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Nicoletta Romeo presenta il Trieste Film Festival

Intervista a Nicoletta Romeo, direttrice del Trieste Film Festival, il più importante appuntamento italiano con il cinema dell’Europa centro orientale

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Dal 16 al 24 gennaio si svolgerà a Trieste, una città dal fascino unico, frontiera tra Est e Ovest Europa, la 37a edizione del Trieste Film Festival, un viaggio nel cinema, fra le culture, con oltre 120 appuntamenti, tra film, documentari, cortometraggi, masterclass, incontri. Un’occasione per conoscere il passato, il presente, le proiezioni del prossimo futuro di una parte sempre magmatica del nostro continente europeo. Il Trieste Film Festival sarà un laboratorio artistico con registi, il loro mondo e le loro storie, capaci di creare ponti tra Est e Ovest.

Per parlare di quanto accadrà in questa attesissima 37a edizione, abbiamo intervistato la mente del Trieste Film Festival, la direttrice artistica Nicoletta Romeo.

Qual è la specificità di questa 37esima edizione all’interno della storia del Trieste Film Festival?

Quest’anno avremo film particolarmente importanti. In anteprima italiana proietteremo Franz di Agnieszka Holland, un ritratto dello scrittore Franz Kafka, poi le storie nascoste negli autoritarismi del Novecento con La scomparsa di Josef Mengele di Kirill Serebrennikov e Due Procuratori di Sergei Loznitsa. In programma anche titoli di alcune delle firme più interessanti del cinema contemporaneo, come Ildikó Enyedi, Šarūnas Bartas, Christian Petzold, Mascha Schilinski e Nastia Korkia. Si raccoglieranno i risultati di un anno di lavoro molto intenso. Altre specificità sono legate ad alcune tematiche che attraversano più film nelle diverse sezioni. Una che emerge è quella del lutto e della rinascita: il lutto come condizione di un Paese in guerra o il lutto individuale, familiare, e poi la rinascita: un tornare alla vita, trovare la cura che, spesso, è la solidarietà degli altri, il vivere in comunità, condividere una problematica.

Franz

Ho trovato estremamente affascinante la frase di presentazione di questa 37a edizione: «Oltre la storia, tra le geografie dello sguardo: sogni, rinascite e memoria». Pur tra la varietà delle nazioni rappresentate, vedi dei sogni, delle rinascite e una memoria condivise?

Purtroppo, la memoria non è condivisa in quella parte d’Europa. Questo né a livello personale né istituzionale, basterebbe vedere i libri di storia delle scuole serbe, bosniache, slovene o croate. Sia a livello d’immaginario che di narrazione, una memoria condivisa proprio non c’è. Quello che facciamo con i film è raccontare traumi. I traumi collettivi sono interessanti perché danno origine ad altre narrazioni: un popolo che si racconta e offre un’altra prospettiva. Che questo accada attraverso il mezzo cinematografico è molto affascinante, ti permette di capire meglio la società e il Paese che c’è dietro un regista. Aggiungo che gli autori dell’Est hanno sempre molto presente il mondo da cui provengono, sono film in cui la società è parecchio presente. Noi questa cosa l’abbiamo un po’ persa. La società sembra solo uno sfondo, quasi un orpello, non è importante venga fuori. Non ci sono più neanche i conflitti di classi sociali, spariti. Mentre, nell’Est, tutto questo c’è. Il contesto sociale è lì, con tutti i problemi, le contraddizioni, ma pure la sua poesia. Questi registi sono molto sensibili, molto lucidi in percorsi di autocritica, anche spietata, nella denuncia del proprio Paese, hanno meno pudore, riescono a raccontarne tutte le pieghe, positive e negative.

Molto particolare è la locandina di questa edizione del Trieste Film Festival.

È un’immagine che si prende un po’ gioco di noi triestini, perché si vedono gli effetti della bora su alcuni passanti. È un omaggio al grandissimo fotografo Ugo Borsatti, che si è spento nel 2025, a 98 anni. È stato un fondamentale testimone del nostro Novecento, partendo proprio da Trieste. Abbiamo ritenuto giusto ricordarlo attraverso la locandina del Festival.

Una delle sezioni più caratteristiche del Trieste Film Festival è Wild Roses, ogni anno dedicata a registe donne di una nazione dell’Europa orientale. Quest’anno la Slovenia. Che cinema, che storie, che sguardi avete trovato?

