FilmMaker Festival
‘Little Boy’: un’opera che unisce semplicità, efficacia ed urgenza
James Benning firma un’opera che si rivela come un atto di protesta magistralmente realizzato: minimale, profondo e quantomai necessario.
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2 settimane agoon
Little Boy è l’ultima fatica di James Benning, attivissimo regista indipendente che vanta oltre quarant’anni di carriera, con all’attivo più di venticinque lungometraggi. L’opera, vincitrice del premio Silvestre per il miglior film all’ IndieLisboa Film Festival, e del Gran Prix al Cinema du Réel di Parigi, è stata presentata alla Berlinale 2025 nella sezione Forum, ed è attualmente in concorso al Filmmaker Festival di Milano, nella sezione “Concorso internazionale”. È stata proiettata il 17 Novembre 2025, alle ore 21:15.
Il montaggio di Little Boy
L’inizio
James Benning si avvale di un montaggio estremamente lineare e discorsivo, in cui ogni taglio viene utilizzato come fosse la punteggiatura di una frase. Prima del racconto vero e proprio, ci viene mostrato un modellino che ritrae lo scheletro di un dinosauro, mentre una piccola scritta ci fornisce una coordinata cronologica: ottantuno milioni di anni fa. Poi, una dissolvenza, come a suggerire la fine di un paragrafo, o lo spazio bianco alla fine di un capitolo, chiude quel preludio vagamente kubrickiano all’indagine storica che ha luogo in Little Boy, e lascia il posto al periodare visuale che caratterizzerà l’interezza dell’opera.
Il corpo centrale
L’inquadratura mostra delle mani intente ad assemblare e dipingere dei modellini; uno per ogni finestra cronologica su cui si concentra l’attenzione del regista, coprendo una finestra temporale che va dal 1961 al 2016. Attraverso un taglio brusco, passiamo direttamente alla versione completa di ciascuno di questi, che farà da sfondo alla registrazione di un discorso coevo alla finestra cronologica in cui ci troviamo. Il taglio in questione è di natura ellittica, e grammaticalmente richiama un jump cut, una risorsa del montaggio che fra due stati elimina la distanza temporale tra di essi; poi, alla fine del monologo, abbiamo una cesura più forte, che abbandona l’immagine e ci porta ad uno schermo nero, costituendosi come un vero e proprio punto fermo all’interno del discorso. Durante questa pausa, appare in sovrimpressione una didascalia che introduce l’anno successivo, a cui segue l’assemblaggio di un nuovo modellino.
Il regista ripercorre ogni anno su cui si sofferma sfruttando questa medesima punteggiatura visiva, che scandisce l’opera con regolarità. Durante l’assemblaggio di ogni modellino, il regista mette in sottofondo una canzone, ed ogni scelta sonora si rivela accurata.
L’uso del sonoro in Little Boy
Dunque anche il sonoro è tra i punti di forza dell’opera. Il regista rispetta la scelta compiuta già nel preludio iniziale, in cui il sonoro ricostruiva l’atmosfera di una natura incontaminata dilatando il tempo del racconto. All’inizio di ogni capitolo dell’opera, che coincide con l’anno su cui il regista si sofferma, ci immergiamo nel sound caratteristico dell’epoca, ma la distensione del ritmo qui si fa strategica, e valorizza l’intento simbolico dietro la scelta di ogni brano, che si esplicita nella giustapposizione con il monologo che segue.
L’uso del sonoro in Little Boy: qualche esempio
Questo procedimento getta luce su molte tematiche affrontate in Little Boy, dove, ad esempio, It’s Late’ di Ricky Nelson apre un discorso sull’imminente crescita dell’industria bellica americana degli anni ’60, sottolineando come questa corsa all’industrializzazione porti in realtà più pericoli che promesse; o ancora, poco prima del discorso del governatore George Wallace, noto sostenitore del segregazionismo, sentiamo ‘Soldier Boy’ delle Shirelles, una canzone di amore usata satiricamente in un contesto in cui prevalgono l’odio e la divisione, più che l’amore.
Spesso, le canzoni amplificano il tema che emerge dal discorso successivo, ma sono proprio il capovolgimento e il contrasto gli strumenti con cui James Benning intende scoprire la verità.
