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‘Inverno’ intervista a Matteo Tortone, Alessandro Carroli e Zelia Zbogar

I creatori di ‘Inverno’ raccontano la nascita del progetto, il suo significato e i primi passi nella produzione.

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Inverno, il nuovo progetto del regista Matteo Tortone, è stato presentato al TFL Meeting Event. Il regista, insieme al produttore Alessandro Carroli e alla co-sceneggiatrice Zelia Zbogar, ci parla dell’idea.

Le origini

Innanzitutto credo sia importante capire da dove parte il progetto. Dove nasce l’idea di questo nuovo film?

La genesi vera e propria del progetto è iniziata diversi anni fa. È nata da una ricerca su un fatto realmente accaduto qui a Torino, l’incendio di un campo rom. Era stato incendiato da una folla intera. Questo mi ha colpito, perché ci ho visto tanti segnali di un momento di snodo della nostra società: racchiudeva elementi ancora attuali. Infatti la cosa impressionante di tutto il percorso di scrittura è che ogni volta che la aggiornavamo, trovavamo nella cronaca europea qualcosa di simile, come se l’avessimo previsto. L’ultima volta è successo quest’estate, in due Paesi diversi nel giro di una settimana: vicino a Londra e vicino a Murcia ci sono stati due episodi di caccia all’immigrato. Sono eventi leggermente diversi rispetto al nostro soggetto, ma che raccontano sostanzialmente la stessa storia, l’insoddisfazione e la rabbia, veicolate contro i più inermi.

Poi ovviamente nel corso delle ricerche e dello sviluppo della storia ci si è sempre più distanziati da un approccio documentaristico. Quello che abbiamo cercato di fare man mano che ci allontanavamo dalla realtà dei fatti è stato di mettere in relazione diversi elementi. Quindi al centro c’è questa catalizzazione della rabbia sull’ultimo capro espiatorio, ma abbiamo cercato di raccontare come si poggi tutto sull’oggettivizzazione del corpo femminile e sulla dimensione di marginalizzazione. La nostra ambizione è quella di dare una visione di un sistema. Perché Inverno è anche una storia che parla di quanto sia prepotente la presenza dell’Ndrangheta sul nostro territorio. La cosa che ci ha veramente interessato è vedere il processo di comprensione dal punto di vista di ragazzini di sedici e diciassette anni, che scoprono non solo la sua presenza e quanto sia pervasivo il suo potere, ma come agisca direttamente sul loro corpo.

Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo continuato a sviluppare il film. Torino Film Lab è l’ultimo dei tanti passi di un percorso che abbiamo fatto in questo periodo. Abbiamo deciso, anche per affrontare lo sviluppo del lungometraggio in una maniera differente e forse più consapevole, di fare un cortometraggio insieme, Domenica sera, che abbiamo girato lo scorso anno e che ha ricevuto il David di Donatello come miglior corto.

Una scrittura complessa

Il processo di scrittura di un film di questo genere è sicuramente stato complesso da sviluppare.

Siamo partiti da un fascino per gli atti giudiziari, ne abbiamo letti tanti. Poi abbiamo scoperto che questa storia si sta ripetendo identica in tutti i Paesi europei: per esempio in Germania, Ungheria e Polonia sono accaduti moltissimi fatti simili. Quindi ci siamo resi conto che era necessario narrare questa storia e che il racconto doveva staccarsi progressivamente da dove era nato, proprio perché è identico in tanti posti. Non è stato facile distaccarsi, soprattutto dal fascino della polifonia che emerge dagli atti giudiziari. Ci sono tante voci, ognuna con un pezzo un po’ distorto di quello che è accaduto, è questo l’aspetto più affascinante. Progressivamente ci siamo invece concentrati a immergerci nello sguardo di questi adolescenti, per capire come agiscono in maniera causale e come la loro quotidianità si avviti in quella che alla fine è una tragedia shakespeariana molto classica.

Due titoli, due letture

I titoli del film assumono due diversi significati. Il titolo internazionale è Borderland, che suggerisce qualcosa di più legato al territorio, a un luogo. In italiano invece è Inverno, che rappresenta non solo una stagione, ma anche una condizione umana.

Come titolo ci piaceva qualcosa di molto aperto. Inverno è una sola parola che, come prima cosa, sposta l’idea della mafia dal sud al nord. Poi ci sembrava che fosse una sintesi dell’inverno della ragione. L’inverno è anche una dimensione di stallo, no? È una stagione in cui le cose restano un po’ immutate, un po’ coperte, i confini cambiano, si perdono. Non c’è movimento.

Invece Borderland, il titolo internazionale, ci interessava perché indica un luogo, ma può rappresentare anche un’età di mezzo o un concetto di legalità, di dentro e fuori. Rappresenta anche il confine fra un prima e un dopo di una presa di coscienza di determinate dinamiche, che nel caso del film è quella dei protagonisti rispetto alla pervasività di questa forza manipolatoria. Per tutti noi in questo Paese c’è stato un momento in cui abbiamo capito che gran parte della storia degli ultimi 40/50 anni non aveva alcuna verità, o diverse verità possibili a livello processuale. Il film suggerisce fantomatiche verità storiche, anche se l’impressione è di vivere un momento da cui mancano quarant’anni di storia. La nostra idea è quindi di non far rimanere questa consapevolezza a un livello puramente teorico, ma di dimostrare quanto poi agisca direttamente sui corpi. Naturalmente questo nel microcosmo di un quartiere.

Primi passi per un’idea di cast

Abbiamo visto che nel cortometraggio Domenica Sera i due protagonisti sono interpretati da attori non professionisti. Avete scelto di muovervi sulla stessa linea anche per il lungometraggio, scegliendo gli stessi attori, oppure avete optato per un approccio più professionale?

Sì, vogliamo avere attori professionisti, anche se, per esempio, Tommaso Gaglianone, il protagonista del corto, interpreterà un ruolo nel lungometraggio. Ma in sé il cast, in base alle riflessioni che stiamo facendo ora con il nostro casting director italiano e con la casting director francese con cui stiamo lavorando, manterrà una natura studio. Vogliamo quindi costruire il cast principale con professionisti, e in quel senso abbiamo già delle idee molto consolidate. Invece, per il racconto della realtà del campo rom, vogliamo lavorare all’interno del tessuto, in una vera e propria comunità. In questo senso stiamo già da tempo stringendo relazioni, dalle quali speriamo emergano quelli che saranno i nostri attori, i protagonisti di questa parte di storia.

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