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‘Mothers’ intervista con Alice Tomassini tra maternità surrogata e diritti

Maternità surrogata in concorso al Torino Film Festival

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Nel concorso documentario del Torino Film Festival 2025 c’è anche Mothers di Alice Tomassini.

Il film, prodotto da Carlo Degli Esposti, Nicola Serra, Marco Grifoni per Palomar – A Mediawan Company, ha al centro la tematica della maternità surrogata.

In Cambogia, una legge improvvisa criminalizza la maternità surrogata e trentadue donne vengono arrestate, costrette a crescere i figli che hanno partorito per altri. In Italia, una norma che rende la gestazione per altri un reato universale minaccia i genitori intenzionali che vi hanno fatto ricorso. Lia, figlia di due padri nata grazie a quella pratica, rivendica il diritto di esistere. La sua e altre storie mostrano come il controllo sul corpo femminile diventi il terreno su cui si gioca la libertà di tutti. (Fonte: Torino Film Festival)

Nel contesto del festival abbiamo fatto alcune domande ad Alice Tomassini.

Alice Tomassini e il suo Mothers

Com’è nata l’idea del film? E come sei entrata in contatto con tutte le persone coinvolte?

Tutto è iniziato da una mia esperienza personale, un po’ dolorosa che mi ha portato a riflettere sul significato di maternità. In seguito a questa esperienza mi sono confrontata con una fotografa che stimo molto, Nadia Shira Cohen, che mi ha raccontato di questa storia in Cambogia che estremizzava un po’ la ricerca che stavo facendo sul concetto di maternità soprattutto quando la maternità non è convenzionale e non rispetta i canoni tradizionali. Appena mi ha raccontato la storia della Cambogia sono scattati in me il desiderio e l’urgenza di andare e cercare alcune delle donne che avevano vissuto questa violenza. Sono andata in Cambogia e sono stata un paio di mesi lì iniziando a documentare ed è stato sorprendente conoscere le donne di Mothers perché non me le aspettavo così; mi aspettavo delle vittime e, invece, erano delle donne con una resilienza pazzesca. Poi la parte che mi ha sorpreso di più è che loro ancora non hanno ben capito perché sono state punite considerando che quando hanno iniziato questo processo di gestazione per altri era considerato normale. Mentre ero lì, però, in Italia stava per passare la legge per rendere la gestazione per altri un reato universale ed ecco che si è venuto a creare un cortocircuito. Ho pensato che queste due storie fossero accomunate dalla stessa violenza o comunque una violenza simile.

E infatti proprio questo legame rende Mothers particolare sia a livello tematico che spaziale. Quando racconti la Cambogia nella prima parte si può paragonare quasi a un prologo con delle immagini che potrebbero sembrare d’archivio per certi versi necessarie a prepararci a quello che mostri dopo.

È vero e alla fine la bellezza del racconto del reale è un po’ questa, nel senso che segui quello che succede. Io volevo parlare di maternità e poi la storia mi ha portato ad affrontare questo tema che penso sia fondamentale per i diritti delle persone. In tutto questo la cosa bella è stata anche incontrare Lia per unire i tre atti perché Lia è la figlia del reato. Il fatto è che la tematica in questione è affrontata sempre in modo molto estremo: contro o a favore. Non si può rispondere in maniera netta secondo me, soprattutto perché bisogna scendere un po’ più in profondità e capire quali sono le motivazioni e anche con le parole occorre non esagerare. In questo senso Mothers vuole semplicemente aprire un dialogo, non vuole promuovere la gestazione per altri, ma vuole raccontare delle storie e delle motivazioni che spingono le persone.

A proposito delle motivazioni vorrei chiederti dei racconti perché sono anche molto intimi, pesanti e non facili da raccontare. Com’è stato entrare in contatto con loro? Come hai fatto a farle venire fuori?

È stato molto doloroso, anche per me partecipare e condividere il loro dolore. Non mi ero mai emozionata così tanto durante delle chiacchierate, delle interviste, ma qui ho sentito il loro bisogno quasi violento di raccontare queste storie e, per questo, abbiamo provato a proteggerle con la fotografia. Con la direttrice della fotografia Francesca Zonars abbiamo creato una sorta di vedo non vedo, per mantenere l’anonimato.

L’intervista è più una conversazione, una testimonianza e, quindi, abbiamo cercato un modo per empatizzare e proteggerle allo stesso tempo, perché loro stesse avevano paura. Per questo io sento una grandissima responsabilità per questo documentario, perché loro non hanno mai parlato con nessuno di queste storie e io sono onorata che l’abbiano fatto con noi.

Un film che vuole ascoltare

Certo, e infatti lo hai definito un film che vuole ascoltare. I momenti in cui le donne parlano e si raccontano sono in effetti in ombra su sfondi e ambienti neutri, senza musica. Semplicemente ascoltiamo e ci immergiamo nelle difficoltà e nel dolore di queste protagoniste.

