in cui fanno a pezzi gli oggetti nel salotto).
La satira colpisce anche la visione limitata che si ha della disabilità, spesso percepita come limitante, schematica, classificabile rispetto a chi è meno fortunato: la sequenza in cui i protagonisti stillano una classifica su chi tra loro abbia la vita e la disabilità peggiore rappresenta probabilmente l’apice del tono comico-grottesco del film. La loro ribellione è scomoda, soprattutto per i personaggi abili del film, che si ritrovano a fare i conti con la loro percezione di se stessi come “salvatori”, incaricati del “peso” della loro condizione.
The Art of Negative Thinking è una commedia nera che mette in discussione l’eccesso acritico del pensiero positivo e la visione superficiale della disabilità, che spesso non interroga in prima persona chi vive determinate condizioni. I protagonisti trovano comprensione e complicità proprio confrontandosi apertamente e condividendo anche le emozioni più scomode. La forza che trovano reciprocamente nella negatività è anche ciò che, alla fine, li aiuta a conviverci più serenamente.
The Bothersome Man e il vuoto del conformismo sociale
Sempre del 2006, The Bothersome Man (titolo originale: Den brysomme mannen), è diretto da Jens Lien.
Privo di ricordi del suo passato, il quarantenne Andreas (Trond Fausa Aurvåg) viene portato da un autobus in una stazione di servizio nel bel mezzo di un deserto, e successivamente accompagnato in una città. Gli vengono offerti un lavoro, una casa e una fidanzata. Tutti gli abitanti della città sono felici, realizzati, soddisfatti. Ma Andreas ha una sensazione strana e cerca di trovare una via di fuga.
Tutto risulta meccanico fin dalle prime scene, durante il bacio dei due ragazzi alla stazione del treno. L’atto è una performance svuotata, i loro sguardi sono totalmente sconnessi dal momento. Le ambientazioni della città utopica in cui si ritrova Andreas sono caratterizzate da tonalità grigiastre e da forme geometriche precise. Ogni interazione tra i personaggi e il protagonista è avvolta da una patina di formalità e distacco emotivo. Il disagio che vive Andreas è chiaramente leggibile sul volto del suo interprete, nel tentativo di adeguarsi al senso di appagamento collettivo.
L’obbligo a essere felici della propria condizione di vita preclude ogni possibilità di sincera apertura gli uni verso gli altri. Ogni interazione è incentrata sul lavoro e intrisa di formalità, non c’è spazio per le emozioni e la condivisione autentica. Questo è esplicitato nella sequenza all’interno della sala cinematografica, in cui il protagonista si commuove di fronte al film. La collega di lavoro, invece, resta totalmente impassibile di fronte allo schermo. Andreas è quello fuori posto, quasi inappropriato nella condivisione delle sue emozioni. Qualsiasi tentativo di vulnerabilità o di messa in discussione delle strutture sociali viene messo a tacere.
La critica di The Bothersome Man emerge dall’assurdità del conformismo. Le interazioni interpersonali e lavorative appaiono completamente svuotate di autenticità, in cui non c’è spazio per le conversazioni scomode o sincere. Il risultato è una grottesca messa in scena di una comunità utopica che finisce per rivelarsi una trappola fatta di aspettative sociali e appagamento forzato.
Ninjababy e la sovversione del desiderio di maternità
Ninjababy è un film del 2021 diretto da Yngvild Sve Flikke.
Rakel (Kristine Kujath Thorp) è una ventitreenne di Oslo senza nessun piano certo per il futuro, che scopre di essere incinta di sei mesi e mezzo. Nei suoi disegni confluiscono tutti i suoi stati d’animo, mentre instaura un dialogo immaginario con il bambino, denominato, per l’appunto, Ninjababy.
Il film, liberamente tratto dalla graphic novel Fallteknikk di Inga H. Sætre, mescola un tono di commedia agrodolce con l’animazione, mantenendo il legame con il fumetto originale e sottolineando la personalità creativa e fragile della protagonista, che intrattiene insolite conversazioni con il disegno stilizzato del bambino che porta in grembo. Il tono del film racconta con originalità discorsi ancora considerati tabù sociali. La gravidanza indesiderata, la vita sessuale femminile, l’aborto, sono messi in scena con ironia e delicatezza, evidenziando la fragilità di Rakel ma forse anche l’unica vera consapevolezza che ha raggiunto. Essere madre non fa parte dei suoi piani per il futuro, e in questo il film è efficacemente costante fino alla fine, proponendo una lettura alternativa del (non) desiderio di maternità.
