Torino Film Festival

‘Cutezătorii’: l’ultima estate d’infanzia, tra sogni e smarrimento

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“Silvana, Silvana” urla una voce in lontananza che, sottile come il passaggio di uno spirito, segue la protagonista di Cutezătorii, cortometraggio in concorso alla 43° edizione del Torino Film Festival diretto da Miruna Straut. Esordio alla regia che sorprende per delicatezza, maturità visiva e profondità emotiva. In appena quattordici minuti, il film raccoglie la polvere dorata di un’estate che finisce e la trasforma in racconto universale: un addio sussurrato al mondo dell’infanzia.

Nella campagna rumena, in un paesaggio sospeso dove il tempo non sembra mai passare. Silvana (Teodora Pauna), poco più che bambina, gioca a nascondino con i suoi amici, quando una voce lontana — forse reale, forse immaginata — la chiama verso un altrove. Da quel momento, per lei comincia un’odissea silenziosa, un cammino quasi iniziatico che la separa dal mondo conosciuto e la avvicina alla soglia della prima adolescenza.

L’infanzia come paese perduto

Straut filma la sua protagonista con una grazia che ricorda la tradizione del realismo magico Est europeo: la natura è personaggio, la luce è narrazione, il mistero è parte del quotidiano. Cutezătorii è un’opera consapevole del fatto che l’infanzia non finisce mai in un istante preciso, ma si dissolve in mille piccoli gesti: uno smarrimento, una voce, un campo che sembra più grande di prima.

La forza del film sta nel modo in cui un’esperienza semplice, come un gioco estivo, diventa simbolo di una trasformazione irreversibile. Silvana attraversa una soglia, in tutto ciò non c’è dramma esplicito, eppure il film è intriso di malinconia: quella nostalgia che nasce prima ancora che un ricordo esista, la sensazione di perdere qualcosa mentre lo si sta ancora vivendo. La regista lo afferma chiaramente:

“L’infanzia è un periodo perduto che più si allontana, più diventa onirico”

Cutezătorii è attraversato da una tenerezza onnipresente, da una fragilità che non teme di farsi racconto universale. I bambini del film, attori non professionisti della città natale della regista, non interpretano, ma abitano la storia. Le loro esitazioni, le loro risate, i loro sguardi sono materia cinematografica viva.

Un realismo venato di sogno

Il film si muove tra documentario e fiction, tra osservazione e suggestione. La voce che richiama Silvana potrebbe essere un presagio, un ricordo, un desiderio, un’eco che appartiene più al futuro che al presente. Questo scarto sottile è l’elemento che dà a Cutezătorii la sua forza poetica: il passaggio all’adolescenza non è rappresentato come una rottura improvvisa, ma come un richiamo indefinibile, un magnetismo invisibile che spinge la protagonista a perdersi, a cercarsi, a nascere di nuovo.

In questo senso, Straut lavora per sottrazione: dialoghi minimi, sguardi appena accennati, lunghe inquadrature del paesaggio. Il risultato è un film che sembra ricordare che la crescita non è un evento, ma uno scivolamento.

Il mondo secondo i bambini

Alla base del corto c’è un’idea forte: costruire un film plasmato dai bambini e per i bambini. La cineasta rumena racconta la determinazione dei più piccoli nel proteggere la loro gioia, nonostante il peso delle responsabilità adulte che inevitabilmente si affacciano. In un cinema globale che infantilizza i bambini o li usa come simboli, Cutezătorii sceglie di considerarli persone complete, con un mondo interiore ricco e fragile. Un mondo che l’autrice guarda con rispetto e gratitudine.

Opera lieve e profondissima, un cortometraggio che si muove tra realismo rurale e astrazione poetica. È il ritratto di un’ultima estate, di un gioco che smette di essere tale, di una voce che chiama verso un domani ancora misterioso. Un cinema capace di ascoltare il silenzio, di raccontare la crescita senza retorica, di celebrare l’infanzia che merita di essere difesa prima di svanire lentamente.

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