FilmMaker Festival

‘Afterlives’: indagare la violenza a distanza

Al Filmmaker Festival

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Presentato al FilmMakerFest di Milano 2025, Afterlives di Kevin B. Lee è il tipo di film che ti lascia sconvolto positivamente e negativamente. Utilizzando il desktop documentary veniamo posti davanti cartelle e file su uno schermo apparentemente distaccato, per venire seguiti in un racconto e indagine del regista che sembra sempre urgente e necessario.

Ciò che colpisce di più è la sensibilità del film nel montaggio e il suo approccio profondamente umano a un argomento incredibilmente difficile. Il regista esamina la propaganda dell’ISIS, in particolare il video del 2014 Flames of War, ma lo fa con una cura rara in questo tipo di ricerca. Il desktop documentary non è solo una scelta stilistica: è il mezzo perfetto per questo tipo di indagine. Nel film guardiamo qualcuno ragionare, indagare e seguire fili che si intrecciano, creando connessioni che sembrano organiche e non predeterminate.

Collaboratori e metodologie

La necessità di questa ricerca è innegabile. Kevin B. Lee per farlo isnserisce nel documentario tre collaboratori: l’artista Morehshin Allahyari, la cui ricostruzione stampata in 3D della Medusa distrutta di Hatra diventa un simbolo di restauro e memoria; e le ricercatrici anti-estremismo Anne Speckhard e Nava Zarabian, che offrono metodologie contrastanti per comprendere l’estremismo violento. Attraverso le loro conversazioni, il film si addentra nell’esplorazione di ciò che Allahyari chiama “cura violenta”: il modo in cui documentiamo, preserviamo e raccontiamo la vita ultraterrena delle vittime, sia umana che culturale.

Il punto fondamentale in cui Afterlives riesce davvero è nel rifiutarsi di trattare gli spettatori come una massa tutta uguale. Mostrando il suo volto e il suo corpo, insieme a quelli dei suoi intervistati, esposti a immagini di terrore da lontano, il regista ci fa confrontare con la nostra vulnerabilità incarnata come spettatori. Non siamo solo osservatori passivi ma siamo implicati e complici privilegiati che assistono alla violenza dalla comodità delle nostre case.

 

Tangenti e limiti

Il film affronta anche affascinanti tangenti: come Getty Images ora possieda le uniche copie rimaste di fotografie dell’ISIS cancellate da internet e come le immagini di “militanti islamici” generate dall’intelligenza artificiale si siano evolute nel tempo. Questi momenti sembrano meritare più spazio, ma contribuiscono alla qualità esplorativa del film.

Detto questo, il film non sempre regge alla perfezione. Alcuni capitoli sembrano più pienamente realizzati di altri, e il tema di Medusa, pur essendo simbolicamente ricco, ha forse un peso metaforico eccessivo per un film di 88 minuti. Il film presuppone anche una certa familiarità con il precedente lavoro collaborativo di Kevin B. Lee, Bottled Songs, il che potrebbe dare ai nuovi arrivati ​​la sensazione di essere entrati in una conversazione già cominciata.

Un processo di comprensione

Ma forse è proprio questo lo scopo della pellicola. Non è un film che offre conclusioni chiare o risposte rassicuranti. È un film sul processo di comprensione di qualcosa di fondamentalmente inquietante, sul trovare modi per prendersi cura a distanza, sul disseppellire crimini per comprenderli finalmente. In un panorama mediatico saturo di immagini di violenza, e come riconosce Kevin B. Lee in particolare in questo periodo nella recente documentazione dalla Palestina, Afterlives offre un quadro di riflessione su cosa significhi testimoniare, preservare e ricordare.

Il formato desktop documentary rende il processo intellettuale viscerale ed emotivo piuttosto che meramente accademico. Si avverte il mal di mare delle finestre di MacOS in continua espansione, il leggero mal di testa nel tentativo di tenere insieme più argomenti contemporaneamente. È raro vedere questo tipo di ricerca accademica pura uscire dall’aula seminariale con una poesia formale così inquietante.

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