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‘Carosello in love’: quando la nostalgia diventa uno spot

La struttura episodica riflette le abitudini dello spettatore contemporaneo

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Disponibile  su Netflix, Carosello in Love di Jacopo Bonvicini nasce come dichiarazione d’amore verso la televisione italiana delle origini e finisce per assomigliare a un oggetto chiuso su se stesso, levigato fino all’irrilevanza. La Rai racconta uno dei suoi miti fondativi scegliendo di farlo dall’interno, senza mai prendere distanza, senza mai mettere in discussione il proprio ruolo, il proprio linguaggio, le proprie responsabilità culturali. Il film attraversa vent’anni di storia italiana, dal 1956 fino alla fine di Carosello, ma lo fa con lo sguardo di chi preferisce ricordare solo ciò che è rassicurante. Non c’è conflitto reale, non c’è spigolo, non c’è mai il rischio di disturbare. Tutto è ordinato, elegante, giusto. Ed è proprio questo il problema.

Il mito del Carosello trasformato in arredamento

Carosello è stato molto più di un programma pubblicitario: è stato un rito collettivo, un laboratorio linguistico, uno spazio in cui l’Italia imparava a riconoscersi come paese moderno, consumistico, televisivo. In Carosello in Love, però, tutto questo rimane sullo sfondo, come una carta da parati vintage. Il film cita Carosello, lo mostra, lo ricostruisce visivamente, ma non lo interroga mai. Non c’è una vera riflessione sul suo ruolo educativo, sul suo impatto sociale, sulle contraddizioni di un sistema che mescolava creatività, censura, morale cattolica e nascente cultura del consumo. Come ha osservato Aldo Grasso, l’operazione è apertamente autoreferenziale: la Rai racconta se stessa scegliendo la versione più accomodante possibile della propria storia. Gli errori di ricostruzione storica e le semplificazioni non sono incidenti, ma conseguenze dirette di questa impostazione. Carosello diventa così un simbolo svuotato, un’icona nostalgica buona per suscitare riconoscimento, non pensiero.

Una storia d’amore che anestetizza tutto il resto

Il film affida la sua tenuta narrativa sulla relazione tra Laura Ceccarelli (Ludovica Martino) e Mario Zanardi (Giacomo Giorgio). Lei è una giovane donna che entra in Rai e trova nel lavoro una possibilità di emancipazione; lui è un regista di caroselli che sogna il cinema “vero”, ma resta invischiato nella macchina televisiva. Una dinamica che, sulla carta, potrebbe funzionare come lente per osservare il rapporto tra individuo e istituzione, tra ambizione personale e compromesso professionale. In pratica, però, la scrittura si muove sempre sul terreno della prevedibilità. I conflitti sono addomesticati, le crisi durano lo spazio di una scena, i cambiamenti non lasciano segni. Tutto è raccontato con un tono da fiction generalista, dove anche i momenti teoricamente più drammatici sono avvolti da una patina rassicurante. La recitazione segue lo stesso registro: corretta, pulita, mai disturbante. I personaggi non sembrano vivere davvero dentro un’epoca, ma recitarla. Ne deriva una galleria di figure schematiche, più vicine alla macchietta che al personaggio, immerse in un mondo artificiale dove il tempo passa senza lasciare conseguenze.

Il film che imita la pubblicità e dimentica il cinema

La scelta strutturale di dividere il film in episodi che coprono diversi anni è forse l’elemento più rivelatore dell’intera operazione. Ogni segmento funziona come un blocco autonomo, con un suo piccolo arco narrativo, una sua chiusura, una sua “morale”. È impossibile non pensare al Carosello stesso: brevi storie, autosufficienti, pensate per essere viste senza continuità. Il problema è che qui non si tratta di una citazione ironica o consapevole, ma di una vera e propria adesione a una logica frammentata che sembra parlare direttamente allo spettatore contemporaneo, abituato a consumare contenuti seriali, spezzettati, facilmente interrompibili. Carosello in Love sembra rinunciare in partenza alla possibilità di costruire un racconto cinematografico unitario. Le scene sono spesso poco funzionali, decorative, intercambiabili. Non c’è accumulo emotivo, non c’è tensione narrativa, non c’è un vero senso di attraversamento del tempo. Ogni episodio potrebbe essere visto da solo, come uno spot. Ed è qui che il film tradisce definitivamente se stesso: nel tentativo di raccontare la storia della pubblicità televisiva, finisce per adottarne inconsapevolmente il linguaggio, trasformandosi in una lunga sequenza di immagini patinate che scorrono senza lasciare traccia.

Carosello in Love è un film che parla del passato ma ragiona come il presente più distratto. Non chiede attenzione, non pretende memoria critica, non rischia mai una posizione scomoda. È un prodotto elegante, ben confezionato, perfettamente allineato a una televisione che preferisce celebrarsi piuttosto che interrogarsi. Un racconto che, invece di restituire la complessità di un fenomeno culturale centrale nella storia italiana, lo trasforma in un’immagine liscia, consumabile, già pronta per essere dimenticata.

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