Presentato al Rome Independent Film Festival 2025, Yellow Liminal, cortometraggio sperimentale di Francesco Thérèse, indaga il territorio fragile dell’attesa e della memoria. In poco più di otto minuti il film compone un flusso visivo e sonoro che unisce pellicola, intelligenza artificiale e una narrazione intima, trasformando un gioco infantile in un gesto poetico di resistenza al tempo. Un’opera liminale, appunto, che vibra tra cinema e videoarte, capace di lasciare un’impronta sottile ma persistente.
Il festival, giunto alla sua ventiquattresima edizione e diretto artisticamente quest’anno da Paul Haggis, conferma una vocazione alla scoperta e ai linguaggi sperimentali del cinema indipendente. In questo contesto, Yellow Liminal si inserisce come proposta coerente: breve, intensa, visivamente audace.
Assenza
In poco più di 8 minuti il regista Francesco Thérèse costruisce un racconto sospeso tra memoria, attesa e astrazione: la protagonista, Ruth, ha atteso per decenni il ritorno della sua sorella gemella, partita per una missione spaziale. Il confine fra Terra e Cosmo diventa il perimetro emotivo di un lutto non dichiarato, di un tempo che non scorre, e di un’assenza che continua a governare la vita quotidiana della protagonista.
Spazi vuoti
Yellow Liminal sorprende per il rigore formale e per l’economia della narrazione: in un arco brevissimo, Thérèse riesce a evocare un mondo interiore vasto, fatto di silenzi, sguardi diretti o sfuggenti, spazi che sembrano vacanti eppure densi. Il titolo stesso richiama l’idea della soglia, e il colore, quel giallo così intenso, diventa cifra visiva: un segno di attesa, di luce che cambia, di territorio incerto tra la vita quotidiana e l’oltre. I fotogrammi privilegiano un’estetica rarefatta, dove l’ambientazione assomiglia meno a un luogo naturale e più a una proiezione dell’anima. Un trattamento delle imagini che non cerca di spiegare, ma lascia respirare l’immagine e l’emozione che essa provoca.
Yellow Liminal (Francesco Thérèse, 2025)
La scelta del linguaggio fortemente stilizzato, se da un lato è punto di forza, dall’altro rischia di allontanare lo spettatore che cerca una costruzione narrativa più esplicita o un “perché” più definito. In questo senso, il corto assume una tonalità quasi astratta, che può risultare affascinante quanto elusiva. Il rapporto con la sorella gemella, la missione spaziale, il ritorno atteso, tutti elementi che rimangono volutamente sullo sfondo, senza un approfondimento psicologico diretto. Si percepisce l’intenzione ma al contempo si sente la mancanza di una maggiore porta d’accesso emotiva verso lo spettatore. Allo stesso modo, alcuni passaggi visivi appaiono così ambiziosi da richiedere una forte tenacia nelle parole scelte e pronunciate della voce narrante per riempire il silenzio, il non detto.
Il regista
Francesco Thérèse, regista di Yellow Liminal, con quest’opera conferma una sensibilità che privilegia immagini dal forte impatto visivo, la sospensione narrativa e accenti poetici piuttosto che un’impostazione puramente lineare. Il suo lavoro si inserisce in un ambito di cinema indipendente che esplora gli stati alterati e la condizione umana quando è sospesa fra spazio, tempo e significato.
Yellow Liminal è un cortometraggio che si distingue per la sua forza visiva e la volontà di operare sul confine tra reale e metaforico, tra attesa e assenza. Punta sull’intrigo nell’entrare in uno spazio narrativo rarefatto per vivere un’esperienza raffinata. L’opera conferma Francesco Thérèse come un autore da tenere d’occhio nel panorama del corto italiano e lascia un’impressione forte: quella di un “momento liminale” che resta nel ricordo di chi è disposto a navigare tra le acque rarefatte della materia.