Curatrice di questa sezione è Nerina Kocjančič, responsabile della promozione e della distribuzione del Centro di Cinema Sloveno di Lubiana, che conosce quel cinema da quando è nato, da quando la Slovenia si è dichiarata indipendente. Questo focus ci dice, innanzitutto, che ci sono tantissime registe donne. La selezione comprende 13 lungometraggi, tra fiction e documentari, e 10 cortometraggi, molti di animazione, una vera eccellenza in quel Paese, una tradizione che viene da lontano e che in Slovenia è rimasta molto attiva. Nei film ci sono storie che mettono al centro la donna. Non solo registe donne, quindi, ma storie con protagoniste donne. Pensiamo, per esempio, a Fantasy, di Kukla, storia di tre ragazze giovanissime che vivono nelle periferie, in un mondo molto multietnico, la prima volta che in un film sloveno si fa vedere una comunità così multietnica, che esiste anche lì, con persone che vengono dalla Macedonia del Nord o dal Kosovo, apolidi che, dopo i conflitti balcanici, si sono spostati, con tutti i problemi che ne conseguono. Oppure un’opera molto sensuale come La ragazza del coro, di Urška Djukić, candidato della Slovenia agli Oscar, un film fatto di atmosfere, sguardi, quasi tattile nella sensualità che scoppia tra le ragazze, in questa storia di formazione che parla di un risveglio del corpo, di desiderio femminile. Un’opera che, invece, torna indietro nella Jugoslavia è Ida, di Ester Ivakič, un film affascinante, tutto ambientato nella regione del Prekmurje, in montagna, una Slovenia che di solito non viene rappresentata al cinema. Sono storie con personaggi femminili molto lontani dagli stereotipi, uno sguardo giovane, soprattutto sulle donne di oggi, con le loro speranze e i loro sogni.

Dallo scorso anno c’è una sezione dedicata al cinema queer: una necessità o una moda dei tempi?

Nel nostro caso, una necessità, perché questa sezione nasce all’interno di un preciso contesto geopolitico, quello dell‘Europa dell’Est, in cui si vanno a toccare temi anche scomodi, vale a dire la mancanza di diritti civili. Quindi è una sezione nata per dare visibilità a film che sono difficili da reperire, che non escono in sala, che non riescono a esprimere la propria voce. Questo è al cuore del Festival: dare una voce a chi non ce l’ha, a tutti coloro che sono ai margini, in qualche maniera. È una sezione che si sta sviluppando in modo molto interessante: quest’anno, per esempio, si sono aggiunti anche i cortometraggi. Da un lato avremo storie che riconciliano, penso, per esempio, al greco La grotta dell’orso; dall’altro, però, anche un’analisi, se vogliamo spietata, di come in tanti Paesi manchino i diritti fondamentali per le comunità queer, che ancora non si possono esprimere, anche in quanto artisti. Da questo punto di vista, il Trieste Film Festival rappresenta uno spazio libero, democratico, inclusivo, in cui questi registi possono dialogare con il pubblico, parlare delle loro opere. Sempre più c’è bisogno, in queste derive autoritarie in cui viviamo, di dare spazio ad artisti differenti, che portino prospettive nuove.

La grotta dell‘orso

Il corpo del Festival è la sezione concorsuale, dove troviamo lungometraggi, cortometraggi e documentari. Che annata è stata per la selezione? Qual è lo stato dell’arte della cinematografia dell’Europa orientale dal tuo osservatorio?

Per quanto riguarda i documentari, la selezione è sempre fortissima. È un genere che si fa con meno soldi e, dove ci sono meno soldi, c’è più flessibilità, libertà, sia produttiva che di sguardo. Per esempio, dall’Ucraina arriveranno due documentari molto potenti. Uno è Militantropos, del collettivo Tabor, un racconto filosofico, esistenziale, sulla guerra che ancora imperversa. L’altro è Un’inondazione silenziosa di Dmytro Sukholytkyy-Sobchuk (l’autore di Pamfir, uno dei film ucraini più belli degli ultimi anni), che al Trieste Film Festival presenta un documentario molto interessante su una comunità che vive nelle periferie. Nel caso di questo Paese in guerra, fare documentari è decisamente più facile rispetto alla fiction, anche considerando che i fondi sono stati ulteriormente tagliati. Nel documentario, ci sono sempre delle storie che ricorrono. Una di queste è quella dei migranti, dei rifugiati, tema molto sentito anche nell’Est Europa, di come intere comunità si siano reinventate.

Nel caso invece della fiction, invece, devo dire che ho avuto più difficoltà nella selezione. Un po’ perché, secondo me, anche nell’Est Europa, c’è ormai una tendenza a uniformarsi a un canone che ci viene dato da Netflix, dalle serie, da un immaginario che non è più solo cinematografico, ma televisivo, che viene dall’America. Mi riferisco, per esempio, a tanto cinema polacco e ceco. Ci sono dei film anche molto belli, però non c’è più una ricerca di linguaggio, che è alla base del cinema artistico che vogliamo far vedere nei Festival. In concorso abbiamo molti giovani autori, con opere prime, perché ci sembra giusto dare freschezza, vedere quali siano le tendenze del nuovo cinema dell’Europa orientale, visto che cambiano continuamente le fonti d’ispirazione, i maestri, le tradizioni di riferimento.

