Trieste Film Festival

‘Mama’: racconto di donne. Accorato, ma debole nella messinscena

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Storie di madri e di figlie, di case straniere e fughe solitarie verso un domani migliore. Dal concorso del Trieste Film Festival un film di rabbia femminile e matriarcale dedicato a tutte quelle donne che, più che sull’orlo di una crisi di nervi, si ritrovano sull’orlo di un precipizio umano ed esistenziale: l’ultima spiaggia per guardare con occhi nuovi il tempo presente.

Già passato tra le Proiezioni Speciali di Cannes 78Mama (2025) dell’israeliana Or Sinai, è un piccolo film desolato su una donna indurita dai colpi della vita. Dopo anni lontana da casa a fare da domestica in un lussuoso villino, Mila (Evgenia Dodina) è costretta a lasciare temporaneamente lavoro e affetti per tornare dalla famiglia in Polonia. Qui ritroverà sua figlia Kasia (Katarzyna Lubik) che sta per sposare Yurek, di cui ha scoperto di essere incinta. 

Mama. Un racconto di donne e dei loro destini incrociati

Ed ecco che dopo un prologo all’insegna del comfort nello sterminato appartamento dove lavora (benvoluta dai proprietari), Mila deve sporcarsi le mani quando torna nella sua di casa, fatiscente come la storia con suo marito, precaria come il destino di Kasia, che è una studentessa brillante ma la maternità la mette con le spalle al muro: continuare a coltivare il suo futuro oppure dedicarsi con anima e corpo alla famiglia? 

Poche storie. Mama di Or Sinai è un indiscutibile racconto di donne e del loro destino ai bordi di una Polonia senza tempo o compassione, come la ricostruzione della Roma neorealista in C’è ancora domani (2023) di Paola Cortellesi. Ma stavolta gli uomini contano poco o nulla in questo esistenzialismo al femminile. Mila, che per (sopra)vivere ha dovuto lasciare la propria terra verso lidi e identità lontani, non vuole che Kasia faccia il suo stesso errore, cioè diventare madre senza aver smesso di essere figlia. Innocente come la sua giovinezza mentre cerca la sua strada.  

Cinema senza fuori campo

È un film che prende quota a poco a poco quello di Or Sinai (al lavoro con Evgenia Dodina, undici anni dopo il corto Anna) e forse si fa attendere troppo, con la sua messinscena che sembra sempre fuori tempo, oltre il rigore del ritmo. E a questo scarso ascolto delle immagini si accompagna un’idea (obsoleta) di cinema che non conosce fuori campo ma solo una lingua facile e qualche sporadico guizzo (come la strana vicinanza digitale nella videochiamata tra Mila e il suo giovane amante). Così la storia di Mila resta lì, faticosamente a galla tra le immagini che vorrebbero raccontare tanto, ma comunicano molto poco. Gli intenti appassionati di Sinai sono evidenti, ma il suo Mama manca di arguzia e brillantezza. 

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