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Noah Baumbach: kicking and screaming

On the road nel cinema made in USA. Rubrica a cura di Rosario Sparti

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L’onestà non sempre paga, soprattutto se confina con la sgradevolezza di una sincerità senza freni. Lo sa bene Noah Baumbach, impegnato con le sue opere a raccontare senza censure un’umanità ferma al palo delle proprie ambizioni velleitarie, schiacciata dal proprio ego e sempre impegnata a tenere lezioni di superiorità. Personaggi fastidiosi, spiati con entomologica cura dallo sguardo umano troppo umano di una cinepresa che con un solo dettaglio è in grado d’evocare una psicologia precisissima. Sin dai tempi dei laureati di Kicking and Screaming, l’interesse del regista è tutto proiettato verso quello spazio che intercorre tra ciò che si vorrebbe realizzare e l’amara realtà cui la vita ci costringe a guardare. Non è un caso, quindi, che spesso gli spettatori siano tentati dal desiderio di prendere a schiaffi questi personaggi, cercando di svegliarli e far esplodere quella teca, colma d’illusioni e menzogne, dentro la quale si sono rinchiusi. Certo, c’è anche l’ingenuità dei personaggi che sembrano non poter far altro che seguire il proprio istinto, spinti solo dal desiderio di trovare un posto nel mondo che tarda a farsi vedere, come nel caso dei tanti ragazzini che popolano le sue pellicole. Non è poi una ragazzina anche la protagonista del suo ultimo film Frances Ha? Frances, contraddistinta da una vitalità che la differenzia dal cinismo e la stasi degli altri personaggi di Baumbach, corre tanto perché non sa dove andare, ma è questo falso movimento a renderla probabilmente tanto speciale.

Un movimento apparente è anche quello che si scorge nella filmografia, tremendamente fedele a se stessa seppur con minime variazioni, di questo regista newyorchese. Nato nel 1969, figlio di due critici cinematografici, Baumbach dirige subito il suo sguardo verso quel pezzo di mondo che conosce meglio: i bobo statunitensi, ritratti in modo impeccabile nelle pellicole di Whit Stillman. Il suo esordio Kicking and Screaming, che negli USA è un piccolo culto, racconta l’incapacità e scarsa volontà di questi ragazzi, freschi di laurea, di prendere decisioni che modifichino il proprio modo di vivere; come dei “vitelloni” americani, finiscono per trascorrere le proprie giornate tra desideri velleitari ed io ingombranti. L’egocentrismo è proprio il motore del suo film successivo, Mr. Jealousy, dove il protagonista è succube della gelosia per la fidanzata, finendo così per trascorrere un’esistenza all’ombra della propria ossessione. Con questa storia di turbolenti legami sentimentali, schiavi d’ansie borghesi, inizia a essere chiaro l’interesse del regista per il cinema europeo, in particolare verso tre registi che costituiscono l’humus vitale della sua filmografia: Truffaut, Rohmer e Bergman. Sono questi, insieme a Woody Allen, i numi tutelari che vigilano sul lavoro del regista, indirizzando il suo stile verso un realismo “malincomico” che vive di lunghe scene dialogate, psicologie riccamente rifinite e un uso narrativo delle musiche.

calamaroelabalena

Dopo l’esperienza misconosciuta di Highball, il cineasta si mette a nudo realizzando la sua opera più fragile ed emotiva, perché ampiamente autobiografica: Il calamaro e la balena. Si tratta del suo film più accessibile e pertanto di successo, ambientato a Brooklyn negli anni ’80, dove seguiamo le lotte e le fughe di una famiglia disfunzionale, intellettuali newyorchesi che gravitano, in equilibrio precario, sul baratro dello svelamento delle proprie piccolezze. Vittime del culto di sé, perennemente appesi al mascheramento dietro l’arte della parola, questi personaggi, simili per certi versi a quelli raccontati da Wes Anderson (autore col quale Baumbach stringe una proficua collaborazione che li vede più volte lavorare insieme), sono eterni adolescenti che usano la propria cultura per crearsi un’identità, così da poter nascondere a se stessi, anche fosse l’illusione di un attimo, la propria solitudine. Una serie ininterrotta di conflitti e giochi al massacro psicologici però finisce per sfiancarli, costringendoli a una resa che può prendere la forma di una fuga oppure di un’improvvisa, potentissima, caduta nella realtà, dove ci si vede realmente per quel che si è, così da obbligare ad abbassare la guardia.

Questa moltitudine di solitudini che popola la sua opera, nei successivi Il matrimonio di mia sorella e Lo stravagante mondo di Greenberg assume invece la forma di uno scontro generazionale, un territorio al centro anche del recente While we’re young, inedito in Italia. Due modi opposti di esporsi col mondo, universi che si guardano in cagnesco con reciproca curiosità, ma entrambi uniti, sia i giovani che gli adulti, da una rigida incapacità di mostrarsi in maniera sincera. Divisi tra spontaneità e costruzione di un’identità sociale fittizia – tale da renderli accettati e, perché no, un po’ cool, sono solo individui fragili che il regista non manca d’accarezzare con mano lieve, cercando di mettere in risalto il loro carattere irrisolto. Uno stato d’indeterminatezza che è di tutti noi, raffigurata splendidamente nel personaggio di Frances, tragicomica sognatrice che non si arrende agli standard della cosiddetta normalità e sembra trovare una strada personale verso la maturità. Anche se, forse, la sua identità continuerà a restare frammentata, come tanti piccoli pezzi che non riescono a racchiudere la complessa personalità di Frances Ha.

Rosario Sparti

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