Al concorso internazionale del FilmMakerFest 2025 figurano lavori coraggiosi, opere grezze ma sincere, figlie di un cinema indipendente e autentico come un artigianato. Tra questi film puri c’è anche quello del canadese Denis Coté, Paul, che è un documentario autentico, dallo sguardo ruvido e brullo, se non addirittura (cyber)punk.
Racconta la storia vera di Paul aka CleaningSimpPaul, un 34enne sovrappeso affetto da ansia sociale, che vede nella sua rassegna Instagram “Cleaning to save my life” l’ultimo spiraglio di salvezza. E si sottopone a tutto, Paul, pur di raggiungere l’obiettivo, anche alle svariate pratiche BDSM delle donne sconosciute di cui pulisce i grigi appartamenti. Il virtuale è salvifico, nel film di Coté che ragiona sugli scarti tra immagine e immaginario lungo le estetiche web, ma soprattutto guarda con discrezione a un uomo solo, senza spirito paternale ma con, solo, tanta curiosità e desiderio di fare un cinema libero.
Abbiamo avuto la possibilità di parlare dei temi affrontati in Paul con il regista stesso. Dalla condizione psicofisica del protagonista alla redenzione virtuale e social(e). Di seguito l’intervista a Denis Coté.
Paul è un documentario sulla doppia natura di un ragazzo in sovrappeso, che decide di esporsi online per risolvere i suoi problemi fisici e personali. Cosa ti ha ispirato a fare questo film in cui mi sembra che la questione dello sguardo sia centrale?
Vedevo una donna che a volte alludeva a Paul, una persona che poteva offrirgli un trasporto in qualsiasi momento.Parlava di lui come di un servo, come di uno che non ha valore. Ero incuriosito.Volevo fare un piccolo film senza budget, intimo.Paul è venuto a casa mia per raccontarmi la sua vita: era piuttosto affascinante. Ero davanti a qualcuno che voleva nascondersi e credeva di non avere alcun valore ma allo stesso tempo voleva esporsi sui social network e servire donne sconosciute.Ci siamo fidati l’uno dell’altro per portare avanti il progetto.
Si può dire che Paul è un film sulla memoria: il protagonista ha 34 anni ma ha sofferto per 10 anni di depressione anche se non ha ricordi di questo. Poi lo vediamo aprire un account social, ma come “diario personale” piuttosto che per ottenere nuovi follower. Qual era la tua idea a proposito di questo? Secondo te, quale ruolo gioca la memoria nell’era delle immagini istantanee dei social media?
Lo spazio sicuro di Paul è nel virtuale. Ma è anche lo spazio sicuro di tutta la generazione più giovane, secondo me. Si può controllare ciò che si mostra di sé e dare l’impressione di avere un rapporto al mondo e con il mondo. Si può dire che è il loro modo di costruirsi una memoria personale e collettiva. Quando ho iniziato il progetto, pensavo di fare un film su un uomo solitario, ansioso, che vive un vizio di sottomissione con delle donne dominanti. Poi, l’intero aspetto delle rete e del nostro rapporto con l’immagine si è sviluppato in corso d’opera.
Paul stesso, poi, è anche il regista dei suoi reel Instagram, vale a dire che è in scena e interpreta una realtà più ottimista di quella vera e, tuttavia, è credibile per ottenere il sostegno dei follower. Tra le dirette e video verticali, pensi che la visualità dei social media sia contaminata dal cinema oppure è il cinema che rischia di assomigliare sempre più a un grande social media?
Tu hai ragione. Paul mi ha detto che all’inizio credeva di essere un creator a modo suo con i suoi reel. Non mi ha detto che si sentiva un ‘cineasta’ ma credo che molti giovani su YT e IG pensino di esserlo e quelle sono le uniche immagini che consumano. Paul ha avuto molto rispetto per il nostro lavoro quando lo abbiamo invitato nelle sale di montaggio, sound mix e color. Ha detto che il vero cinema lo colpiva: che sapevamo ‘prenderci il tempo di osservare’. Mi ha colpito e impressionato il fatto che dicesse questo. Credo che il cinema sia a volte contaminato dall’estetica delle reti, ma il cinema sa anche resistere. Proprio come i giovani sanno leggere le immagini ”cinematografiche” quando sono in loro presenza. Bisogna solo assicurarsi che a volte vedano film veri. Questo è più difficile oggi.
Il tuo film mi sembra molto anti-televisivo, perché siamo abituati a vedere programmi in cui le persone in sovrappeso affrontano la sfida di perdere peso con diete ferree fino al successo e al lieto fine. Qui non è così, al contrario, Paul si ritrova nel ruolo di schiavo per piacere agli altri, seguaci e amanti. Qual è stata la tua idea nel costruire questo film e com’è stato girare nelle case di tutte le donne per cui Paul faceva le pulizie?
Il film è pensato come il cinema documentario che amo: il doc di osservazione senza psicologizzazione né interventi da parte mia. Anche senza interviste. Lasciamo la quotidianità del soggetto allo spettatore e poi spetta a lui dare un giudizio o meno. Io detesto il cinema interventista con facili rifugi psicologici. Ho incontrato le donne una a una, ho visto i loro appartamenti, gli ho chiesto di parlarmi del loro rapporto con Paul. Ho scelto una data con ognuna per visitare la casa il giorno in cui Paul avrebbe fatto le pulizie e ho pregato tutti gli operatori di non forzare nulla per la camera.
Poi in parallelo, ho immaginato alcuni piccoli momenti di finzione per dinamizzare la struttura: lo scambio virtuale con Anna (un’amica mia), il momento con la ballerina burlesque, la finale in montagna.Il film rispetta la verità di Paul ma si permette qualche trucco, a volte. Lui è molto contento del risultato, che racconta sette mesi della sua vita. Ha avuto una vita prima e l’avrà anche dopo, ma un film come questo è il ritratto di un dato periodo di tempo. E, per me, va bene così.