Trieste Film Festival

‘Telo’: il corpo come carcere e liberazione

Una donna in lotta con la malattia

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Il film è presentato al pubblico mondiale per la prima volta nel 2023, al Sarajevo Film Festival. In programma per il 37esimo del Trieste Film Festival, che si tiene dal 16 al 24 gennaio 2026, questo gioiello a metà tra documentario e prosa lirica, ci regala sicuramente grandi momenti di forte debolezza umana, così come solo alcuni sanno fare. La regia (e sceneggiatura) di Petra Seliškar, segue, nel corso di due decenni, la protagonista di questo documentario: Urshka Malort, una sua carissima amica. Una regia che lascia spazio all’anima, senza l’invasività della tecnica. Petra scrive in prosa libera con la macchina da presa. Segue sinceramente le orme della sua amica, con uno sguardo tenero e compassionevole ad un corpo, che nonostante tutto, non smette di brillare.

Telo: mors tua vita mea

Sembra una lotta (in principio) quella tra la protagonista del documentario di Petra Seliškar, Urshka Malort, tra la sua vita e la morte. Improvvisamente avvisata dai medici di avere una grave forma di herpes, chiude gli occhi e li riapre molto tempo dopo. Invecchiata. L’esistenzialismo non può mancare: chi le darà indietro tutto quel “tempo perduto”Come direbbe Proust. Ma qui non si tratta di tempo perduto, poiché Urshka, subito rimessasi dal coma, sorride. Stancamente, ma sorride. E ci accompagnerà per tutto il documentario sorridendo a chiunque la riprenda. In un misto tra found footage e immagini di repertorio naturalistico misticizzanti. Alla Wim Wenders. La vita che aveva prima, la figlia piccola, la famiglia, e la carriera da pianista in forte ascesa, cambieranno, necessariamente, valore e punti di vista. André Gide scriveva: Loro non sapevano, poiché non conoscevano la malattia. E forse è proprio così, il mondo si divide in chi ha quasi sfiorato la morte con la malattia, e chi invece no.

Il sorriso come speranza umana

La bellezza (non voyeuristica) di un documentario girato nell’arco di vent’anni che ci mostra quanto a volte la vita possa colpire duro solamente alcune persone. “Come mai proprio a me, una seconda volta?” Si domanda Urshka quando, per la seconda volta, torna in coma e si risveglia molto tempo dopo. Sempre per una malattia autoimmune rarissima. Perché lei? Perché non un’equazione divisa umanamente tra tutta la popolazione mondiale, così più facilmente sopportabile? Qui si aprono quesiti metafisici, religiosi e ultraterreni. Urshka deve comprendere (se vuole vivere) come vivere nella serenità dell’hic et nunc. Nell’attimo della bellezza di una nuotata al lago.

Il Corpo parlante

Jacques Lacan, psicoanalista francese, definisce l’essere umano un parlêtre, un essere parlante, ovvero che si lascia parlare. Tutti gli esseri umani “sono parlati” e mai, del tutto, consciamente parlanti. Il corpo di Usrhka, questo, lo mostra: rabbioso a tratti, esagerato nella sua deformazione repentina. Mutilato nel suo totale abbandono cosmico. Un documentario che, come i più grandi sanno fare, pone al centro l’umano come soggetto nella sua indicibile poesia. L’irriducibilità dell’essere umano ingabbiato nei tormenti del proprio corpo. Nelle sue trasformazioni, nelle sue più profonde convinzioni, sino a scardinarle tutte, una per una. Lo scafandro e la farfalla incontra la slovenia, in una storia umana e universale, poiché tutti noi abbiamo un corpo, che, prima o poi, come quello di Urshka, può ribellarsi a noi stessi. La domanda che dobbiamo dunque porci è questa: nella nostra vita, stiamo sorridendo abbastanza, nonostante tutte le difficoltà?

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