‘Mataharis’: il film di Icíar Bollaín che indaga il paradosso della verità
‘Mataharis’ di Icíar Bollaín usa il noir investigativo per raccontare maternità, silenzi, responsabilità etica e sguardo politico. Il film è disponibile su arte.tv.
Nelle prime immagini il film si presenta come un racconto investigativo, ma in realtàè molto di più. Infatti la regista sceglie di concentrarsi sulle conseguenze emotive e morali della rivelazione della verità, e quindi sul suo paradosso, offrendone un ritratto realistico e sfaccettato.
Al centro della storia c’è la Valbuena Detective, un’agenzia di investigazioni private affidata al lavoro di tre donne: Eva (Najwa Nimri), Inés (Maria Vázquez) e Carmen (Nuria González). La tre colleghe sono impegnate a seguire casi di tradimenti, sospetti e inganni. Al contempo, si scontrano con la difficoltà di gestire le verità che emergono nelle proprie vite e che riguardano le crisi familiari personali e i dilemmi etici che, a volte, la realtà comporta. Il riferimento simbolico alla leggendaria Mata Hari, evocato dal titolo e da un celebre ritratto presente nel film, si riferisce però a un’idea di spionaggio del quotidiano ed è lontano dal mito della danzatrice e agente segreto olandese. Ciò che le protagoniste scoprono di sé stesse è radicato nelle fragilità della vita reale.
Le tre coscienze di Mataharis: Eva, Carmen e Inés
Nel film di Icíar Bollaín, lo sguardo investigativo diventa progressivamente sguardo interiore sulla propria intimità. Tutte e tre le protagoniste affrontano verità che mettono in evidenza parti vulnerabili di sé. Per loro è facile svelare situazioni che non le riguardano, ma cosa succede quando tutto diventa profondamente intimo?
Eva: il battito del cuore fuori ritmo
Eva è reduce da una seconda maternità e vive una condizione di sospensione emotiva. Mataharis restituisce il suo stato interiore anche attraverso l’uso del jump cut, una tecnica di montaggio normalmente utilizzata per rendere i salti temporali più dinamici e ravvicinati. Quando la protagonista scopre cosa le tiene nascosto il marito Ināki, il montaggio frammentato interrompe la continuità del tempo, come se la realtà si incrinasse per brevi istanti. È una percezione simile a un’extrasistole, a un battito del cuore fuori ritmo che segnala un disagio profondo e persistente. Eva sente incrinarsi la propria fiducia ma il suo percorso non è quello di chi affronta una scoperta improvvisa e sconvolgente, piuttosto è quello dell’accettazione di una scomoda verità quotidiana. Dinanzi a questa, Eva decide di confrontarsi con ciò che non può più ignorare e comprende come un segreto svelato possa comportare dolore e amore al tempo stesso.
Carmen: l’usura del silenzio
Diversamente da Eva, Carmen ha una lunga esperienza da detective. In più di dieci anni, sembra avere imparato l’arte del silenzio troppo bene da non applicarla a ogni aspetto della propria vita. Parla con tutti, con la televisione, la pianta e i propri clienti, ma non con chi le è più vicino: il marito. Il silenzio in casa diventa la sua forma di fuga, una strategia di sopravvivenza che la protegge dal conflitto ma la isola emotivamente. Carmen segue un caso che la conduce a smascherare un tradimento, e scopre così che il silenzio può pesare quanto una bugia. Attraverso il suo personaggio, Icíar Bollaín racconta la lenta usura delle relazioni e mostra come l’assenza di dialogo possa essere più distruttiva di una verità dichiarata.
Inés: il cuore etico del film
Single, apparentemente più libera e autonoma delle altre due colleghe, Inés si trova coinvolta in un’indagine che la mette di fronte a una scelta morale netta: incastrare due sindacalisti per conto di una multinazionale o riconoscere l’ingiustizia del sistema che le chiede di farlo. Quando conosce Manuel, e comprende le reali dinamiche di sfruttamento che colpiscono i lavoratori, diventa coinvolta emotivamente e la sua indagine perde ogni neutralità. In Inés, lo sguardo che osserva diventa inevitabilmente uno sguardo che prende posizione. La sua storia costituisce la parte politica di Mataharis e ricorda che ogni verità scoperta implica una responsabilità. In fondo, anche l’oggettività del lavoro investigativo è una questione di scelta.
La camera a mano in Mataharis
Raccontare il paradosso della verità è un’impresa difficile. Per farlo, Icíar Bollaín utilizza anche l’espediente della camera a mano. Una scelta coerente che dà allo spettatore la sensazione di investigare in prima persona insieme alle tre detective. L’immagine leggermente instabile accompagna le protagoniste nei pedinamenti, nei luoghi di lavoro e negli spazi domestici, creando una forte sensazione di prossimità e adesione emotiva. La macchina da presa osserva replicando lo sguardo discreto di chi, senza farsi vedere, è obbligato a fare attenzione ai dettagli, ai silenzi, alle parole, gli sguardi e i gesti. Questa modalità restituisce un’indagine densa di attese, fragilità e incertezze.
Mataharis è un film delicato ma deciso. Attraverso la camera a mano, che diventa uno strumento narrativo fondamentale, la regista traduce visivamente l’instabilità emotiva di Eva, Carmen e Inés. Accompagna così il film in un territorio di verità quotidiane mai spettacolari, ma profondamente incisive.