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‘Achille’: un cortometraggio sull’importanza di esistere

Un cortometraggio che mobilita la coscienza

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Rai Cinema ha realizzato quest’anno il ventunesimo cortometraggio per Fondazione Telethon, dal titolo Achille, diretto da Greta Scarano e prodotto da Groenlandia con Rai Cinema. Il film si configura come un forte monito sulla necessità che lo screening neonatale per la leucodistrofia metacromatica sia reso disponibile in modo tempestivo e uniforme. Si tratta di una malattia genetica neurodegenerativa rara, con cui nasce il piccolo . 

Il luogo in cui si viene al mondo 

In Italia lo screening neonatale esteso esiste, ma non è applicato in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, e la leucodistrofia metacromatica non è ancora inclusa ovunque. In alcune regioni sono attivi progetti pilota, in altre no. Questo significa che la possibilità di una diagnosi precoce dipende ancora dal luogo in cui si nasce. E per patologie come questa il tempo è decisivo: le terapie funzionano solo se la malattia viene individuata prima della comparsa dei sintomi. Quando questi emergono, il danno neurologico è già in gran parte irreversibile.

Il cortometraggio espone dunque, con pudore ma con decisione, una grande lacuna del sistema: l’esistenza di cure avanzate che arrivano troppo tardi, non per limiti della ricerca scientifica, ma per una diagnosi che resta vincolata al codice di avviamento postale. 

Attraverso gli occhi di Sveva 

Sveva, la piccola, grande, sorella di Achille, chiude a chiave la porta di quella camera buia, gli prende la mano e lo porta a sognare con sé, come uno dei fantasmi del Natale di Scrooge. È il gesto che incarna un desiderio profondo: attraverso magia, fede e innocenza pura, Sveva torna indietro nel tempo, esaudendo un bisogno collettivo. Consegna il fratello alle cure
adeguate, lo porta in salvo con un “viaggio” nel cestello di una bicicletta, in un richiamo evidente a Elliott e al suo amato E.T.
Lo sguardo infantile non è un espediente emotivo, ma un dispositivo narrativo preciso: il mondo di Sveva è un mondo che non comprende
pienamente e che, proprio per questo, apre alla riflessione.

 L’innocenza che racconta 

L’innocenza diventa il filtro attraverso cui la malattia appare per ciò che è realmente: non un dolore soltanto individuale o familiare, ma una crepa che può attraversare chiunque. È nello sguardo di Sveva che Achille trova la sua apertura: un futuro fragile, ma ancora pensabile, che il cinema può contribuire a rendere visibile.

La scelta registica di Scarano, fondata su un linguaggio visivo sobrio — campi medi, movimenti di macchina contenuti, montaggio lineare e una colonna sonora commovente e coerente, del grande cantautore Brunori Sasmantiene il racconto su un registro intimo e controllato, perfettamente allineato al punto di vista infantile che struttura l’intero cortometraggio. 

Speranza 

Basta, infine, un vagito, potente nella sua semplicità, per dire al mondo: “sono qui, ho bisogno di te, prenditi cura di me”. Da quel gesto primario nasce la possibilità di essere accolti, presi in braccio, condotti nel luogo giusto — quello che può salvare. Achille restituisce così una speranza che sembrava perduta, ricordando quanto essa resti fragile, ma necessaria, nella naturale precarietà della condizione umana.

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