‘New Beginnings’: il viaggio interiore di un veterano tra colpa e memoria
New Beginnings segue Al Moon, veterano nativo americano, nel suo viaggio tra memoria, colpa e sopravvivenza, esplorando le cicatrici della guerra e la possibilità di ricominciare.
New Beginnings è il nuovo documentario di Isabelle Ingold e Vivianne Perelmuterpresentato in concorso al RIDF. Le due registe ci accompagnano nel viaggio di un uomo, sia spirituale che fisico, che riflette sulle conseguenze a lungo termine di una guerra quasi dimenticata e nascosta. Conseguenze che si celano nell’oscurità della notte e nelle pieghe dell’anima.
New Beginnings: un viaggio tra memoria e ferite nascoste
Al Moon, veterano nativo americano che vive ai margini della propria riserva nel Nord della California, é un uomo silenzioso che convive con i fantasmi del Vietnam e con una terra che sembra consumarsi insieme ai suoi ricordi. Quando le ombre del conflitto riaffiorano con forza, Al intraprende un viaggio alla ricerca dei compagni del suo battaglione. Figure isolate, sparpagliate fra deserti, città industriali svuotate, foreste sacre messe alle strette dal progresso.
New Beginnings – Il racconto di un reduce che prende la parola
Ma New Beginnings non è il semplice racconto di un reduce che attraversa l’America. Ingold e Perelmuter costruiscono un film che si muove tra osservazione e autoritratto, affidando allo stesso Al Moon la co-sceneggiatura e permettendogli di plasmare il flusso delle immagini con la propria voce, la propria memoria, il proprio dolore. È un gesto che sottrae il documentario a qualsiasi retorica, lasciando emergere la densità di un’esperienza vissuta, non mediata.
Colpa, sopravvivenza e il peso di continuare a vivere
A rendere il viaggio di Al ancora più lacerante è la consapevolezza che il Vietnam non sia stato, per lui, una scelta di patriottismo. L’arruolamento nasce invece da una ferita precedente alla guerra stessa: l’aver accidentalmente ucciso il fratello, un trauma che ha scavato in lui un solco di auto-condanna. Il fronte diventa così un rifugio estremo, quasi un luogo in cui scomparire per espiare una colpa impossibile da contenere. Eppure, il fatto che Al sia sopravvissuto — quando lui stesso non lo riteneva possibile né giusto — assume nel documentario un senso diverso: un richiamo ostinato alla vita. Il segnale che quella sopravvivenza non è un’ingiustizia, ma forse una responsabilità.
Paesaggi come ferite aperte
Lungo la strada, gli incontri con altri veterani, con cittadini comuni, con uomini e donne che portano ferite simili diventano frammenti di un ritratto più ampio. Il ritratto di un’America sfibrata, sospesa fra memoria e disillusione. I paesaggi attraversati in New Beginnings— deserti, quartieri industriali in declino, foreste sacre minacciate dal progresso — non funzionano mai come semplici sfondi. Respirano con Al, registrano il suo passo, amplificano il peso delle sue storie. La natura stessa sembra condividere la stessa fragilità, lo stesso lento consumarsi.
Ed è qui che il documentario trova uno dei suoi nuclei più forti. Nel ricongiungere Al ai compagni dispersi, alle terre ferite, agli spazi in cui la memoria sembra ancora resistere.
New Beginnings suggerisce che il viaggio non è solo un ritorno al passato, ma un movimento verso la possibilità — fragile, incerta — di perdonarsi. Non attraverso rivelazioni gridate, ma attraverso la semplice presenza degli altri, dei luoghi, delle voci che riemergono. La sopravvivenza, allora, smette di essere un incidente e diventa un compito: restare, testimoniare, ricominciare.
“Ne sono mai uscito veramente? Pensavo di sì”
Un film che ascolta, senza semplificare
Ingolde Perelmuternon cercano consolazioni e non offrono redenzioni facili. La loro regia resta in ascolto, si muove con discrezione, lascia spazio al ritmo della memoria. Il risultato è un film duro ma profondamente umano, un documentario che attraversa le cicatrici della guerra e quelle, ancora più invisibili, dell’identità. New Beginnings osserva un uomo che tenta di rimettere insieme i frammenti della propria storia e, nel farlo, ci ricorda quanto sia fragile — e necessaria — la possibilità di ricominciare.