Ninjababy è un film divertente e profondo, che unisce commedia e animazione per trattare tematiche profondamente attuali. La regista capovolge i ruoli canonici di genere e scardina le pressioni sociali, proponendo una protagonista ironica e irriverente come il tono del film. Una ragazza dalla vita caotica che, nonostante tutto, si dimostra estremamente coerente in tutte le sue contraddizioni.
Sick of Myself e Dream Scenario: le nuove identità mediali secondo Kristoffer Borgli
Entrambi i film sono diretti da Kristoffer Borgli: Sick of Myself (titolo originale: Syk pike) nel 2022, Dream Scenario nel 2023. Borgli guarda con ironia tagliente all’era mediale contemporanea e all’approccio estremo ai social media. La mancanza di rapporti autentici, la pericolosità delle relazioni tossiche e nuove crisi esistenziali della società borghese si mescolano all’umorismo nero e sfociano nel body horror.

Sick of Myself: essere malati di sé stessi
Signe (Kristine Kujath Thorp, la stessa protagonista di Ninjababy) e Thomas (Eirik Sæther) sono una coppia ossessionata dall’avere addosso l’attenzione di tutti. La loro è una relazione tossica, competitiva ed estrema. Quando Thomas inizia ad affermarsi come artista contemporaneo, Signe architetta un pericoloso piano pur di attirare su di sé l’attenzione di tutti. Anche a discapito della propria salute.
Borgli mette in scena l’atteggiamento contemporaneo del narcisismo e vittimismo social. Una visione forse al limite del tecnoscetticismo, ma che incarna, in modo più ampio, la mancata consapevolezza nell’approccio ai nuovi ambienti mediali. Signe sceglie di mettere a rischio la sua salute perché il prezzo più grande da pagare nell’era digitale contemporanea è l’anonimato. L’utilizzo inconsapevole dei social media e la spinta capitalizzante della tecnologia digitale spingono costantemente alla performance, a costo di vittimizzarsi. Anche i rapporti umani, siano essi reali o mediali, si svuotano di autenticità e complessità. Il narcisismo si fa preponderante nella relazione con l’altro, il bisogno di approvazione e di conferme diventa la scala valoriale dei rapporti sociali.
Sick of Myself riflette con ironia su questo, attraverso elementi di body horror e utilizzando i montaggio per confondere realtà e fantasia di Signe, che scivola sempre di più in una spirale narcisistica. Nell’ultimo atto, sarcasticamente intelligenti sono anche le immagini satiriche della moda e dell’attivismo performativo a danno dell’autentica rappresentazione di categorie marginalizzate.
Dream Scenario: fare i conti con la celebrità di oggi
Paul Matthews (Nicholas Cage), mediocre professore di biologia e padre di famiglia, vede la sua vita stravolta quando milioni di persone iniziano a sognarlo. Tuttavia, quando le sue apparizioni notturne prendono una piega da incubo, è costretto a gestire le conseguenze della sua nuova celebrità.
Diversamente da Signe, Paul non chiede la fama. Si ritrova semplicemente coinvolto nell’attenzione mediatica contemporanea, in cui i concetti di “viralità” e “popolarità” si fanno sempre più precari e in cui viene a mancare la netta distinzione tra reale e digitale, come nel film precedente di Borgli. Il regista lo rende evidente nel corso del film, quando per le persone diventa impossibile separare la finzione onirica dalla realtà. La critica si estende anche all’esigenza performativa (che, come in Sick of Myself, coinvolge anche un certo filone attivista), all’incapacità di entrare sinceramente in contatto con l’altro e alla mancanza di significato autentico assunto dall’arte, dalla fama e dall’individuo stesso, ridotto a dato algoritmico su cui capitalizzare.
Dream Scenario mette in scena la corruzione del capitalismo digitale e della tecnologia, che impongono ritmi di vita sempre più accelerati e in cui tutto può diventare trend e prodotto da vendere, ma anche essere dimenticato (o addirittura cancellato) con la stessa rapidità.