Vincitore del secondo premio alla settima edizione del Premio Ermanno Olmi, Voiceover di Leonardo Ferro è un documentario che trova la sua potenza nel luminoso dispiegarsi di una trasformazione interiore che appare al tempo stesso fragile e importante.
La giuria lo ha elogiato per aver mostrato come il cinema possa diventare una forma di libertà anche tra le mura di una prigione, ed è esattamente ciò che questo film riesce a fare: senza pretese e con intelligenza emotiva.
Al centro del film c’è Hamza, un detenuto il cui incontro con il cinema diventa non solo un’attività, ma una rinascita.
Un corpo nello spazio, una mente in movimento
Voiceover segue Hamza attraverso quello che sembra un flusso di coscienza plasmato dal movimento, dallo spazio e dalla percezione. I suoi pensieri spaziano all’interno della sua vita non facile, fatta di autolesionismo e scarsa sicurezza di sé, mentre il suo corpo attraversa ambienti diversi grazie al cinema. Ferro non impone un quadro morale; al contrario, ci permette di osservare come l’ambiente rimodelli il sé dall’interno verso l’esterno.
Questa non è una narrazione di redenzione nel senso convenzionale del termine. Non ci sono grandi confessioni, né svolte drammatiche. Ciò che vediamo è invece qualcosa di molto più umano: un uomo che riscopre la capacità di sentire, riflettere e immaginare. In un luogo progettato per sospendere il tempo e l’identità, Voiceover traccia il delicato ritorno di entrambi.
Il cinema come un panno pulito
Hamza offre un’immagine che diventa il nucleo emotivo del film:
“La vita è come un tubo: a volte è pulito, a volte è sporco.”
È una metafora di una semplicità disarmante, eppure contiene l’intera filosofia del film. Il cinema non è rappresentato come una fuga, né come un’illusione, ma come un mantenimento dell’anima. Non cancella la sporcizia della vita, ma ti dà qualcosa con cui asciugarla, un panno pulito. In un luogo dove la dignità è costantemente sotto pressione, quel “panno pulito” diventa non simbolico, ma essenziale.
Lavoro, persone e la forma della felicità
Uno degli aspetti più toccanti di Voiceover è il modo in cui inquadra il lavoro e le relazioni umane come i veri motori della trasformazione di Hamza. La felicità, qui, non arriva come un’astrazione. Arriva attraverso il lavoro con le persone, attraverso la collaborazione, l’ascolto e lo sforzo condiviso. L’atto di creare qualcosa insieme diventa l’atto di diventare di nuovo qualcuno.
Hamza non è idealizzato. È apertamente descritto come un uomo semplice che ha commesso errori e ora desidera solo una cosa: essere felice. Questo desiderio, spogliato di retorica, è ciò che conferisce al documentario il suo dolore e la sua speranza. Ferro ci permette di percepire come la creatività apra una finestra dove prima c’era solo un muro.
La terapia dell’arte, da Sing Sing a Voiceover
Guardando Voiceover, è impossibile non pensare a Sing Sing di Greg Kwedar, dove il teatro diventa un’ancora di salvezza per i detenuti, un modo per sopravvivere emotivamente prima ancora di sognare la libertà. Il mezzo è diverso qui – cinema invece di teatro – ma l’essenza è identica: l’arte come terapia, l’arte come ossigeno.
Entrambi i film comprendono un concetto essenziale: la riabilitazione non inizia con la correzione della punizione, ma con la liberazione dell’espressione. Quando a una persona viene permesso di creare, le viene permesso di esistere di nuovo. Il film di Ferro, come Sing Sing, non romanticizza il carcere, ma umanizza chiunque vi si trovi ancora.
Delicatezza come scelta radicale
Il suo ritmo è descritto dalla giuria Olmi come “originale”, e a ragione: non segue il solito ritmo documentaristico di tensione e rilascio. Piuttosto, respira. Ascolta. Si fida del silenzio.
Attraverso questa moderazione, il film raggiunge qualcosa di raro: ci permette di ascoltare i sentimenti di qualcuno che la società non ascolta più. E così facendo, ci ricorda che emarginazione non significa scomparsa. Le persone continuano a pensare, sentire, sognare, anche quando nessuno le guarda.
La creatività come nettare dell’anima
Quando Voiceover finisce, una verità aleggia con silenziosa insistenza: la creatività non è un lusso, è nutrimento. È, letteralmente, il nettare dell’anima. Il viaggio di Hamza dimostra che creare immagini, condividere storie e lavorare fianco a fianco con gli altri non si limita a riempire il tempo; ricostruisce l’identità.
Il documentario di Leonardo Ferro non chiede la nostra pietà, ma la nostra attenzione. E nel dargliela, ci viene ricordato che il cinema non cambia solo chi guarda, ma può cambiare chi lo realizza e chi si ritrova per la prima volta avvolto nella sua luce meravigliosa.