Nella sezione cortometraggi, c’è un mix tra autori già affermati e nuovi registi. Quest’anno, per esempio, abbiamo lo splendido Index, di Radu Muntean, uno degli autori più importanti della New Wave rumena; ha già fatto tantissimi lungometraggi, ma è tornato a fare un corto, anche a dimostrare come questo non sia solo una palestra per il lungometraggio, ma una forma d’arte indipendente, a cui molti maestri del cinema si riavvicinano. Accanto, ci sono opere di giovani, anche provenienti dalle scuole di cinema. Una sezione davvero molto varia.

Militantropos

La retrospettiva di quest’anno s’intitola Il secondo turno: compagne di lavoro. Cosa ci troveremo?

È una retrospettiva nata da un’idea mia e del giovane curatore Călin Boto, un critico cinematografico rumeno. Eravamo al Cinema Ritrovato di Bologna a vedere un documentario di Marta Mesaros sulle donne operaie nel periodo socialista, dagli anni ‘50/’60 in poi. Abbiamo pensato di lavorare proprio su questo tema, su come siano state ritratte anche da registi famosi. Nella sezione abbiamo non solo Marta Mesaros, ma anche un cortometraggio documentario di Bela Tarr, un omaggio postumo, non pensato prima, al grande maestro scomparso da pochi giorni. S’intitola Cinemarxismo, è stato visto pochissimo, quindi una vera chicca, anche molto divertente, che già contiene tutti i temi del suo cinema. Nella sezione c’interessava come il cinema avesse raccontato il mondo femminile della classe operaia che, da un lato, viene sfruttato; dall’altro, però, permetteva alle donne libertà di movimento, anche quella di andar via dalla campagna per avvicinarsi alle città con grandi complessi industriali. Quindi, una visione che si muove tra libertà di emancipazione femminile e momenti, invece, di grandi sofferenze, grandi solitudini.

Il Trieste Film Festival non è solo film, ma anche incontri, conversazioni, masterclass. Ce ne indichi qualcuna in particolare?

Due su tutte. La prima è la masterclass con Kirill Serebrennikov, mercoledì 21 gennaio, al Politeama Rossetti: sarà un momento interessante per ascoltare il bad boy dissidente russo, per parlare anche del suo ultimo film, proiettato il 20 gennaio, La scomparsa di Josef Mengele. La seconda, una masterclass con Ildikó Enyedi, sabato 24 gennaio, prima di vedere Silent Friend, uno dei film più apprezzati e premiati all’ultima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Sarà l’occasione per ripercorrere la loro carriera artistica.

Dall’ampiezza, specificità dei temi e numero delle proposte, s’intuisce quanto deve essere complicato mettere insieme un programma così.

È complicato, ma abbiamo tempo un anno, perché il lavoro di un Festival inizia già il giorno dopo che è finito. Anzi, è già cominciato quello per l’edizione del 2027, è un impegno continuo. Poi c’è una squadra che mi aiuta, che è diventata molto ampia negli anni, tutte persone che amano il Festival e la sua idea: sostenere questo tipo di cinema, che sicuramente è diventato meno marginale in Italia, ma che, comunque, continua ad avere le sue difficoltà a essere visto.

Tu dirigi il Trieste Film Festival ormai da molti anni. Oltre a un’indiscutibile competenza, hai conservato la passione per questo cinema e questa meravigliosa creatura che è il Festival, in una città particolare, di frontiera, com’è Trieste. Al di là dell’aspetto lavorativo, cosa fa mantenere così viva questa fiamma, questo amore?

Da un lato viaggiare, dall’altro il fatto che è un lavoro che non faccio da sola: se così fosse, mi scoraggerei, quando ci tagliano i finanziamenti o quando non riesci a ottenere i film che vorresti. I momenti di scoramento non mancano, ma ho la fortuna di avere una squadra che mi supporta, che mi aiuta a comporre il Festival e mi dà sempre forza durante l’anno. Poi viaggiare, andare agli altri Festival, ai mercati di cinema, in vari Paesi, anche alle manifestazioni più piccole delle nazioni dell’Est Europa. Il fatto di essere connessa con il mondo creativo di registi e produttori mi dà la forza di andare avanti. Ti fa vedere film in anteprima, con scoperte che scaricano adrenalina, quel piacere degli occhi e della mente, del cuore, che è fondamentale per fare questo lavoro. Incontrare registi e produttori, ascoltare i loro problemi, entrare nel loro mondo, ti fa anche stare con i piedi per terra, ti dà quella carica umana che serve. È fondamentale viaggiare, andare a prendersi i film che vuoi portare a Trieste. Non abbiamo l’atteggiamento passivo di star qui ad aspettarli. Bisogna fare ricerca, un’intensa attività di networking tutto l’anno, intrattenere relazioni. Perché, alla fine, io mi sento un’ambasciatrice. Ambasciatrice di una città, Trieste, di un Festival, ma soprattutto di un cinema, che va dai Paesi baltici fino al sud est europeo, che sarà sempre la mia passione.

Nicoletta Romeo con Monica Goti, Presidente Alpe Adria Cinema

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