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‘Adolescence’: la miniserie da Globe tra Manosfera e identità

Non solo numeri: terremoto culturale, “cult” streaming e riflesso dell’adolescenza

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Una notte di stelle anche “netflixiane” è stata quella dell’11 gennaio, al Beverly Hilton Hotel di Los Angeles. Adolescence piazzato come miglior miniserie, con Stephen Graham vincitore, invece, del premio di migliore attore. Riconosciuti anche i ruoli di Erin Doherty e Owen Cooper, migliore attrice e attore non protagonisti della serie tv drammatica.

Dopo un anno e la premiazione del Golden Globe, lo show Netflix in quattro provanti episodi torna a far discutere di sé.

Adolescence e quell’elefante nella stanza

Un Belzebù in grado di decidere sulla morte o vita di qualcuno, Jamie ha tredici anni e un profilo in rete che lo chiude completamente dentro un ecosistema infernale. Manosfera, incel, Matrix: luoghi di Internet estremisti, pilotati da individui che si consumano nella violenza, nel risentimento e nella frustrazione sessuale.

Tutto passa attraverso un commento sotto un post di Instagram, una vessazione anonima – perché inflitta da molti – tra le mura di scuola, o un “no” di una donna che viene scambiato per “affronto” alla mascolinità di un uomo. Così, Jamie, immerso in questo girone di abuso, uccide a coltellate la sua compagna di classe.

Adolescence è un trattato in piano sequenza sull’adolescenza, dai tredici ai diciassette anni. Adolescenza che c’è ma non si vede, o voltarsi dall’altra parte è il modo per non vederla.

Leggi la recensione su Taxi Drivers: Adolescence’, un drammatico e unico piano sequenza di Sandra Orlando.

Scena in Adolescence (2025)

Oltre i numeri da record

Il 2025 si è fatto trascinare da un racconto entrato negli schermi con prepotenza. A marzo, nel catalogo di Netflix aveva provocato uno scossone non facile da dimenticare, indigesto e subito avvertito anche dalla Top 10 all-time del colosso streaming che risultò uguale in 93 Paesi (nei primi venti giorni dalla pubblicazione, la miniserie aveva già fatto numeri da “cult” attesissimo): il terremoto culturale Adolescence calamitò l’attenzione generale di critica e pubblico – solo indietro di un posto, nella classifica globale, c’era la terza stagione del fenomeno Stranger Things.

Ma Adolescence, come calamità mediale che aveva convinto il mondo a pensare “non sono solo ragazzini”, non è stato solo un numero da inserire in Top Ten.

Lo show di Jack Thorne e Stephen Graham dice tanto quanto mostra a schermo: un microcosmo di pensieri, paure, mistificazioni potrebbe nascondersi nella forse apparente tranquillità della cameretta di un adolescente. Non per restare, ma per trasformare la sua vita in un autentico inferno “diffuso”. A scuola, sui social media, nel salotto di casa. Monitorato “acca ventiquattro” da una presenza assente, che gli fa i compiti e gli lava i denti, gli rimbocca le coperte e lo risveglia il giorno dopo. Assieme all’adolescente, crescerebbe un mostro che ha le fattezze di un’allieva della sua classe o di una psicologa clinica che gli chiede semplicemente “come sta”.

Oltre Netflix

“Abbiamo realizzato questo show per stimolare un dibattito. Volevamo sollevare la questione di come mettere fine a questa crisi.”

La dichiarazione di Graham arrivò a fine marzo in seguito alla decisione presa dal primo ministro britannico, Keir Starmer, di permettere la visione gratuita della serie nelle scuole secondarie del Regno Unito. Un’iniziativa, a detta dei creatori del prodotto Netflix, che avrebbe potuto fomentare il dialogo sui temi adottati da Adolescence e affrontati dai suoi personaggi.

La prevaricazione tra pari, l’autostima dei singoli e l’indisposizione di alcuni adulti a voler comprendere una fase così delicata della crescita, sono alcune delle questioni che Adolescence raccoglie e fa sue nel corso di quattro puntate. Non c’è spettacolarizzazione del crimine né dei protagonisti, sempre lucidissimi, e in questo i piani sequenza aiutano molto.

Una serie che, al tempo, andò oltre la sua piattaforma di distribuzione, diventando una cosa a parte: appunto, lo stesso microcosmo che cercava di scrutare attraverso il proprio potente telescopio.

Scena in Adolescence (2025)

Oltre la miniserie stessa

La scoperta della sessualità, tipica per un adolescente, diventa però per Jamie un capriccio del proprio corpo da dover per forza castigare. Essere vergine è un limite che solo il 20% degli uomini patisce, e Jamie sente di appartenere a quel “venti”. Risentito di essere “brutto” e affatto desiderato dalle donne della sua età, l’identità del ragazzo ne risulta immancabilmente compromessa. Ma quello che Jamie vede e pensa di se stesso è l’esca all’amo perfetta che attrae i pesci piccoli come lui, integri in un mondo che li vorrebbe rotti.

“L’80% delle donne è attratto da solo il 20% degli uomini”. La malsana conclusione a questa legge del più forte, che inquina pagine di storia e di diritti – umani, prima che femminili e femministi – converge con quella di altre “verità” del machismo tossico, che la miniserie intavola e porta a casa.

E, poi, ci sono gli incel, sottocultura virtuale dedita al “celibato involontario”. I suoi membri (in tutto il mondo) si autodefiniscono incapaci di piacere alle donne, dalle quali si sentono, per questo, discriminati e verso le quali istigano un odio viscerale. Un fenomeno nato online e che avrebbe, nel 2014 e nel 2018, fatto da scusa a due stragi, avvenute l’una a Isla Vista, in California, e la seconda a bordo di un furgone-ariete lungo la via di un distretto affaristico di Toronto.

In queste ideologie c’è di vero poco, ma ognuna è parte di un tutto: la cosiddetta Manosphere, “sfera del maschio”, che promette protezione e potere di rivalsa a chi si sente piccolo piccolo. Anche, un bambino.

Oltre tutto e basta

Dove status, popolarità, “body count” – il numero di partner, uomini o donne, con i quali si è andati a letto – emoji che diventano codici di decifrazione di un universo non condiviso tra adulti e adolescenti, alimentano l’autostima come benzina gettatele sopra, Adolescence indaga su cosa abbia scatenato l’incendio e perché.

La complessità della domanda è tale, che la miniserie lascia in sospeso la risposta, in un finale che, però, desidera riceverla a tutti i costi. Oltre se stessa, la serie non si sporge più di tanto. Ma è già abbastanza così. Guardandosi da fuori, attraverso gli occhi lucidi dei genitori e della sorella di Jamie chiuso in carcere, Adolescence comprende il proprio valore di turning point della produzione Netflix e seriale tout court.

Icona del 2025, quando ha vinto otto Emmy Awards, è stata icona anche di questo inizio anno. Forse, veramente come cult streaming e generazionale, ma, soprattutto, lettera d’intenti che non ignora niente e nessuno.

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