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Il cinema tunisino: impegno politico, ricerca formale e sguardo umano
Una riscoperta del cinema tunisino: la sua storia, i suoi autori e le opere più importanti
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2 settimane agoon
Quello del cinema tunisino è una storia stratificata e segnata da molteplici identità, come il suo stesso Paese.
Espressione di una continua ricerca di identità e di una voce di ribellione, il cinema tunisino riflette le trasformazioni storiche del Paese: dalla dominazione francese alla nascita della repubblica, ai conflitti con la Libia e con l’Algeria fino alla Rivoluzione dei Gelsomini del 2011, che ha portò alla caduta del regime di Ben’Ali, che aveva portato al collasso economico il Paese oltre che alla nascita della Primavera Araba, innescando profondi cambiamenti in tutta l’Arabia Saudita.
La storia della sua industria cinematografica è molto sfaccettata. La Tunisia è spesso ricordata come set privilegiato per grandi film occidentali, in particolare Star Wars – Una nuova speranza e Baarìa di Giuseppe Tornatore, ma il cinema tunisino possiede una tradizione autonoma che si sviluppa fin dalle origini del cinema stesso.
Il cinema tunisino: i primi pionieri
Uno dei primi pionieri del cinema tunisino è Albert Samama Chikly, artista poliedrico che documentò la Prima Guerra mondiale per l’armata francese.
Dopo il conflitto, realizzò due film di finzione, tra i primi dell’intero continente africano: Zhra (1922) e Aïn El-Ghazel (1924).
Subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, in Tunisia nasce un nuovo fermento culturale che porta alla creazione di cineclub e di nuove società di produzione cinematografica.
Un’altra figura di rilievo del cinema tunisino è stato Tahar Cheriaa, che si avvicina al mondo cinematografico nel 1952, quattro anni prima della fine del colonialismo francese, quando prese parte al “Film Club Louis Lumière” a Sfax. Nel 1960, diventa capo della Federazione tunisina dei cineclub, contribuendo in modo decisivo alla promozione e alla diffusione della cultura cinematografica nel Paese.
Tra le sue iniziative più importanti vi è la fondazione del Festival del Cinema di Cartagine, primo festival pan-arabo e pan-africano, di cui sarà segretario generale nel 1974. Sempre nello stesso anno produrrà il primo film interamente in tunisino, ovvero Al-Fagr di Omar Khlifi, un’opera che simboleggia l’animo di rivoluzione sociale che il paese stava vivendo nel post colonialismo.
Dai seguenti festival emerge una nuova generazione di cineasti desiderosi di raccontare con la propria voce il proprio disagio all’interno del Paese. Un esempio significativo è Aziza di Abdellatif Ben Ammar (1980), che affronta tutto il malessere giovanile dell’epoca, il rapporto con l’Occidente, la religione e il ruolo della donna nella società.
Il cinema tunisino “in movimento”
Prima di analizzare le opere più importanti del cinema tunisino, è necessario riportare l’attenzione su un particolare movimento che ha avuto un ruolo cruciale nella diffusione del cinema nel Paese.
Fin dai tempi della nascita del cinema, quando le sale cinematografiche “fisse” erano rare, esistevano i cinemobili: proiezioni itineranti che raggiungevano i centri dei villaggi, bar, fiere. Con il consolidamento della sala, il sistema dei cinemobili è venuto meno, ma ancora diversi movimenti sparsi nel mondo continuano a praticarlo e uno di questi è in Tunisia.
Attualmente, il Paese conta solamente quindici cinema sparsi in tutto il territorio (di ben dodici milioni di abitanti), causando non poche difficoltà di fruizione cinematografica.
Da questa esigenza nasce il progetto Cinematdour, un cinema mobile all’interno di un camion con più di cento posti a sedere, completamente gestito dall’organizzazione privata Agora, e dall’ente non profit Focus Gabés, sostenuto da donazioni private.
Il camion-cinema ha raggiunto le aree più periferiche e meno abbienti del Paese, dove il costo del biglietto medio rappresenta spesso un ostacolo. Grazie a questa iniziativa, ben 7,500 civili hanno potuto assistere gratuitamente a proiezioni di film tunisini e internazionali, anche su tematiche considerate spinose per il contesto nazionale, oltre a una programmazione rivolta ai più giovani.
Si tratta di una iniziativa degna di nota, capace di restituire al cinema il suo ruolo di strumento di aggregazione capace di creare consapevolezza.
Analisi delle opere più importanti
Dopo la storia del cinema tunisino e anche del suo movimento “mobile”, passiamo in rassegna alcune delle opere più importanti, quelle che hanno caratterizzato gli ultimi trent’anni del cinema del Paese e che hanno saputo raccontare le trasformazioni sociali e politiche successive alla Rivoluzione dei Gelsomini del 2011.
