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‘Girl Taken’: il thriller psicologico che diventa riflesso del vuoto emotivo

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Con Girl Taken, disponibile su Paramount+ dall’8 gennaio 2026, il crime britannico tenta una manovra non scontata: sottrarsi al sensazionalismo. La serie, prodotta da Clapperboard Studios e diretta da Laura Way (Dead and buried, Maxine) e Bindu de Stoppani (Guida astrologica per cuori infranti, Cercando Camille) è tratta dal romanzo Baby Doll di Hollie Overton e racconta un rapimento senza mistero, scegliendo di interrogarsi sulle conseguenze più che sull’enigma.

Un thriller psicologico che promette rigore e profondità, sostenuto da un cast guidato da Alfie Allen (Il trono di spade, John Wick) e dalle sorelle Tallulah (Il mistero di Alywood House, Penelope) e Delphi Evans, e che fin dall’inizio dichiara l’ambizione di spostare lo sguardo dal fatto di cronaca al tempo lungo che segue.

Girl Taken – Guarda su Paramount+ Italia

Girl Taken Una storia che procede per sottrazione

La vicenda si apre negli ultimi giorni di scuola delle gemelle Lily (Tallulah Evans) e Abby Riser (Delphi Evans), diverse per carattere ma profondamente legate. Il rapimento di Lily da parte di Rick Hansen (Alfie Allen), insegnante stimato e figura di riferimento per Abby, interrompe bruscamente quell’equilibrio.

Da quel momento la serie segue tre linee parallele: la prigionia della ragazza, la disgregazione lenta e silenziosa della famiglia e la vita pubblica del rapitore, che continua a muoversi indisturbato nella comunità. Anche dopo la fuga di Lily, il racconto non si chiude, ma si sposta sul ritorno, sulle fratture che restano aperte e su una normalità difficile da ricostruire.

Un racconto senza indagine

L’identità del colpevole è chiara fin dall’inizio e non rappresenta mai un mistero. Girl Taken rinuncia deliberatamente alla progressione investigativa per osservare come il male possa esistere dentro la quotidianità, protetto dalla fiducia e dall’abitudine.

La tensione non nasce dalla scoperta, ma dall’attesa e dalla ripetizione, dal tempo che passa mentre nulla sembra cambiare. È una scelta coerente con l’impianto del racconto, che privilegia la dimensione psicologica, ma che richiede un equilibrio costante per non scivolare nella staticità.

 Girl Taken Un inizio saldo e paesaggi emotivi

I primi episodi sono quelli in cui la serie trova il suo assetto migliore. La violenza resta spesso fuori campo, suggerita più che mostrata, e la tensione nasce dalle assenze. In questa fase Girl Taken sembra pienamente consapevole del proprio progetto e  lascia che lo spettatore entri gradualmente in un clima di sospensione e inquietudine.

La regia di Girl Taken non cerca l’urgenza del thriller classico, ma lavora su un’immagine più rarefatta e suggestiva. Laura Way e Bindu de Stoppani utilizzano lo spazio come elemento narrativo: foreste immerse nella nebbia, strade deserte, orizzonti rurali che sembrano sospesi nel tempo.

Il paesaggio non è semplice sfondo, ma diventa uno specchio del vuoto, dell’isolamento e del trauma che attraversano i personaggi. Il montaggio asseconda questa scelta, dilatando le pause e lasciando respirare le immagini, mentre la musica accompagna senza guidare. Ne emerge un’atmosfera quasi incantata, più contemplativa che funzionale alla tensione.

Alfie Allen e la famiglia Riser

Il personaggio di Rick Hansen trova in Alfie Allen un interprete preciso e misurato: la sua recitazione evita ogni enfasi, costruendo un antagonista inquietante proprio nella sua apparente ordinarietà. Rick è credibile perché si integra nel tessuto sociale senza imporsi mai come mostro evidente, e sostiene gran parte del peso della serie, garantendone la tenuta anche quando la scrittura mostra qualche incertezza.

Più discontinua appare la resa delle sorelle Riser: Tallulah e Delphi Evans affrontano ruoli complessi, ma l’espressione del trauma resta spesso su registri prevedibili, e le dinamiche emotive tra le gemelle, pur presenti, raramente raggiungono piena profondità.

Sullo sfondo, il personaggio di Eve, la madre interpretata da Jill Halfpenny (Ghost Stories, Babylon), accompagna la vicenda con correttezza, mostrando la sofferenza senza esplorarla a fondo: funzionale allo sviluppo narrativo, fatica però a offrire una prospettiva adulta pienamente articolata.

Il contesto sociale appena accennato

Girl Taken sceglie un approccio fortemente intimista, concentrato quasi esclusivamente sulla dimensione familiare. Il ruolo delle istituzioni resta sullo sfondo, così come il tema della salute mentale, appena accennato. È una scelta coerente con l’impostazione della serie, ma che ne riduce la portata, limitando l’analisi delle responsabilità collettive.

Con il procedere degli episodi, la compattezza iniziale tende ad attenuarsi. Alcune situazioni si prolungano senza trovare nuove articolazioni, altre vengono risolte con maggiore rapidità. Il controllo formale rimane, ma il racconto perde parte della sua incisività emotiva, affidandosi a una linearità che non sempre si rinnova.

Una promessa mantenuta solo in parte

Alla fine, Girl Taken conferma le sue ambizioni ma ne rivela anche i limiti. La scelta di sottrarsi al sensazionalismo e di rinunciare all’enigma investigativo è sincera e, in più momenti, efficace. Quando la serie si affida allo stile, ai paesaggi emotivi e a una rappresentazione silenziosa del trauma, trova la sua voce più riconoscibile.

Ma non sempre riesce a sostenere questa impostazione con uno scavo narrativo altrettanto profondo. Ne risulta un thriller psicologico elegante e controllato, che mantiene molte delle sue promesse, senza riuscire a trasformarle tutte in necessità.

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