Sì, sono felice che ti sia arrivato, perché anche noi ci siamo messi in ascolto. Perché comunque spesso queste storie, a parte Lia che è un vulcano ed è la speranza di questo film, non avevano avuto modo di emergere, nessuno le aveva ascoltate. Tant’è che nella prima parte, anche l’ultima frase dice questo e, se ci pensi, è una forma di violenza molto forte: qualcuno trae delle conclusioni, ma senza ascoltarti. Spero che Mothers possa aprire un dibattito.

Quello penso accadrà, anche per come lo hai strutturato. Le prime parti, come hai detto all’inizio, sono una sorta di domanda, di riflessione nei confronti del pubblico, mentre la terza è la risposta. Prima racconti cosa succede e alla fine vediamo tutto dal punto di vista di Lia, che è, come dicevi, il risultato.

Sì, sono d’accordo. Nei confronti di questi figli del reato, questi ragazzi che vengono paragonati addirittura dai loro genitori a dei pedofili, sono usate parole pesanti. Per rispondere a questo ho incontrato casualmente Lia a una manifestazione e mi sono innamorata di questa ragazza, piena di entusiasmo, di vita, che giustamente dice non penso che il modo in cui sono venuta al mondo mi definisca.

È bellissima la frase finale di Lia che dice che lei comunque è cresciuta in una famiglia che la desiderava tantissimo, in uno spazio protetto. E volevo finire con un messaggio di speranza. Soprattutto dopo il secondo atto che è molto violento e cupo. Poi c’è l’esplosione di questa ragazza che è un po’ l’esperta del mondo.

Lia: la speranza di Alice Tomassini

In effetti la conclusione è proprio una boccata d’aria. È come se Lia dicesse allo spettatore seguimi per poter vedere il mondo dal suo punto di vista.

Sì, sembra che lei venga dal futuro. E anche a livello di linguaggio abbiamo usato dei linguaggi diversi: per lei spesso è macchina a mano, volevamo dare libertà anche a livello visivo. C’è luce naturale, non costruzione e solo lei che risponde allo schermo. Mentre la seconda parte, per la questione dell’anonimato, è più precisa perché non ho messo in pericolo nessuno. Proprio a livello di equilibrio di una famiglia volevamo proteggere queste persone. Chiara, per esempio, che all’epoca delle riprese era incinta di Cecilia mi ha detto che, con tutta la sofferenza e con tutto quello che aveva passato, doveva farlo per tante altre donne.

Un’altra cosa che ho apprezzato è che all’interno del film ci sono tante tematiche. Utilizzi quella della maternità surrogata, ma in realtà i racconti, le riflessioni che fanno e le conseguenze di questa loro richiesta/esigenza/bisogno portano anche a tante altre tematiche.

Sì, penso che il film parli di tantissimi altri argomenti che ruotano intorno al corpo femminile, alla libertà di scelta, al concetto di famiglia. Penso che ci sia tanto da dire e di cui parlare, però in modo diverso rispetto a come se ne è parlato finora.

Alla luce di quello che hai detto credo che anche il titolo vada in questa direzione e, addirittura, l’ho trovato anche un po’ provocatorio, soprattutto sul concetto di maternità. Non so se è corretto…

Hai centrato il punto: il titolo è provocatorio. Se cerchi il concetto di maternità sul vocabolario e cerchi madre è qualcosa del tipo donna che ha partorito con dolore o una cosa del genere. In questo senso Mothers è provocatorio. Se poi pensi al fatto che nella terza storia non c’è nemmeno una madre, ma due padri è meraviglioso.

Ho trovato, infatti, molto poetico il fatto che Lia parli della domanda che le è stata fatta tante volte (non ti è mai mancata una figura materna?). La risposta che dà, cioè il fatto che, come dicevi prima, sia nata in un ambiente sereno che la desiderava, credo sia in linea con la provocazione del titolo perché fa da contraltare.

È vero.

Un film universale

E poi è anche un film universale, cioè ci sono tante storie, tante figure, tante situazioni e chiunque si può rivedere in tante dinamiche. Allo stesso tempo, anche a livello stilistico è come se fossero tre capitoli, dove niente è lasciato al caso.

Esatto. Abbiamo utilizzato anche dei linguaggi diversi, un po’ di pancia. Soprattutto la parte della Cambogia è stata complessa perché non sapevo bene cosa mi circondasse.

Però la si può vedere come una sorta di evoluzione del film stesso e di te in quanto regista. Prima un ambiente lontano da noi sotto tutti i punti di vista per poi arrivare a qualcosa di vicino, fino a Lia che è comunque una ragazzina del 2025.

A me ha cambiato tantissimo, mi ha segnato. Devo dire che è stato uno dei documentari più difficili. Ringrazio Palomar, e soprattutto Carlo Degli Esposti, che ha creduto sin dall’inizio nel progetto ed è stato coraggioso, perché nel frattempo è passata la legge che è al centro del film. Ringrazio tutti i professionisti che hanno lavorato insieme a me, dei grandissimi professionisti, dal montatore Julien Panzarasa, alle musiche di Andrea Guerra (con un lavoro delicato e chirurgico per non appesantire soprattutto la parte emotiva).

Sono Veronica e qui puoi trovare altri miei articoli

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