Trieste Film Festival
‘Installation of Love’: il dolore sentimentale nel film di Maja Weiss
Un melodramma che scambia l’intensità emotiva per accumulo
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4 ore agoon
Quando nel 2007 esce Installation of Love, il film di Maja Weiss sembra inserirsi con impeccabile puntualità nel filone di quel cinema europeo che ama raccontare il dolore sentimentale come se fosse un valore in sé. Oggi, a distanza di quasi vent’anni, il film verrà ripresentato al Trieste Film Festival, in modo che possa essere riscoperto.
L’opera vive di toni enfatici, simbolismi insistiti, personaggi che soffrono molto e lo fanno con grande applicazione. E’ un melodramma estremamente serio.
Forse troppo.
La sensazione è quella di trovarsi davanti a un melodramma che scambia l’intensità emotiva per accumulo, portando ogni sentimento al massimo volume possibile e lasciandolo lì, a lungo. Una serietà inflessibile, quasi didattica, che a tratti fa sorgere il sospetto che il film non si fidi abbastanza delle proprie immagini.
Installation of Love – La trama
La storia segue Mojca, donna borghese di mezza età, elegante, benestante e profondamente annoiata dalla propria vita. La routine si incrina quando riallaccia una relazione con Miloš, artista concettuale di successo, affascinante ed egocentrico, che sembra incarnare con precisione quasi esemplare il cliché dell’artista incapace di scindere tra vita privata e creazione.
Il loro rapporto procede per tradimenti, crisi e riavvicinamenti, componendo un quadro sentimentale in cui la sofferenza diventa il principale motore narrativo. Mojca è fragile, costantemente esposta, emotivamente disponibile fino all’autosacrificio; Miloš è distante, manipolatorio, convinto che ogni esperienza possa — e debba — trasformarsi in materiale artistico.
Installation of Love – Analisi
Il film insiste su questo squilibrio con una regolarità rassicurante. Ogni passaggio arriva esattamente quando ce lo aspettiamo, ogni conflitto viene ribadito più volte, come a voler essere certi che il messaggio sia arrivato. Anche l’elemento artistico, che dovrebbe complicare il racconto, resta in superficie, evocato più come giustificazione che come reale oggetto di riflessione.
Dal punto di vista visivo, Installation of Love adotta un’estetica patinata e orgogliosamente kitsch: interni eleganti, dialoghi carichi di enfasi, una regia che sottolinea ogni emozione con zelo quasi scolastico. Il risultato è un film che promette complessità ma preferisce muoversi all’interno di dinamiche prevedibili, lasciando l’impressione di un melodramma elegante, irrisolto e molto attento a illuminare il dolore dal lato migliore.
In conclusione, Installation of Love è un film ben più che mediocre, e non fa nulla per non esserlo. Non osa, non innova, non dice nulla. Ma se era quello che voleva, beh allora in quel caso, ben venga. Chi si accontenta gode, no?
Questo è quello che Alessandro Truccolo avrebbe scritto se avesse visto il film fino al quarantacinquesimo minuto.
Il problema non è che quanto abbiate appena letto sia errato o incompleto.
Il problema è che Installation of Love, per tutta la sua durata, resta sempre un passo avanti allo spettatore.
Il momento in cui ce ne rendiamo conto è sorprendentemente semplice: quando Miloš spegne il televisore. Fino a un attimo prima stavamo guardando un film; un attimo dopo scopriamo che qualcun altro lo stava guardando con noi. Qualcuno all’interno del film stesso. Quelle immagini non erano “la storia”, ma un oggetto: un’installazione, un prodotto, qualcosa da accendere e spegnere.
È in quel gesto banale che Installation of Love smette di raccontare un melodramma e inizia a interrogare lo sguardo di chi lo osserva.
The Act Of Filming
Da lì in poi, l’opera si ricompone sotto una luce diversa. Il film che stavamo seguendo e l’installazione concepita da Miloš smettono di stare su due piani separati: coincidono. Installation of Love è contemporaneamente ciò che Miloš sta “realizzando” dentro la storia e ciò che noi stiamo guardando fuori. Non c’è interno, non c’è esterno: c’è un unico marchingegno che ingloba tutto, spettatori compresi. E il metacinema, in questo caso, non ha nulla di elegante o “raffinato”, non è esercizio di stile intellettuale: è molto più pragmatico, molto più vero. Necessario, quasi.
Un tasto premuto. Una camera accesa. Una vita trasformata in materiale.
Proprio qui che si annida la violenza del film — e non c’entra nulla il sangue. Filmare, in Installation of Love, non significa registrare il mondo: significa deciderlo. È un atto di forza che stabilisce cosa merita attenzione e cosa può scomparire, cosa è reale e cosa è solo rumore di fondo. Chi filma è soggetto, chi viene filmato diventa oggetto: non perché lo voglia, ma perché qualcuno ha acceso una videocamera e ha dichiarato, senza chiedere permesso, “questa storia è mia, e tu ne fai parte, che ti piaccia o meno”.
Mojca è calata fino al collo in questo paradosso, crudele e perfetto: soffre proprio perché viene filmata, esposta, usata; ma senza quell’atto, Mojca, per il film, non esisterebbe affatto. Il suo dolore, non ripreso, non è “meno dolore”: è semplicemente invisibile. E nel momento in cui diventa immagine, diventa anche consumabile, manipolabile, montabile. Non c’è scampo: o non sei vista, o sei presa. Un po’ come quella vecchia storia dell’albero che cade nella foresta ma nessuno lo sente…
Io ti guardo, tu mi guardi
A rendere il meccanismo ancora più crudele — e sorprendentemente comico — è il fatto che i personaggi siano perfettamente consapevoli di tutto questo. Guardano le immagini che li riguardano, le commentano, le anticipano, come spettatori stanchi di un film che conoscono già a memoria. Il cinema, per loro, non è più rivelazione ma routine. In questo cortocircuito, l’unico a restare sinceramente disorientato è lo spettatore, convinto di interpretare ciò che vede mentre il film gli è già passato davanti più volte. Viene quasi da pensare a una versione grottesca, ironica, sorprendentemente leggera di Inland Empire: stesso smarrimento ontologico, ma senza l’incubo. Qui il labirinto non spaventa: scherza, diverte, prende in giro.
E così la domanda più scomoda arriva senza proclami, quasi distrattamente, come una battuta infilata tra due scene: fino a che punto l’arte può permettersi di far soffrire? Quanta vita può essere esposta, utilizzata, piegata, prima che il gesto creativo diventi qualcos’altro? Weiss non risponde, non giudica, non assolve, non alza mai il dito. Preferisce mostrare il meccanismo in funzione, con un’ironia sottile, come se dicesse: tranquilli, è solo un’installazione. O forse no.
Poi succede la cosa più soavemente anticlimatica possibile: la telecamera si spegne. Non come gesto solenne, ma come si spegne un televisore a fine giornata. Nessuna catarsi, nessuna rivelazione definitiva. Solo la consapevolezza — quasi rassicurante — che tutto questo, dopotutto, è anche uno spettacolo che, talvolta, può permettersi di non essere maledettamente serio.
Installation of Love si chiude così, con un sorriso storto e una leggerezza disarmante: non smonta l’arte, non la condanna, non la santifica. La riduce a ciò che è sempre stata. Un dispositivo imperfetto, potenzialmente crudele, spesso ridicolo. Ma ancora capace, ogni tanto, di sorprenderci.
Anche — e soprattutto — quando decide di prendersi un po’ gioco di sé stessa.