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‘Il Vecchio Terribile’: Jacopo Marchini riporta l’ignoto lovecraftiano nel presente

Dal racconto alla serie: l’ambizione Lovecraftiana di Jacopo Marchini

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Con Il Vecchio Terribile, Jacopo Marchini firma la puntata pilota di un progetto ambizioso: LIMEN – Lovecraftian Tales, una serie antologica che mira a reinventare l’universo narrativo di H.P. Lovecraft portandolo nell’Italia contemporanea. In questa intervista, il regista racconta il processo di modernizzazione del racconto originale,  spiega come ha tratto ispirazione da autori come Del Toro, Flanagan e Fincher, e rivendica la volontà di restituire dignità autoriale al genere horror, spesso sottovalutato nel panorama italiano. Un dialogo che svela visione, ambizioni e prospettive internazionali di un progetto che riscopre e risveglia l’immaginario oscuro di Lovecraft..

Il Vecchio Terribile nasce da un racconto di H.P. Lovecraft.  Quale operazione di rivisitazione e modernizzazione è stata compiuta rispetto al racconto originale, ambientato nell’immaginaria Kingsport degli anni ’20? In che modo lo hai reinterpretato portandolo nel presente? 

Il racconto originale è stato rivisitato, innanzitutto, per essere fruibile da un pubblico moderno. Questo è stato necessario, ma anche utile, per dare originalità al progetto: abbiamo aggiornato l’epoca in cui è ambientato e, di conseguenza, usi, costumi e contesto sociale. Abbiamo lavorato molto anche sulla psicologia dei personaggi e sulla loro risposta alla società moderna. Questo ci ha permesso di creare un progetto attuale, ma sempre fedele al mondo di Lovecraft.

Cosa c’è di Lovecraft e cosa, invece, di Jacopo Marchini in questa versione? Ti spaventa l’idea di confrontarti con le aspettative dei fan più affezionati all’autore?

Credo di rientrare io stesso nella la categoria dei fan più affezionati all’autore, per questo ho cercato di rispettare al massimo la sua visione. Il racconto originale di Lovecraft è molto breve, circa due pagine e mezzo, quindi ho mantenuto la trama il più aderente possibile alla storia. Ciò che mancava erano gli elementi che potessero motivare i personaggi nelle loro azioni: per questo ho aggiunto una stratificazione psicologica e ampliato il contesto. Un ampliamento, quindi, più che una rivisitazione. La storia rimane identica e così sarà anche nelle puntate successive, perché questo cortometraggio è soprattutto la puntata pilota di una serie.

In che modo Il Vecchio Terribile e il progetto LIMEN – Lovecraftian Tales si distinguono nel panorama horror odierno? Qual è l’aspetto più innovativo che portano al genere?

Innanzitutto, stiamo cercando di realizzare qualcosa di diverso. Non trovo niente, al momento, di simile a questo progetto. Oggi l’horror punta soprattutto sui jump scare e sulla rappresentazione esplicita della paura.  Noi, invece, lavoriamo sul “prima”: sulla creazione della suspence, sulla tensione, sul momento in cui i personaggi si avvicinano al mondo della paura. Si tratta di una serie più mystery che horror. Non vogliamo dare risposte all’orrore: vogliamo lasciare, in modo fedele al mondo lovecraftiano, la paura dell’ignoto, di ciò che non riusciamo a conoscere e, soprattutto, a comprendere. In questo penso risieda veramente l’originalità del progetto.

Ci tengo a sottolineare che Il Vecchio Terribile costituisce la puntata pilota di una serie basata su tutti i racconti di Lovecraft.  Ogni puntata sarà autoconclusiva, potrà avere un cast e anche un regista diversi, e sarà ambientata in una regione d’Italia differente, dal nord al sud, dal Trentino alla Sicilia. Lovecraft ha scritto più di 70–80 racconti: c’è tantissimo materiale su cui lavorare.

In Italia l’horror è spesso considerato un genere “minore”, relegato ai margini del panorama cinematografico. Con questo progetto vorresti contribuire al suo rilancio ? Come pensi di riavvicinare il pubblico italiano a un genere che per anni è stato sottovalutato, restituendogli la dignità autoriale che merita? 

L’horror, secondo me, è diventato sottovalutato nel momento in cui ha cercato di trasmettere una paura fine a se stessa, mentre in realtà cela una potenza meravigliosa: quella di rispecchiare la società.  Molte storie horror, infatti, sono specchi (vedi Del Toro con Frankenstein), e noi — riambientando tutto ai giorni nostri — puntiamo a creare un mondo in cui ci si possa riconoscere, inserendo anche tematiche sociali contemporanee. Ad esempio, nella seconda puntata parleremo di autorealizzazione, ma anche di accettazione della morte, del senso della propria esistenza e della volontà di sopravvivere.

