Torino Film Festival

‘Eva’ Natura, trauma e sogno in un film ambizioso

Al TFF

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Emanuela Rossi è la regista di Eva, opera seconda selezionata nel concorso lungometraggi del Torino Film Festival 43.

Nel  cast Carol Duarte, Tommaso Zoppi, Edoardo Pesce, Giordano De Plano, Antonio Gerardi, Roberta Mattei.

Eva la trama ufficiale

Eva, donna misteriosa che vive nei boschi, gira per centri commerciali e posti turistici dell’Umbria compiendo una strana missione: rapisce bambini. Incontra per caso Giacomo, un vedovo che s’è trasferito da poco in uno splendido casale pieno di api con suo figlio Nicola. L’uomo è convinto che lì il bimbo possa stare al sicuro. Eva, intenerita, vorrebbe fermarsi, diventare la mamma di Nicola. Ma qualcosa la spinge a riprendere la missione…

Eva

Il film di Emanuela Rossi ruota tutto attorno a una figura femminile indubbiamente potente: Eva è un ibrido , sospeso,  tra misticismo e spirito  ribelle contro il contesto sociale.  Viaggia tra più ambiti la storia  raccontata dalla Rossi: dal dramma al thriller al fantastico fino all’introspezione psicologica.

Eva ( una brava Carol Duarte vista già ne La vita invisibile di Eurídice Gusmão ), vive nei boschi, lontano dai centri abitati. Dopo essere stata arrestata per aver appiccato il fuoco a un campo, dichiara al commissario (Antonio Gerardi) che lo ha fatto per proteggere i bambini, sostenendo di essere investita di una missione. Allude ad una minaccia  che non specifica, parla di  presenze celesti affermando di rispondere a un ordine superiore. 

Nel frattempo, in una zona rurale della provincia italiana, si moltiplicano le segnalazioni di bambini scomparsi. Le indagini incrociano la figura di Eva. I bambini sono  attratti da lei . Parallelamente in Cina si apre un altro spazio narrativo in apparenza non collegato al primo : una donna cerca risposte per la malattia della figlia.

Eva è un personaggio altro e indefinito.  Vive da nomade, dorme all’aperto, abita la natura, è destrutturata. Per questo si apprezza ma disturba al contempo. La regista la descrive come una figura che ha rotto con il mondo per ragioni non note, avviando un percorso personale che prende la forma di una “missione” rivolta all’infanzia.  L’elemento religioso è centrale: Eva si percepisce come una sorta di figura visionaria, a tratti paragonata alla Giovanna d’Arco della tradizione cristiana, ispirata, tra delirio e fede, e spinta nelle sue azioni, da uno spirito alto, che la porta a prendere decisioni che non vengono giudicate né definite; giustificabili o condannabili, sono principalmente  segni di un trauma profondo e di una percezione distorta della realtà.

 Nessuna diagnosi

In Eva non cerco realismo, c’è allegoria, mitologia.

Il nome stesso, Eva, rimanda alla prima donna, alla genesi dell’umanità e al rapporto originario tra essere umano e natura. Nel film infatti Eva vive fuori dalla società, quasi come una creatura arcaica. Cammina nei boschi, comunica con gli animali, mangia direttamente dalle piante.

Il suo rapporto con i bambini richiama il ruolo di madre primigenia, non biologica ma simbolica. Il fuoco nel campo di girasoli richiama riti antichi, gesti sacrificali o purificatori.

Eva non è solo un personaggio, ma un archetipo: la donna selvaggia, la madre ferita, la figura che vive tra umano e non umano.

Il suo rapporto con Natura, cielo,  luci blu,  è segnato da un misticismo profondo ma non soggetto a ‘diagnosi’ . La sua condizione psicologica è al centro della narrazione, ma la regista non fornisce risposte o motivazioni.  Eva entra in contatto con Giacomo (interpretato da Edoardo Pesce), un apicoltore che vive con il figlio Nicola (Tommaso Zoppi). Questo incontro apre ad una vita più stabile, immersa nella campagna, a contatto con animali.

Un forte legame si crea tra i tre personaggi ma, come il resto, non viene esplicitamente definito. Non è una famiglia, non ha le dinamiche di un gruppo: è solo un’area di passaggio, un momento, in cui Eva sembra intravedere un’altra via. Ma il suo passato e la sua “missione” influenzano ogni cosa e compromettono ogni possibilità di creare  una vita normale.

Un film ambizioso

Umbria,  natura, strani personaggi  che giungono in campagna ed ecco che non possiamo che ricollegarci ad Alice Rohrwacher e al suo universo rurale.

Forte è il parallelismo con la dimensione fiabesca e selvatica, il rapporto con il verde e la presenza di personaggi “estranei” all’ordinario. ; le api, la dimensione sospesa tra reale e magico richiamano prepotentemente Le meraviglie e La chimera.

Ma è solo un attimo e ce ne allontaniamo subito. Eva  comincia a mutare assumendo contorni attenti all’ estetica e ampliando il suo interesse che si conduce ora ad ambiti vari: ambiente, inquinamento, danni alla salute, maternità, lutto. Il confine  tra realtà e fantasia si fa più labile , veglia e sogno si confondono. Il film diviene ambizioso, sperimenta una via espressiva nuova che utilizza astrazioni e tecniche narrative nuove con  personaggi estremi. quasi discutibili.

La fotografia assolve perfettamente il suo compito modellando il dolore sulle immagini. Il film non chiude però il discorso, non c’è un finale vero. La storia rimane aperta, non risolta. Resta al centro, una figura femminile affascinante e indefinita , che si muove tra morte e desiderio di  salvezza, tra fede ed egoismo narcisistico.

Una struttura lontana da ogni classificazione rigida nei generi e che sceglie di miscelare linguaggi e toni. Quale lo scopo? Forse semplicemente il voler raccontare una storia senza storia , una  crisi che non ha soluzione, una donna realistica, ma simbolo vivente: della natura ferita, della maternità spezzata, della ricerca di purezza in un mondo contaminato.

Eva Conversazione con Emanuela Rossi

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