Trieste Film Festival

‘Wind, Talk to Me’ è un ritratto di famiglia

Un documentario sulla famiglia, tra finito e non finito

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Wind, Talk to me (ì Vetre, Pricaj Sa Mnom) è il film d’esordio del giovane regista serbo Stefan Djordjević, presentato in anteprima al Rotterdam Film Festival, vincitore del premio miglior film al Sarajevo Film Festival, arriva al Trieste Film Festival nella categoria collaterale di film fuori concorso, Fuori dagli schermi. Si tratta di un documentario personale dove lo stesso regista si colloca davanti alla Mdp insieme a parte della sua famiglia.

Djordjević torna nella casa dove è cresciuto per festeggiare gli ottanta anni di sua nonna, invece di andare via rimane e decide di proseguire il lavoro per un film iniziato tempo prima, che aveva come protagonista sua madre malata. Il potere del cinema fa rivivere una presenza che forse non c’è più sullo schermo insieme al resto della famiglia, i nuovi soggetti scelti da Stefan.

Un ritratto familiare sperimentale

La famiglia di Stefan ha un legame particolare con la natura, parlano con il vento, accarezzano i tronchi degli alberi. Sono una comunità piccola e autosufficiente, la loro casa è in campagna e si aiutano a vicenda in ogni aspetto della vita quotidiana. Costruiscono, riparano, guariscono le creature che incontrano sulla loro strada come la cagnolina che chiameranno Lija. Stefan la investe lungo la strada che lo porta a casa e pian piano cercherà di guarire le sue ferite con il miele, conquistando la sua piena fiducia. Anche Lija diventerà parte del ritratto commovente che Stefan dedica alla sua famiglia.

“Il vento ci ascolta ed esaudisce i nostri desideri.”

Il film interrotto, il film da farsi

In Wind, Talk to  me, si crea una dualità di linguaggio: da un lato c’è il film che Djordjević gira nel passato con sua madre,

“il film deve somigliare a un documentario sulla natura selvaggia”

suggerisce Stefan alla sua attrice speciale mentre la filma nell’oscurità di una grotta. La madre recita per lui, occupa consapevolmente spazio nell’inquadratura. Ciò che rimane del primo progetto di Djordjević sono scene girate e alcune registrazioni vocali di conversazioni tra lui e sua madre, una donna vitale e dall’indole artistica.

Dall’altra parte c’è un film che prende forma sotto gli occhi dello spettatore; il documentario non previsto dove gli eventi accadono senza copione o finzione di alcun tipo. Stefan nasconde la telecamera dietro un albero e aspetta in silenzio penzolante su un ramo che accada qualcosa. Arrivano infatti i nipoti e il nonno, si avvicinano incuriositi alla lente nascosta, fanno smorfie, raggiungono lo zio sull’albero, creano l’immagine filmica, diventano i protagonisti di un film tutto nuovo.

Il vento, i silenzi

Il cuore del film è questo intreccio tra finito e non finito, che riesce a ricostruire un nucleo familiare spezzato dalla perdita. Stefan arriva nella sua casa con un trauma da affrontare, che è lo stesso di chi lo circonda. Affronta il suo viaggio come se fosse un ospite che arriva da lontano ma viene subito reintegrato nel tessuto familiare, riabbracciato insieme alla sua vocazione di narratore per immagini.

Il vento appare come un nume tutelare per la famiglia di Stefan, un saggio che veglia su di loro. La cosa importante è cercare il silenzio giusto per saperlo ascoltare per confidargli i loro desideri. Wind, Talk to me è pieno di silenzi che racchiudono il dolore di un figlio che ha perso sua madre e cerca di riportarla in vita con un film che lascia il segno per la sua sincerità e poesia.

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