Il nostro obiettivo è creare qualcosa di universale, sofisticato ed eterno, in cui chiunque possa riconoscersi e immedesimarsi.

Guardando oltre i confini, come pensi di arrivare a un pubblico internazionale? 

Credo che arrivare a un pubblico internazionale sia più semplice di quanto sembri, proprio perché stiamo cercando di adottare un linguaggio universale, umano. Non prevediamo un’ambientazione esclusivamente italiana, ma un contesto umano in cui chiunque, nel mondo, possa immedesimarsi.

In questo momento abbiamo bisogno che le persone credano nel progetto e ci permettano di realizzarlo, per dimostrare che in ambito cinematografico l’Italia — e soprattutto i giovani autori e le giovani case di produzione — è pronta per confrontarsi alla pari con il resto del mondo, America compresa. Possiamo affermare ad alta voce che non solo sappiamo fare il nostro lavoro, ma siamo in grado di farlo davvero bene.

Ci sono registi o film che hanno influenzato la costruzione visiva della serie? 

Si, ho diverse influenze. Mi considero un mix di tre autori, che in questo progetto emergono chiaramente.

La visione di Guillermo del Toro è per me una grande fonte d’ispirazione, non solo per il recente Frankenstein: ancora prima con Cabinet of Curiosities, Del Toro aveva fatto qualcosa di molto simile a ciò che stiamo proponendo noi, a partire dalla struttura a episodi autoconclusivi.

Per la messa in scena traggo ispirazione da Mike Flanagan, che ha dimostrato come una serie tv possa essere romantica, gotica, sociale, drammatica e anche horror allo stesso tempo.

Infine, come direttore della fotografia, sto cercando di ricreare l’estetica tipica di David Fincher: movimenti di macchina calibrati, attenzione meticolosa al blocco attoriale, ai colori, alle scenografie, ai props, tutto studiato e previsto in anticipo, partendo da una preproduzione estremamente precisa.

Sei fondatore di una casa di produzione indipendente. Qual è la visione che vuoi portare attraverso di essa? 

La mia casa di produzione si chiama Movi Production e ne sono fondatore insieme a Martina Borzillo. Da anni cerchiamo di avere una nostra identità precisa e scegliamo di produrre solo progetti che ci risuonano davvero. Il genere — horror, fantasy, fantascienza — ci sta risuonando sempre più forte, e stiamo andando in quella direzione. In Italia non è facile parlare di horror, e ancora meno di horror seriale.

Possedere un’identità che riesca a stare in piedi nel panorama italiano, permettendoci di seguire il nostro istinto, i nostri desideri e obiettivi, rappresenta indubbiamente un grande supporto (che nasconde dietro un grande lavoro). Tutto questo spero possa emergere e risuonare anche negli occhi degli spettatori, come di fatto sta accadendo.

Stiamo ottenendo molti riscontri positivi.  All’inizio eravamo timorosi di partire con un progetto horror seriale e i dubbi ci assalivano: “Chissà se piacerà? Chissà quale sarà la risposta?”. Invece, contro ogni aspettativa, stiamo scoprendo che ciò che pensavamo fossero muri si stanno rivelando portoni aperti. Il pubblico sta rispondendo benissimo: questo ci riempie di soddisfazione e di felicità, e ci dà energia per inseguire i nostri obiettivi, desideri e sogni.

Puoi darci qualche anticipazione rispetto alla scelta del cast?

Sì, il cast è un aspetto su cui puntiamo tantissimo: cerchiamo sempre di avere un cast d’eccezione e questa volta non è diverso. Abbiamo fatto un casting con oltre duemila candidature, molte più di quanto accade per un film.
Possiamo anticipare che il cast sarà composto da sei attori, tutti molto talentuosi. Ci sono due nomi particolarmente importanti: uno ha recitato di recente in una grande serie Netflix, l’altro ha lavorato a Hollywood, anche al fianco di Quentin Tarantino.

Cerco di trasmettere autorialità anche attraverso il cast, che ha un grande peso oltre che l’arduo compito di portare sullo schermo dei personaggi tridimensionali, complessi e profondamente umani: sicuramente è uno degli aspetti più cruciali del progetto.

In una precedente intervista a noi di Taxidrivers hai dichiarato di dover ancora “cominciare a fare sul serio”. Possiamo dire che questo è il momento? 

Temo di no, non ancora. Credo che il momento in cui inizieremo veramente a fare sul serio arriverà quando avremo terminato la prima stagione. Allora potremo essere visti — io in primis — per ciò che siamo. Solo dopo questa serie potrò essere riconosciuto con una mia autorialità: “Jacopo Marchini è un regista, ciò che produce è riconoscibile e porta la sua firma”.

Ecco, penso che ci siamo vicini, ma non ancora arrivati.

Visita la pagina Instagram del progetto

Link al sito del progetto: www.limenproject.com

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