Torino Film Festival

‘Fucktoys’: un viaggio tra POP e erotismo per scogliere una maledizione

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Fucktoys,  in concorso al Torino Film Festival, segna il debutto di Annapurna Sriram in veste di sceneggiatrice, regista e interprete. La sua protagonista, una giovane donna in piena crisi di vita, consulta quattro medium diversi. Tutti le dicono la stessa cosa: è vittima di una maledizione. Da qui si apre un percorso accelerato, frenetico e sexy.

Un colorato momento del film Fucktoys

La maledizione come detonatore narrativo

La ricerca del denaro necessario per liberarsi dalla maledizione è il carburante che ci permette di salire sullo scooter di AT, la protagonista, ed entrare nella sua vita e nelle atmosfere di Trashtown, la cittadina in cui si svolge l’intera storia. Già avvezza alla prostituzione, l’anti-eroina si tuffa a capofitto – e ci mostra – un mondo di corruzione, sesso e droga pur di salvarsi la pelle, districandosi con sorprendente abilità in un ecosistema in cui, ancora una volta e almeno in apparenza, a prevalere sono sempre gli uomini.

Annapurna Sriram in una scena del film

Fucktoys: manifesto trash e totale girl power

Tra i messaggi che la giovane regista lascia emergere con maggiore chiarezza c’è l’invito a difendere la propria integrità anche nei frangenti più critici. Pur dovendo accettare diversi compromessi per perseguire il suo obiettivo, AT non rinuncia mai alla propria essenza: affronta situazioni estreme senza cedere al controllo altrui, guidata da una determinazione ferrea e da una lucidità che si affiancano alla consapevolezza del proprio fascino, trasformato in strumento di sopravvivenza e potere. Ci ricorda ancora una cosa importante: é estremamente importante e possibile divertirsi, anche quando tutto sembra remarci contro.

Questa tensione narrativa è potenziata dall’uso calibrato di trash, pop ed erotismo, elementi attraverso cui Sriram costruisce un discorso più ampio. Ambientando Fucktoys non in una grande città ma a Trashtown, sobborgo americano consumato da degrado e droga, delinea un microcosmo dominato da uomini convinti che il denaro possa comprare ogni forma di presenza femminile. In questo contesto ostile, AT si muove con sorprendente abilità, ribaltando dinamiche che sembrano immutabili e trasformando l’ambiente stesso in uno scenario ambiguamente seducente, capace di riflettere tanto il suo conflitto interiore quanto la sua capacità di autodeterminazione.

Una scena del film Fucktoys

Le scelte impeccabili: dal 16mm come pelle del film alla colonna sonora

Girato in 16mm, Fucktoys possiede una matericità tangibile: colori saturi, grana viva e un’estetica pop che si fonde perfettamente con il tono comedy e erotico della trama. Nonostante il disagio dei luoghi raccontati, le suggestioni visive invitano lo spettatore a immergersi in un universo decadente, irresistibile, quasi fiabesco. I dialoghi sono brillanti e le battute esilaranti, mentre il montaggio scandisce un ritmo serrato e costante, rendendo il film mai noioso e sempre vibrante, con colori che urlano “pop” e “trash” in ogni inquadratura. Insomma, la ricetta perfetta per una black comedy di tutto rispetto.

Musica come contrappunto ironico

La colonna sonora — imprevedibile, che spazia dalla musica indie a Gino Paoli — contribuisce a uno straniamento sottile e raffinato. Non si limita a commentare le scene: le sorprende, le amplifica, le ironizza quando serve e le rende struggenti nei momenti inaspettati.

Conclusioni: un’opera libera, femminile audace, personale

Il film nasce da un episodio personale dell’autrice, accaduto circa otto anni fa. “Stavo molto male”, ha raccontato al pubblico in sala, quando una medium le consigliò di lasciare il compagno, fonte dei suoi problemi. Da quell’esperienza è nato Fucktoys, il cui messaggio è chiaro: siamo noi, a volte, a maledirci e a non voler vedere ciò che ci limita, e siamo sempre noi a decidere quando riprendere in mano le redini della nostra vita. Fucktoys procede per contrasti, improvvise dolcezze, risate inaspettate e intuizioni visive fulminee. Sriram racconta una protagonista che attraversa il caos senza esserne schiacciata e firma un’opera radicalmente personale: viva, audace e coerente nel suo apparente disordine. Una voce autoriale che non cerca di essere capita, ma pretende di essere guardata.

Annapurna Sriram e François Arnaud in una scena del film

 

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