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‘The Beast in Me’ : l’occasione sprecata
Caccia al serial killer.
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4 giorni agoon
Si conclude su Netflix il thriller psicologico The Beast in Me. La serie vede il ritorno della coppia Claire Danes e Howard Gordon, attrice e showrunner dell’iconica Homeland. La miniserie, prodotta da Jodie Foster e Conan O’Brien, è creata da Gabe Rotter (X Files) con Gordon come showrunner. Danes condivide il ruolo da protagonista con Matthew Rhys (The Americans). Otto episodi diretti da tre registi: Antonio Campos, Tyne Rafaeli, e Lila Naugebauer.
The beast in me. Il TRAILER
The Beast in Me
Dopo la tragica morte del figlioletto, l’acclamata scrittrice Aggie Wiggs (Claire Danes) si è ritirata dalla vita pubblica, incapace di scrivere e andando sempre più incontro al noto blocco dello scrittore. Ma quando la casa accanto viene acquistata da Nile Jarvis (Matthew Rhys), un famoso e formidabile magnante immobiliare, principale sospettato della scomparsa della moglie, in Aggie subentra un anomalo meccanismo tra paura e fascinazione. La scrittrice dovrà gestire il suo lato oscuro, scappando dai propri demoni.
Il serial killer e la scrittrice detective
Alla fine della sua corsa psicologica e procedurale, The Beast in Me ha mostrato i suoi limiti. Carenze che la serie Netflix ha fin da subito mascherato grazie alla sua fattura estetica da film in pellicola anni ’70 e all’eccelsa fotografia di Lyle Vincent. Ciò che inizialmente poteva sembrare un raffinato gioco di manipolazioni in cui i due vicini (magnante criminale e scrittrice depressa) sembravano condividere una deriva antieroica, si rivela invece un percorso meno psicologico del previsto, virando progressivamente verso una più convenzionale caccia al serial killer di turno.The Beast in Me è una miniserie (dovrebbe rimanere tale) che presenta un grande equivoco: far guardare allo spettatore una “quality television”. E difatti ha tutto per esserlo. Dall’estetica d’autore a personaggi contorti e amorali.
Ma già dal terzo episodio la serie Netflix rifugge dal suo iniziale impianto autoriale, allontanando i toni noir e la complessa tessitura narrativa che sembrava suggerire; nella tv contemporanea la struttura delle serie si muove in base alla sua “serializzazione”, ossia facendo convergere anthology plot e running plot. E il thriller con Claire Danes e Matthew Rhys si pone proprio come una sintesi di questo schema. Il suo running plot (l’arco narrativo della romanziera tra la metabolizzazione del lutto e la ricerca di un’occasione letteraria attraverso il suo disturbante vicino), viene continuamente sommato alla sua antologia episodica.
Il dipinto e il vuoto: cosa nasconde la serie Netflix
Potremmo definire The Beast in Me una serie con dei finti contenuti anche rilevanti (come le sottotrame politiche) che alla fine disvela la sua natura: un patinoso e insufficiente prodotto bello da vedere ma poco significato in primis rispetto alle proprie aspettative iniziali. Perché la serie, nella sua sostanza, ci mette davvero poco a far diventare la protagonista angosciosa e quasi bipolare, la scrittrice Aggie Wings, in una detective sulle tracce del cattivo della storia, il milionario immobiliarista Nile Jarvis.
Pian piano la serie Netflix si assesta su una forma seriale tradizionale: i consueti cliffhanger finali, agenti federali che scompaiono all’improvviso, prove distrutte (e continuamente ricercate dalla protagonista), e parti psicologiche abbastanza fragili e ripetitive al fine di creare la classica nemesi omicida-poliziotto.
The Beast in Me, quindi, ricalca un meccanismo fuorviante grazie alla sua estetica, manipolando chi guarda un po’ come fa Nile con Aggie: l’importante non è ciò che c’è dietro il dipinto ma solo ciò che vediamo.
Lo sguardo più profondo sul potere in America
Jarvis, l’oscuro magnante immobiliarista villain della serie, è un serial killer che alla fine verrà punito come avviene in tutte le favole nere e i crime che si rispettano. Ma è, contestualmente al suo viaggio d’azione orizzontale, il vero centro di The Beast in Me. Lo showrunner Gabe Rotter delinea nel volto di Matthew Rhys lo sguardo più cinico e brutale del potere americano. È un potente Jarvis su cui pesa l’accusa di aver ucciso sua moglie, rea di essere stata la talpa del progetto corruttivo e affaristico dell’imprenditore. Nile, soprattutto grazie alla “coperta” famigliare di uno zio che ricorda il Mike di Breaking Bad e di un padre cinico almeno quanto il figlio (che nella serie è interpretato proprio da Jonathan Banks), è il potente protetto dal sistema, pronto a schiacciare moralmente e fisicamente ogni soggetto che si frappone tra lui e il successo.
Nella brutalità efferata di Jarvis, lo sguardo tra poteri forti, capitalismo e corruzione politica, si fa sempre più forte. L’alterego di Matthew Rhys non esita a corrompere la sinistra del partito democratico newyorkese (una versione abbastanza rispettosa di Alexandria Ocasio-Cortez), a parole sue acerrima avversaria ma in pratica quasi obbligata dall’opportunità politica di accettare i suoi finanziamenti. Jervis, quindi, oltre lo schema del serial killer esposto nella serie, ne rappresenta anche un quadro disarmante e di critica politica all’America del politicamente di turno. Nella politica americana, sembra dirci la serie, ogni ideologia utopistica è sottoposta alla convenienza elettorale spacciata per apparente e puro idealismo.
Il magnante e la maschera, l’anatomia incompiuta del potere
Certamente Nile Jarvis non è Frank Underwood (l’iconico Kevin Spacey di House of Cards); non guarda in camera cercando una collaborazione con lo spettatore e nemmeno un processo di immedesimazione nei confronti di quest’ultimo. Così la parte politica, che avrebbe meritato un approfondimento maggiore, resta in ombra per dar modo alla protagonista femminile di rapportarsi con la bestia che è in lei, superare il proprio conflitto esistenziale, redimersi, consegnare “il mostro” alla giustizia e il lieto fine al pubblico di Netflix.
Nel complesso The Beast in Me è una grande occasione sprecata. Avrebbe potuto sfruttare totalmente la sua sublime estetica concentrandosi sull’abisso interiore dei personaggi, rendere ambigua realmente l’interazione tra magnante e scrittrice, e affondare, in ultimo, il “coltello” sul potere americano contemporaneo. Sceglie invece la via più semplice : il serial killer da incastrare. Rinunciando così a quella “quality television” che per qualche istante episodico aveva lasciato intravedere. Il risultato è una bestia elegante e virtuosa, addomesticata proprio nel momento in cui avrebbe dovuto mordere.