Un fragoroso applauso, amplificato dal sistema audio, invade la sala. Quando arrivano i titoli di coda, lo stesso applauso risuona di nuovo, ma questa volta proviene dal pubblico reale in sala. È una reazione spontanea, quasi istintiva, quella che provoca Zorro. Un eremita sul marciapiede, film capace di vibrare nelle corde più nascoste dell’animo umano. Presentato nella sezione Zibaldone alla 43ª edizione del Torino Film Festival, l’ultimo lavoro di Sergio Castellitto si inserisce nella tendenza di riprendere uno spettacolo teatrale, costruirgli intorno una cornice narrativa e trasformarlo in prodotto cinematografico. Ma qui l’operazione va oltre.
Zorronasce infatti come spettacolo teatrale scritto 25 anni fa da Margaret Mazzantini, riportato in tournée in tutta Italia da Castellitto negli ultimi anni. L’opera approda adesso al cinema in una forma ibrida, che fonde riprese dal vivo delle rappresentazioni teatrali con scene ricostruite appositamente.
Un personaggio che vive oltre il palcoscenico
“In questo momento Zorro è qui accanto a me. Voi non lo vedete, ma è qui”. Così Castellitto descrive in conferenza stampa il legame quasi simbiotico con il personaggio, percepito come qualcosa che ormai esiste anche al di fuori di lui. Il personaggio si ispira a un vero clochard che Mazzantini e Castellitto incontravano fuori da un supermercato. Zorro è quindi un senzatetto, un uomo qualunque, potrebbe essere ciascuno di noi. Una figura colpita dalla sfortuna e dalla vita, raccontata con un impeto viscerale.
Castellitto afferma che non c’è nulla di sé nel personaggio, eppure nel suo sguardo, nel furore con cui si scaglia contro i “cormorani”, le persone normali, affiora una dimensione profondamente autentica. L’attore abbandona il suo status privilegiato per mettersi nei panni degli ultimi senza patetismi né retorica.
Un contatto diretto col pubblico
Il suo Zorro richiama un’atmosfera beckettiana, un uomo che parla al pubblico per raccontare la propria fragilità di essere umano. Non cerca compassione, ma vuole essere vero. Offre strumenti per riconoscersi in lui, ricordando la fragilità dell’esistenza e la possibilità di perdere tutto in qualsiasi momento. Il testo, scandito in atti ma con un andamento circolare, parla direttamente all’io più profondo. La colonna sonora, che accoglie classici del cantautorato italiano da De André a Guccini, accompagna le variazioni emotive e amplifica l’intensità della narrazione.
Cinema e teatro: una regia che fatica a trovare originalità
Poiché costruito a partire da riprese reali di scena, il film fatica a esprimersi attraverso una regia originale. Castellitto tenta alcuni espedienti per tradurre al cinema gli effetti teatrali, ma senza risultati particolarmente innovativi. Rimane interessante il tentativo di muovere la macchina da presa per suggerire alcune dinamiche sceniche così come la scelta di integrare riprese realizzate con il cellulare dallo stesso regista.
Ciò che resta allo spettatore è la performance di Castellitto: imponente, totale, capace di diventare monito e allo stesso tempo celebrazione della forma più nuda di umanità. Zorro non è solo un personaggio: è una presenza, un richiamo, un invito a guardare chi vive ai margini senza distogliere lo sguardo.