L’anteprima italiana al Trieste Film Festival ci porta nel presente tragicomico di una casa di riposo in Armenia. Qui, la comunità di anziani sta mettendo in scena Shakespeare. Mentre realtà, desiderio e follia a poco a poco si mescolano, i protagonisti raccontano le loro tragiche storie di vita.
Outliving Shakespeare, una storia vera e complessa
La piccola comunità abita un edificio fatiscente di epoca sovietica, fuori dal tempo e dal mondo. Circondata da una natura silenziosa, la casa di riposo fa anch’essa silenzio in mezzo al caos che inghiotte la regione caucasica: il duraturo conflitto tra Armenia e Azerbaigian, sfibrato da un quarantennio di guerre nella Nagorno Karabakh (o Artsakh in armeno), la regione più a sud del Caucaso.
Outliving Shakespeare, arrivato da Amsterdam (International Documentary Film Festival) a Trieste nel 2026, alza il sipario su un mondo spaccato in due, tra realtà e fantasia.
I suoi protagonisti, vaghi e persi nei ricordi di gioventù, sono anziani di un altro tempo, di un’altra vita. Alcuni di loro si rivedono in dei personaggi shakespeariani, folli, innamorati, o in cerca di essere redenti.
Il documentario di Inna Sahakyan & Ruben Ghazaryan (una produzione Bind e Bars Media) è un racconto assordante, pur nei suoi sacri silenzi. Una storia vera e complessa, che si aggrappa disperatamente all’irrealtà del “Bardo”.
“Ciò che si dipana non è semplicemente una storia sull’invecchiamento o sulla recitazione, ma sulla memoria, sull’amore e sul profondo desiderio umano di vedersi riconosciuti in qualcosa. Prima che cali il sipario, ognuno di loro trova un momento per essere visto veramente.” (The Hollywood Reporter)
Fotogramma di Outliving Shakespeare (2025)
Il confine scompare
Mentre dai notiziari in radio e tv vengono a conoscenza dei riflessi di un mondo complicato, nella semplicità del coup de foudre tra Romeo e Giulietta o nel dilemma amletico dell’“essere o non essere”, gli anziani attori trovano la via di fuga che, forse, stavano aspettando.
Il capocomico venuto ad assoldare la propria compagnia di teatranti assegna ai suoi membri i ruoli di un nuovo spettacolo da mettere in scena: Shakespeare’s Sins, ovvero i personaggi di Shakespeare affrontano l’autore che li ha creati. Personaggi che sopravvivono al loro copione e riescono a essere ancora attuali. Infatti, nelle storie di vita degli ospiti della casa di riposo c’è un po’ di Amleto e un po’ di Re Lear, un po’ di quel Romeo e di quella Giulietta. Leggermente sfocati ai bordi, ma sono loro.
Mentre si cerca di fuggire dalla realtà assecondando le fantasie – molto più affabili – di vecchi drammi rispolverati dagli scaffali, il confine tra realtà e sogno quasi scompare. Intanto che una onirica cerimonia di matrimonio, destinato a non durare, si consuma all’aperto, tra canti e balli il rimorso di trovarsi, esistere ancora, serpeggia e rende tristi e solitari i novelli sposi.
Dietro la scena, il buio
Dopo aver imparato a memoria un copione che ognuno rivive come se gli appartenesse, gli attori sono pronti per il palcoscenico. Si alza il sipario e la commedia-tragedia delle loro vite va finalmente in scena.
Una parte di loro è lì, sul palco. Ma lasciano indietro gli amori perduti, le patrie orfane, la solitudine e l’amarezza di vite vissute nel segno dei soviet, dei figli o degli amici. Alcune di queste cose non ci sono più, altre permangono come ricordi ben lontani, impossibili da raggiungere di nuovo.
Dietro la scena, c’è il buio di un’esistenza lasciata lì com’era cinquant’anni, sessant’anni prima. Alla memoria, alle pagine ingiallite di un album di fotografie, da sfogliare quando si ricade nella tentazione di farlo. Invece, sul palcoscenico, anche se si barcolla e si rischia di cadere, non si è più tentati di guardarsi indietro. Con tono, si recita una battuta e parte uno scroscio di applausi da ogni angolo della sala.