Nel cinema siamo sempre stati abituati a vedere i film di guerra dalla parte dei vincitori e mai da quella dei vinti, spesso dipinti come dei “mostri”. Nel 2006, Clint Eastwood ha deciso di realizzare Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima, due opere che raccontano la stessa guerra ma da due punti di vista differenti: quello dei vincitori e quello dei vinti.
Million Dollar Baby; di Clint Eastwood: boxe e passione con Hilary Swank
Clint Eastwood: l’inutilità della guerra
Eastwood, continuamente accusato per la sua appartenenza al Partito Repubblicano, è sempre stato molto critico nei confronti della politica guerrafondaia e imperialista che gli Stati Uniti stavano intraprendendo, tanto che aveva realizzato in passato opere come Gunny (1986), American Sniper (2014) e, appunto, i già citati Flags of Our Fathers (2006) e Lettere da Iwo Jima (2006).
Se il primo puntava a criticare le azioni del governo reaganiano di quegli anni, tra cui la questione libica e l’invasione di Grenada, e il secondo era contro le scelte che l’amministrazione Obama stava compiendo in Afghanistan e in Iran, oltre alle conseguenze psicologiche derivate da esse, gli ultimi due rappresentano la consacrazione, non solo per la feroce critica al governo di George W. Bush, ma anche alla stessa storia americana.
Sky Go
Lettere da Iwo Jima: due lati della stessa moneta
Flags of Our Fathers
In Flags of Our Fathers Eastwood indaga sui “vincitori” della battaglia di Iwo Jima, concentrandosi in particolare su coloro che furono i protagonisti della fotografia dell’innalzamento della bandiera americana sull’isola, divenuta simbolo della vittoria a stelle e strisce durante la Seconda guerra mondiale.
Il regista mostra come quel simbolo nascondesse una menzogna costruita dalla propaganda del Paese, utile ad aumentare il consenso verso la forza militare e a dipingere l’evento come un successo, senza considerare l’enorme perdita di innocenti e le conseguenze traumatiche subite dai superstiti.
L’altro lato della barricata
Il film rappresenta un’ottima opera dell’attore e regista dall’iconico ghigno, ma viene superato, sia in termini di qualità artistica e teorica sia per il forte gradimento di pubblico e critica, da Lettere da Iwo Jima, riuscendo a ottenere una candidatura come Miglior film agli Oscar del 2007.
Qui il punto di vista si sposta sui “vinti”, ovvero sul battaglione giapponese comandato da Tadamichi Kuribayashi, che difese l’isola durante l’invasione americana. In questo “secondo capitolo” si raggiunge l’apice del discorso eastwoodiano, perché lo spettatore vede i cosiddetti “nemici della patria” per ciò che sono realmente: uomini.
Lettere da Iwo Jima: vedere dagli occhi dell’“avversario”
Lo spettatore assiste alle gesta di uomini comuni che difendono la propria terra da coloro che ritenevano “nemici”, e comprende come, dietro le divise, in tutte le guerre, vi siano uomini che combattono per uno scopo simile.
Eastwood, da grande umanista quale è, come testimonia l’intera sua filmografia, racconta le vite, le paure e le speranze di un esercito composto da persone comuni, spesso senza alcuna esperienza militare, forzate dal proprio governo. Emblematico è il protagonista Saigo, un umile panettiere obbligato ad allontanarsi dalla sua famiglia per dovere, destinato ad affrontare tutti gli orrori della guerra.
Uomini dietro la divisa
Lettere da Iwo Jima
Un altro punto di vista che Eastwood analizza è quello del generale Tadamichi Kuribayashi, interpretato da un magnifico Ken Watanabe in uno dei suoi migliori ruoli.
Il personaggio assiste allo sgretolarsi dell’ultima difesa del Giappone, deciso a opporsi contro l’Occidente, ma determinato a resistere fino alla fine. Si tratta di una figura tragica e stratificata, un uomo d’altri tempi, un samurai ancora fedele al proprio Paese, pronto a combattere fino all’ultimo.
Lettere da Iwo Jima: nessuno è vincitore
Qui risiede la forza di Lettere da Iwo Jima: l’umanità, la capacità di comprendere l’altro lato della barricata, capire chi si sta realmente “affrontando”, senza mai scadere nella mielosità o nell’addolcimento. Eastwood mostra persone simili a noi, che combattono per lo stesso obiettivo, e fa comprendere come la stessa propaganda abbia travolto sia loro sia i protagonisti di Flags of Our Fathers.
Il regista afferma con chiarezza che in questa guerra non c’è stato nessun vero vincitore, perché tutti hanno perso qualcosa: chi gli amici, chi la patria, chi un arto e chi la propria umanità.
Lettere da Iwo Jima: il punto di unione
Se esiste un punto di unione simbolico tra le due opere, è sicuramente la scena dello sbarco delle truppe americane sull’isola di Iwo Jima, mentre le truppe giapponesi si preparano al contrattacco.
Nel primo film vediamo i soldati avanzare completamente ignari di ciò che li attende, mentre nel secondo film le truppe locali, nascoste, aspettano il momento giusto per colpire: è qui che le due opere si incontrano, condividendo un sentimento comune, la paura di ciò che verrà dopo.
Lettere da Iwo Jima assume col tempo un’importanza storica e artistica sempre maggiore. Il film uscì in un periodo in cui gli Stati Uniti cercavano di riprendersi dagli eventi dell’11 settembre, con un governo che decise di rispondere al fuoco con altro fuoco, e Clint Eastwood scelse consapevolmente di andare contro questa narrazione propagandistica.
Eastwood si assume il rischio di raccontare l’altra faccia di quella propaganda e di mettere in discussione la storia del proprio Paese, evidenziandone contraddizioni e colpe: temi che il regista ha sempre affrontato nel suo cinema, lontano da qualsiasi retorica e semplificazione.