In occasione del FilmMaker Festival 2025, Fatima Bianchi, regista, visual artist e videomaker italiana, torna in sala con un’opera straordinaria, a metà strada fra film a soggetto e documentario, una vera e propria esperienza mediale dalla profonda carica emotiva e densamente umana. Cinque donne si raccolgono davanti allo spettatore per condividere la loro esperienza con la maternità e per sfatare i miti a essa legati. Non senza una buona dose di audacia, le cinque protagoniste – che accolgono anche numerose altre testimonianze, anonime e non, di madri – sfidano le convenzioni sociali che vorrebbero l’esperienza della maternità come idilliaca, e con fortissimo spirito critico si pongono domande reali, umane. Il dubbio che le attanaglia tutte occupa immediatamente un posto primario in scena: “l’amore per i figli è un peso?”
Il rapporto di responsabilità
«Ho fantasticato su un ruolo che non corrisponde alla realtà», testimonia una delle protagoniste parlando delle proprie aspettative riguardo i figli, che con loro, oltre alla gioia, hanno portato stralci di dolore mai riconosciuti dal sistema patriarcale e oppressivo in cui le madri sono costrette a vivere. Non è casuale, infatti, come metafora tanto silenziosa quanto impietosa, che a intervallare i momenti di ascolto collettivo ci siano campi lunghi che riprendono le giovani donne lavorare forzatamente in quello che è, a tutti gli effetti, un carcere.
Le testimonianze sono delle più diverse: madri biologiche, madri più anziane, madri che hanno adottato, madri single, madri più o meno abbienti, eppure tutte concordano su una sola cosa: la maternità – e sono in grado di spiegarlo candidamente – è un desiderio a cui è impossibile resistere. In esso convivono gli ordini biologici del corpo, le imposizioni della società, ma anche una profondissima, reale, fame d’amore che le protagoniste non dimenticano mai. La loro, a ben vedere, non è assolutamente una recensione negativa: lo si capisce chiaramente dagli sguardi pieni d’affetto rivolti ai piccoli che le attendono pazientemente fuori dalla sala di registrazione. La loro è piuttosto volontà di rendere giustizia, di dire la verità, su una situazione che non è assolutamente rosea come lo standard machista vorrebbe.
La polifonia all’interno dell’eteronormatività
Ascoltandole parlare, la vergogna che impedisce alle giovani madri di parlare della realtà di una gravidanza si fa strada sullo schermo: gestire l’allattamento – perché “come spiegargli che non riesco ad allattare?” – e lo scontro con le aspettative esterne sulla sessualità, l’esperienza problematica con il proprio corpo, irriconoscibile dopo le gravidanze, sono solo alcune delle infinite difficoltà incontrate da tutte le intervistate.
Ancora una volta, ad accomunare le loro esperienze fortemente eterogenee è la continua e instancabile oppressione che vieta loro di parlarne. L’unità familiare, anche e soprattutto quella eteronormata, ha in sé delle problematiche intrinseche che ricadono solo e unicamente sulla figura della madre. Questa la denuncia forte e coraggiosa di Fatima Bianchi. Non è possibile banalizzarla a esperienza positiva, o negativa, o classificare il rapporto con i figli come biunivoco: entrano in gioco troppi rapporti di forza, troppe complicanze, aspettative – dolorosamente, tanto imposte dall’esterno quanto create nel proprio intimo di madre.
L’infinità d’amore è indistricabilmente intrecciata al sacrificio, alla privazione: si parla di lavoro, di come la maternità di fatto impedisca di lavorare, della complessità di bilanciare i tempi, di sentire di sbagliare a sottrarre tempo al bambino e di sbagliare ugualmente nel sottrarre tempo al lavoro. Le difficoltà economiche a braccio con quelle emotive. Le protagoniste piangono, sembrano quasi vergognarsi delle loro confessioni. Eppure continuano, feroci quasi, nel denunciare ogni abuso e sopruso che la società del Terzo Millennio si fregia di aver cancellato.
L’ombra del pentimento
Si fa avanti, peraltro, un aspetto troppo spesso dimenticato nell’esperienza della maternità, di cui scriveva già a suo tempo Simone de Beauvoir: il pentimento, il rimpianto di un’altra vita precedente al bambino. Emerge con forza, senza mai dover fare della retorica, la profonda umanità di queste donne, sostanzialmente dilaniate dalle contraddizioni subconsce: amo mio figlio, ma la mia vita senza di lui sarebbe stata meravigliosa. “È schizofrenico”, asserisce una di loro. In barba al femminismo spicciolo di quarta generazione, che nella nostra superficiale quotidianità affolla articoli, telegiornali e post, che banalizza ogni questione legata alla figura della donna credendo che abbia semplicemente smesso di essere “il sesso debole”, le protagoniste sfidano e rivelano come anche le aspettative della “sinistra”, del “femminismo”, della “militanza” siano nocive, in quanto incapaci di comprendere la complessità, la natura molteplice e innegabilmente contraddittoria della maternità.
L’approccio alla realtà
Negli anni Sessanta, la cantante soul Odetta Holmes, iconico volto dell’arte impegnata per i diritti civili, cantava Sometimes I feel like a motherless child; e il paradosso che Bianchi cerca di raccontare sembra essere proprio questo. La madre, le donne, le figure di sostengo e conforto per antonomasia non riescono a ricevere indietro la stessa sicurezza di cui sono effigi. Ironicamente, neanche il riconoscimento dell’immane sforzo devoluto ai figli. Madri di tutto il mondo sono orfane di qualsiasi supporto, eppure costituiscono l’asse portante dell’intera società.
In un momento in cui il cinema è farcito di soggetti irrealistici, in cui c’è una vera e propria corsa alla spettacolarità, Bianchi ha scelto il tono reale dell’intimità, la delicatezza della conversazione, abbandonando la necessità di stupire o meravigliare, lasciando parlare unicamente l’umanità di un’esperienza in cui convivono tenerezza e lacerazioni. La ricerca, in questo senso, restituisce un’immagine naturalistica, profondamente umana, in grado di colpire al cuore lo spettatore grazie a una narrazione assolutamente priva di artifici, e perciò quantomai diretta.