‘Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery’, il caso più difficile di Benoit Blanc
Il terzo capitolo della saga crime-mystery ideata e diretta da Rian Johnson, con Daniel Craig nei panni del misterioso investigatore privato Benoit Blanc. Su Netflix dal 12 dicembre.
Ve li ricordate Cena con delitto (2019) e Glass Onion (2022), con Daniel Craig nei panni dell’ormai iconico detective inglese? Difficile dimenticarli. Film destinati a restare nella memoria collettiva e cinematografica, capaci di costruire un impianto corale che abbraccia con precisione una narrazione misteriosa e levigata, complessa ma accessibile, insieme inquietante e divertente. Storie che intercettano un pubblico trasversale, riuscendo a farsi apprezzare da spettatori diversi, ciascuno per ragioni proprie, grazie al modo in cui si presentano e si articolano.
Un piccolo villaggio dello Stato di New York viene sconvolto dall’arrivo di un giovane prete, inviato ad affiancare una figura carismatica della comunità religiosa locale. L’equilibrio già fragile del paese si spezza definitivamente quando un omicidio improvviso e apparentemente inspiegabile scuote la comunità. L’assenza di un sospettato evidente e la natura enigmatica del crimine mettono in crisi le autorità locali, impreparate di fronte a un caso tanto intricato quanto affascinante.
Wake Up Dead Man: ci sei mancato, Benoit Blanc!
Benoit Blanc è un genio che non ostenta mai di esserlo. Esistono personaggi capaci di trascinarci in storie e avventure rendendo affascinante qualsiasi cosa semplicemente grazie alla loro presenza scenica. Il personaggio britannico interpretato da Daniel Craig risponde pienamente a questa qualità: una figura che ha affascinato, affascina e continuerà ad affascinare, diventando un riferimento quasi immortale, vitale, capace di accompagnare lo spettatore – grazie al suo carisma – all’interno di ogni racconto. È destinato a essere ricordato come uno dei detective emblematici della commedia gialla contemporanea. Intorno a questa figura prende forma un cinema consapevole dei propri meccanismi, pensato per intercettare il grande pubblico ma anche per giocare con le sue aspettative e soddisfarle.
Rian Johnson possiede un autentico istinto per lo sperimentalismo e tende costantemente a ricercare, e a mettere in pratica, linguaggi che non aveva mai esplorato prima. È vero che l’impostazione dei film della saga di Knives Out presenta elementi comuni, ma è altrettanto vero che ogni capitolo propone una prospettiva, un approccio e un senso sempre diversi, distinti tanto da quello precedente quanto da quello successivo. Il regista non si accontenta di replicare una formula di successo: il suo obiettivo è rinnovarla e, se possibile, superarla.
Il terzo lungometraggio con Benoit Blanc, affiancato da un ampio e prestigioso cast corale di personaggi tutti potenzialmente colpevoli, guarda ancora una volta alle eredità di Edgar Allan Poe e Agatha Christie, presentandosi come il capitolo più elaborato e studiato della saga. Un film che, però, proprio nel suo slancio verso ambizioni più elevate, finisce involontariamente per arretrare di qualche piccolo passo.
Non tutte le ambizioni riescono a funzionare
Insomma, definire Wake Up Dead Man un brutto film sarebbe un’assurdità, ma – a differenza dei primi due capitoli del 2019 e del 2022 – questa volta, al termine della visione, qualcosa sembra leggermente stonare. È vero che oggi è sempre più raro imbattersi in un film dalla durata prossima alle due ore e mezza senza avvertirne il peso, eppure, all’interno di questo ampio running time, la gestione del racconto e delle sue articolazioni non restituisce le stesse sensazioni dei precedenti delitti, pur restando un risultato complessivamente solido e pienamente degno di visione.
Il ritmo non annoia, ma appare calibrato in modo imperfetto: l’incipit si prolunga forse oltre il necessario, la parte centrale tende a farsi via via più dispersiva e, quando finalmente arriva il vero snodo narrativo – quello che dà il titolo al film – mancano solamente circa trentacinque minuti alla conclusione, con la risoluzione complessiva che sopraggiunge poco dopo. Non c’è neppure il tempo di metabolizzare gli indizi e di assumere il ruolo di piccoli investigatori davanti allo schermo, perché tutto viene rapidamente ricondotto a una soluzione definitiva.
Un’indagine interessante, ma meno incisiva e partecipe
Nel nuovo prodotto di Rian Johnson sembra venire meno una vera e propria dimensione investigativa, così come quell’iconicità che aveva reso memorabili i primi due capitoli. La scoperta dei fatti passa soprattutto attraverso strumenti mediati – dispositivi digitali, confessioni, immagini e video – più che tramite un percorso deduttivo costruito passo dopo passo, attenuando la forza dell’intelletto del detective.
La presenza di Daniel Craig è centrale solo in apparenza: una figura costantemente in scena ma meno incisiva, che non occupa più il fulcro narrativo delle indagini come in passato e che il racconto fatica a sostenere fino in fondo. Il tutto si muove all’interno di un cast corale ricchissimo e affascinante, nel quale, per la prima volta nella saga di Johnson, alcune presenze risultano ridondanti o non pienamente valorizzate, lasciando affiorare la sensazione che, questa volta, l’ambizione del progetto sia leggermente più ampia della sua effettiva capacità di sostenere fino in fondo e tradurre con coerenza narrativa tutte le promesse e le suggestioni che mette in campo.
Su netflix dal 12 dicembre.