The Silence of the Palace (1996)
Ambientato intorno gli anni Sessanta, The Silence of the Palace, opera magna di Moufida Tlatli (una delle prime registe donne del Paese), è un perfetto racconto storico di una Tunisia ancora ancorata a dogmi conservatori. Il film è ambientato quasi interamente all’interno di mura domestiche, che diventano il simbolo perfetto di uno Stato capace di rinchiudere e opprimere il proprio popolo, attraverso il periodo della dominazione francese e fino alla nascita della Repubblica.
La belle e le bestie (2017)
Kaouther Ben Hania è una delle registe contemporanee più importanti del cinema tunisino per aver realizzato alcune tra le opere più significative del Paese. La belle e le bestie è un racconto amaro di una Tunisia che, fino a pochi anni fa, viveva un rapporto profondamente problematico con la condizione femminile. Basato su una storia vera, il film è strutturato in nove capitoli e racconta le violenze che una giovane ragazza subisce da parte delle forze dell’ordine, costretta a confrontarsi con un sistema legale assolutamente corrotto e ingiusto.
La questione femminile emerge come una delle problematiche più gravi della società tunisina, ancora irrisolta anche dopo il 2011.
Un divano a Tunisi (2019)
Esordio alla regia di Manèle Labidi, Un divano a Tunisi è una commedia brillante che racconta di una piccola “rivoluzione” della Tunisia contro il conservatorismo.
Il film propone una sottile analisi “psicologica” di un Paese che non solo fatica a uscire dalle conseguenze della rivoluzione del 2011, ma che deve confrontarsi con il movimento femminista e con una progressiva ridefinizione del ruolo della donna nella società. L’opera rappresenta una sfida contro un sistema conservatore, condotta attraverso il linguaggio della commedia.
Una sconosciuta a Tunisi (2024)
Primo film tunisino a vincere un Premio César, l’opera di Mehdi M. Barsaoui prende spunto da un evento avvenuto nel 2019 per analizzare i diversi problemi che la Tunisia affronta tutti i giorni: la precarietà economica, il conservatorismo delle generazioni precedenti, ancora legate ai rigidi dogmi religiosi e politici.
Il film propone una riflessione profonda sull’anima della Tunisia contemporanea, un Paese tra i più moderni del mondo arabo, ma ancora segnato da profonde contraddizioni che rappresentano un ostacolo per le nuove generazioni.
L’uomo che vendette la sua pelle (2020)
Nel 2020 Kaouther Ben Hania realizza L’uomo che vendette la sua pelle, un’opera di grande forza espressiva, un dramma “fisico” che è riuscito a diventare il primo film del Paese a ottenere una candidatura agli Oscar come miglior film internazionale.
Ispirato all’opera d’arte contemporanea Tim (2006) dell’artista belga Wim Delvoye, il film è un film corporeo, fatto di colpe e di traumi, in cui il protagonista decide di vendere la propria umanità e la propria libertà in un mondo instabile, che spinge un’intera generazione a svendersi.
Si tratta di un film critico della situazione politica attuale e del mondo dell’arte, nonché una delle opere più affascinanti della regista, sia visivamente che teoricamente.
Harka (2022) di Lofty Nathan
Presentato alla Certain Regard del 75° Festival Cinematografico di Cannes, Harka racconta lo scoppio della Rivoluzione Araba, mostrando le conseguenze della precarietà del regime di Ben’Alì e il sacrificio di Mohamed Bouazizi, interpretato da un bravissimo Adam Bessa. Il film richiama il neorealismo italiano, mostrando la realtà dei fatti senza usare alcun tipo di retorica e ponendo allo spettatore più di una riflessione sulla storia recente della Tunisia.
Four Daughters (2023)
Il film di Kaouther Ben Hania è una delle sue opere più particolari e migliori, un altro racconto femminile maturo che decide di oscillare tra il documentario e la finzione, che diventa un trattato di cinema altissimo.
Non si tratta di un documentario tradizionale, ma è un’esperienza immersiva, che mette in scena, perfettamente, i fantasmi e le ferite di una generazione tunisina che ancora oggi vive nell’ombra delle contraddizioni del proprio Paese.
La voce di Hind Rajab (2024)
Tra le opere più recenti del cinema tunisino si distingue La voce di Hind Rajab, uno dei film più discussi e premiati nell’ultimo anno, vincitore del recente Leone d’Argento alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. L’opera di Ben Hania è il suo film più impegnato, dove decide di denunciare visivamente i crimini di un mondo verso un popolo che oggigiorno viene ancora martoriato. Un film importante che fa sentire di essere dentro la vicenda, e dalla cui visione risulta impossibile uscire indifferenti, se non completamente spezzati e furiosi.
Queste opere rappresentano il segnale di un cinema tunisino che si configura come uno dei più vitali del panorama arabo, capace di coniugare impegno politico, ricerca formale e uno sguardo profondamente umano su un Paese costantemente alla ricerca della propria voce.