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Kevin B. Lee: intervista al regista di ‘Afterlives’

L’esigenza di interrogarsi sull’odierno modo di guardare

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Nel tempo della pervasività dell’immagine, il senso critico più che una virtù diventa primaria necessità. Sul web, in politica e al cinema ogni sentimento o messaggio ha il suo proprio veicolo visivo. Ma da dove nascono le immagini dialettiche dell’oggi? Qual è la loro radice?

Domande, queste, che si è posto Kevin B. Lee, regista appena passato per il FilmMaker Festival 2025 con il suo Afterlives. Un raffinato lavoro di interrogativi, dalla forma video-saggistica cara al suo autore (oltreché regista anche critico cinematografico e ricercatore dei media), Afterlives costruisce le sue premesse a partire da un altro film, il mediometraggio di propaganda islamica Flames of War, “inscenato” dall’ISIS nel 2014. Lee lo disseziona nei suoi sanguinolenti frame, in un lavoro certosino che mescola desktop movie e documentario. Ma oltre ogni cura formale, Afterlives è un’opera che non si arresta al primo sguardo di un’immagine, ma ragiona sul nostro modo di porci alle immagini di guerra o violenza: sui potenziali “effetti Medusa” per cui osservare la distruzione ci terrorizza e sul razzismo sistemico e vizioso verso l’Altro da Noi.

Abbiamo avuto la possibilità di parlare proprio con il regista delle origini di Afterlives e della sua esigenza di interrogarsi sul nostro modo di guardare, come spettatori, user o critici di immagini. Di seguito l’intervista a Kevin B. Lee.

Afterlives: cinema e politica

Afterlives trae ispirazione da un film propagandistico dell’Isis chiamato Flames of War costruito come una sorta di blockbuster americano. È molto interessante vedere una stretta relazione tra cinema e immagini politiche, come se la comunicazione del terrore potesse partire dal linguaggio del cinema (post-produzione, sceneggiatura, montaggio). Da dove hai cominciato per realizzare questo film? Qual è stato il primo passo della tua ricerca e analisi? 

Questo progetto è iniziato nel 2016 in collaborazione con il regista francese Lého Galibert-Laîné. Abbiamo realizzato una serie di video-saggi intitolati Bottled Songs che si concentrano sulla nostra posizione di spettatori cercando di dare un senso a questi video, utilizzando metodi di ricerca su internet e degli studi sul cinema. Dato che ero un critico cinematografico, sono stato particolarmente impegnato in una decostruzione cinematografica di questi video.  

Ma questo approccio non poteva risolvere una cosa di questi video: il loro rapporto con la realtà. Questi video sono stati efficaci perché hanno preso terribili atti violenti che molti potevano solo immaginare nei film e li ha messi in scena nella vita reale. Per contrastare questo, ho dovuto trovare una nuova base per comprendere la realtà di questi video, andare oltre i loro effetti immediati. Quindi il film cerca un contesto più profondo della storia, della politica e delle esperienze di vita reale al di là di ciò che viene mostrato in questi video. 

Durante il film parli spesso delle immagini dell’Isis come “immagini prodotte per provocare il terrore“. Sembra che la loro realizzazione non abbia altre funzioni pratiche se non quelle di spaventare lo spettatore. Era la stessa proposta di 9/11 attacco alle torri gemelle con l’effetto Medusa? 

Il film vede un curatore museale descrivere i violenti video di propaganda estremista come se avessero un “effetto Medusa”, un’immagine di orrore incomprensibile che congela lo spettatore nel terrore. Ma questa incomprensibilità è un mito che può essere risolto cercando un contesto più ampio. Molti casi di estremismo islamico nascono dalla xenofobia occidentale e dall’ideologia colonialista che crea un circolo vizioso di violenza reazionaria. Nel mito originale, la stessa Medusa era vittima di violenza sessuale, e poi incolpata per l’atto e trasformata in un mostro per terrorizzare gli uomini. Dalla realizzazione di questo film, ho potuto iniziare a capire il potere di rifiutare questo “effetto Medusa” per vedere un ciclo più ampio di violenza.  

Riguardo a questo tema, in Afterlives c’è un’interessante riflessione sulle immagini, come qualcosa in grado di scioccare e paralizzare le persone in senso puramente fisico.

