Opera prima nel lungometraggio dell’artista il film è ispirato a una storia vera e ambientata nel 2013, mentre la Grecia stava ancora affrontando le conseguenze più dure della crisi, e racconta la lotta silenziosa e quotidiana di chi si trova ai margini.
La crisi finanziaria del 2008 ha rappresentato un vero e proprio spartiacque per molti paesi e ha messo in luce le fragilità interne e la corruzione radicata nei sistemi nazionali. In Grecia, il contraccolpo è stato particolarmente devastante e duraturo, lasciando sulle spalle dei più deboli, lavoratori e immigrati, il peso maggiore di questa tempesta economica.
Elena’s Shift. Trama e personaggi
La protagonista, interpretata da Maria Dragus, è una madre single di origini rumene che vive ad Atene con il figlio Luca (Filippos Sklikas). Elena lavora come donna delle pulizie nella stessa azienda dove aveva lavorato anche la madre, Ada (Rodica Lazar). Ben inserita nella comunità di immigrati, Elena si sforza di ottenere la cittadinanza greca, nonostante non ne abbia un reale bisogno, fallendo però nel suo intento a causa della mancanza di legami con cittadini greci. Trascorre la maggior parte del tempo con la famiglia e con le colleghe, anch’esse prevalentemente straniere. Tra queste c’è Maia (Macrina Balardeanu), che la invita insistentemente a tentare una nuova vita in Germania, un’idea che però incontra la resistenza di Luca e Ada.
Elena scopre improvvisamente che il suo contratto di lavoro non sarà rinnovato. Decisa a far valere i propri diritti, si rivolge al sindacato e qui incontra l’avvocata Yota (Penelope Tsilika).
Approccio visivo
Tsivopoulos adotta un approccio fortemente visivo che ci riporta al realismo sociale contemporaneo: la fotografia è di Konstantinos Koukoulios e si caratterizza per l’uso della camera a mano . Ci immerge così in appartamenti spogli e caotici e sulle strade della città.
Il vero punto di forza del film è nella recitazione di un cast azzeccato: le sue interpreti principali, soprattutto Maria Dragus, regalano una performance intensa e credibile. Tsivopoulos si concentra spesso sui loro primi piani alternando silenzi a dialoghi intensi tra i personaggi principali. E qui il film cede con una sceneggiatura a volte i troppo vaga e poco incisiva che non da loro abbastanza da ‘esporre’ e valorizzare. La sensazione resta quella di incompiutezza e di un leggero appiattimento di un contesto emotivo che sarebbe potuto essere entusiasmante.
Il film di Tsivopoulos tuttavia segue Elena e ci fa entrare nei suoi panni, permettendoci di provare le sue emozioni e prospettive, anche se molto diverse dalle nostre. La regia mostra quasi affetto e attenzione verso la protagonista, usando il silenzio e le espressioni del corpo per farci percepire i suoi pensieri. E questo colpisce. Nonostante la storia includa momenti duri e violenti, il regista mantiene una nota di speranza, offrendo un’esperienza emotiva dura ma incoraggiante.
La storia di Elena nel terzo atto perde un po’ ma nonostante questo il film resta dentro e lascia un quadro sincero e crudo , e mai pietista, di cosa significhi essere stranieri in una terra straniera colma di difficoltà.
Dunque un esordio che, pur con qualche incertezza, convince per la sensibilità con cui affronta il tema della precarietà e dell’emarginazione attraverso gli occhi di personaggi molto credibili.