Fuori concorso alla 43esima edizione del Torino Film Festival torna un grande autore quale Alejandro Amenábar con El cautivo, presentato in anteprima italiana. Al centro della pellicola l’incredibile storia di Miguel de Cervantes, prigioniero del Bey d’Algeri e alle prese con quello che sarà il suo capolavoro. La pellicola, già uscita in Spagna – dove ha incassato la bellezza di cinque milioni di euro al botteghino – arriverà nelle nostre sale con Lucky Red.
Tradotto con il titolo Il prigioniero, il film è una produzione Mod Producciones, Himenó Ptero, Misent Produzioni e Propaganda Italia, in collaborazione con Netflix, RTVE e in collaborazione con Rai Cinema.
El cautivo | La trama
Nel 1575 le incursioni dei corsari arabi prendono in ostaggio i cristiani per poi chiedere lauti riscatti. È così che Miguel de Cervantes (un sorprendente Julio Peña, La casa di carta: Berlino) finisce tra i prigionieri del Bey Hasán (un altrettanto eccezionale Alessandro Borghi), insieme ai suoi compagni castigliani d’arme. A causa di una ferita, non ha più le funzionalità del braccio sinistro, ma ha un altro dono: quello di saper raccontare storie. Durante la detenzione ad Algeri, fa la conoscenza di frate Juan Gil (César Sarachu), che lo incoraggia e lo sostiene. Tra i due viene a crearsi un rapporto particolare. Miguel ricorda all’anziano il nipote perso tempo prima, di cui ancora spera di avere notizie.
L’inferno sulla terra esiste davvero.
Ogni anno, i cosiddetti “redentori” – due ecclesiastici con il compito di riscattare i prigionieri – si recano alla corte del Bey di Algeri, nel tentativo di salvare più cristiani possibile. Peccato che la cifra stabilita per Miguel sia altissima, per cui il giovane è costretto a trascorrere altri giorni di prigionia. Una sera, arriva alle orecchie di Hasán un racconto e chiede che l’autore sia condotto al suo cospetto per conoscerne il finale. Da quello dipenderà la sorte di Miguel.
Amore e libertà
El cautivo mette in scena una storia al tempo stesso semplice ma emblematica, vera – sebbene romanzata – e particolarmente emozionante. Se al centro potrebbe rintracciarsi il legame tra Miguel e Hasán, tante suggestioni ne caratterizzano lo scheletro. Mentre si delinea il contesto storico e politico, i ritratti umani assumono sempre più spessore e importanza. Uniti da un desiderio di libertà che spinge spesso a scendere a patti con la propria coscienza e a far emergere il lato peggiore dell’umanità, i prigionieri trovano una via di fuga nell’immaginazione.
Mi avete chiesto di sorprendervi?
Il potere del racconto supera qualsiasi confine, persino quello tra un regnante e uno schiavo. Miguel e Hasán trovano un canale di comunicazione inatteso, intimo e indelebile. E Amenábar è bravissimo nel descrivere le tappe di questo rapporto, fatto di piccoli gesti, o meglio, piaceri, e di una sensualità palpabile. Certamente buona parte del merito va agli interpreti, la cui espressività gioca un ruolo determinante: tanto è affidato agli sguardi, esaltati dal kajal e messaggeri di cose non dette. Più la conoscenza prosegue, più cambiano i personaggi, portando alla luce ciò che hanno dentro, oltre alle apparenze e ai costumi imposti.
*Sono Sabrina, se volete leggere altri miei articoli cliccate qui.