Vediamo il caso di Nava Zarabianche che passa tutto il giorno a cercare su internet immagini che potrebbero essere pericolose per i bambini o gli adolescenti. Nell’era dell’AI, come regista e critico cinematografico, quanto è importante per te evitare che immagini pericolose si diffondano su internet e sulle piattaforme mediatiche? 

Nel caso di Nava Zarabian, non sono state solo le immagini ad averla traumatizzata, anche se ha impedito che si diffondessero online. Era anche il fatto che lei era l’unica persona musulmana che lavorava nel suo ufficio e avrebbe ricevuto commenti razzisti dai suoi colleghi sui contenuti che monitoravano. Da questo esempio posso dire: è già qualcosa controllare le immagini su internet, ma dovremmo anche prestare attenzione al nostro ruolo di spettatori, a come reagiamo alle immagini e a come esse ci portano a considerare gli altri.  

Ciò è particolarmente vero nell’era dell’intelligenza artificiale. Le immagini sono state a lungo utilizzate come prova per giustificare i nostri argomenti, ma ora che qualsiasi immagine è potenzialmente fabbricabile, diventa necessaria una nuova etica. Dovremmo guardarci dentro su come pensiamo e agiamo, e come ci relazioniamo alle immagini.  

Proprio a questo proposito, in un certo momento del film, si ricreano alcune immagini di AI generate che mostrano gli omicidi da parte degli esponenti Isis. Ci sono fatti reali, ma l’algoritmo li disegna in modo irrealistico, raffigurando i terroristi come figure deformate. Produce immagini di mostri. Commentando queste scene si dice: “È così che i crimini del passato sono sepolti nelle immagini del futuro”. Sembra che le moderne piattaforme AI abbiano un codice etico più rigido di tutti i media che descrivono eventi reali di guerra e morte, non è vero?

La si può vedere in questo modo, ma questo metodo restrittivo non è una soluzione finale. Solleva interrogativi su come si possa essere testimoni di violenza. Se non possiamo più vedere la violenza del passato, cosa ci impedisce di imparare dalla storia? Inoltre, il film mostra come le piattaforme AI abbiano assorbito innumerevoli quantità di dati da internet, incluse queste orribili immagini che non sono più accessibili. Spesso lo hanno fatto senza permesso, non diversamente da come le risorse del mondo sono state saccheggiate dai regimi colonialisti. In questo modo le piattaforme AI esercitano una forma digitale di colonialismo, un diverso tipo di violenza sul mondo, con effetti più profondi di qualsiasi singola immagine inquietante. 

L’AI sta rendendo la nostra cultura visiva sempre più sanificata, commercializzata e artificiale. In questo senso incontrare immagini inquietanti della realtà potrebbe essere un modo necessario per gli esseri umani per confrontarsi con la propria volontà e responsabilità come spettatori per capire come ingaggiare la violenza della vita senza riprodurla. Questo tipo di lotta potrebbe essere un modo per riaffermare le nostre qualità umane in un’epoca di AI.  

La visione che determina l’esperienza

In Afterlives la tua voce narrante dice che fermare la guerra al terrorismo è necessario per fermare la distruzione dell’Iraq e del patrimonio culturale. Sembra che il terrore guidi l’azione bellica. Qual è il ruolo delle immagini e dei video in questo ciclo? 

I video estremisti sono progettati per sollecitare le risposte militari occidentali che poi alimentano l’estremismo. Questo crea un circolo vizioso che restringe la nostra immaginazione morale e politica. Rompere questo ciclo significa indebolire il potere che diamo alle immagini e vedere ciò che si trova al di fuori dell’inquadratura, come le realtà delle persone le cui vite sono modellate da questi conflitti e le culture che la violenza cerca di cancellare.  

Come critico cinematografico, ho adorato le immagini per decenni, ma questo progetto mi ha fatto perdere la fiducia nelle immagini come elementi fini a loro stessi. Ora mi interessa più l’atto di vedere come le condizioni della nostra visione determinino le nostre esperienze. Il mio film vuole osservarle più chiaramente queste condizioni, per rivelare il potere che abbiamo nel controllare il nostro atto di guardare.

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