Little Boy: la verità nel contrasto
In sovrimpressione al modellino di una struttura di servizio per scopi di manutenzione, assistiamo all’accorato discorso tenuto nel 1992 a Rio de Janeiro da Severn Cullis Suzuki, durante la conferenza sull’ambiente e lo sviluppo delle Nazioni Unite. Severn Cullis Suzuki, portavoce nonché fondatrice dell’organizzazione ECO (Environmental Children’s Organization), oltre a fornire un importante spunto di riflessione sulle problematiche legate all’inquinamento, alla povertà, alla distribuzione iniqua dei beni e all’eccessivo finanziamento dell’industria bellica, è in grado di racchiudere il nucleo tematico dell’intera opera all’interno di poche frasi estremamente semplici, ma anche estremamente potenti:
“My dad always says: you are what you do, not what you say. Well, what you do makes me cry at night. […] Please, make your actions reflect your words. Thank you”
Ed è proprio nella differenza fra la realtà per come appare e per come è che James Benning sviluppa la costruzione formale e tematica di Little Boy. Tutti i discorsi che ascoltiamo nell’opera, il regista li posiziona in modo tale da farci avere due diversi punti di vista che sono l’uno il rovescio della medaglia dell’altro.
Da un lato abbiamo le parole degli appartenenti alla classe dirigente americana, che fanno promesse, si giustificano, e si appellano ai valori della nazione per legittimare il proprio operato; dall’altro abbiamo portavoce di gruppi etnici discriminati, attivisti, individui che vivono in prima persona il mondo su cui i politici dominano, ed ecco che come il loro sguardo viene portato alla luce notiamo che quel progresso di cui i politici si riempiono la bocca c’è, ma non è per tutti.
Quel futuro radioso di cui i politici parlano è meno radioso di quanto si possa pensare, in un mondo sempre più dilaniato dalle guerre ed in cui l’informazione viene sistematicamente distorta, ed in cui chi potrebbe fare qualcosa non sembra essere interessato a modificare lo status quo, lasciando che la società si avvicini verso un baratro da cui non è possibile far ritorno.
Little Boy: un finale d’effetto
Questa è la direzione in cui James Benning ci porta nel finale del suo Little Boy. L’instabilità del mondo contemporaneo potrebbe portare a conseguenze devastanti, e il regista lascia che l’urgenza di questo nervo scoperto dei nostri tempi irrompa delicatamente nella sua così attenta costruzione formale.
Dopo il corrispettivo discorso dell’anno 2016, segue la cesura, l’interpunzione forte a cui siamo abituati, ma davanti ai nostri occhi non c’è nessuna data. Appare all’improvviso il modellino di una bomba. L’ordigno in questione è – non a caso – la Little Boy, la bomba che nel 1945 venne lanciata su Hiroshima, come anche ci è possibile intuire dal monologo del presidente Truman, durante il quale appare in sovrimpressione l’anno soprammenzionato, anziché sull’iniziale sfondo nero. Questo lieve caos allude forse al potere distruttivo dell’ordigno in questione, che si inserisce con violenza nel racconto, alternandone i tempi e rompendo il patto visivo fra regista e spettatore.
Il parallelismo
L’ordigno appare già assemblato, proprio come il dinosauro del preludio. I suoni sono per la maggior parte d’atmosfera, nonostante la presenza del discorso del presidente Truman, il che rimanda alla stessa soluzione sonora già usata nel segmento che fa da preludio all’intera narrazione. L’evento che il regista mostra in quest’ultima parte del lungometraggio è fra i più bui della storia dell’umanità, ed il fatto che si trovi alla fine, riprendendo specularmente nella messa in scena “l’inizio” della storia del mondo, al culmine, tra l’altro, di un percorso temporale sempre più vicino ai giorni nostri, non lascia dubbi sull’interpretazione di questa scelta: James Benning ci sta mettendo in guardia, perché l’uomo non sembra aver imparato niente dagli errori del proprio passato, e quella che è una pagina oscura della nostra storia è prima o poi destinata a ripetersi.
I modellini in Little Boy: un’interpretazione
L’intero lungometraggio è composto per la maggior parte da inquadrature che mostrano dei modellini, riproduzioni in scala di stabilimenti industriali, o parti di questi, di aree di servizio, e nel finale, di un vecchio treno. Alla luce del tema dell’opera, anche questa soluzione può essere inserita nella medesima chiave di lettura.
Il modellino è un qualcosa che rimanda ad un oggetto del mondo reale, copiandone l’estetica, le forme e le dimensioni in scala, ma è sostanzialmente diverso dall’oggetto di cui è copia, e non arriva ad essere mai niente di più che un’imitazione del mondo fisico. La politica ed i media, costruiscono delle rappresentazioni di realtà che spesso si rivelano sterili, ma non per questo sono meno efficaci, perché la propaganda ha il principale obiettivo di sembrare credibile, proprio come la riduzione in scala di un modellino, ma il fatto che la realtà costruita ad hoc dai politici e dai media sia retoricamente efficace su un piano superficiale, proprio come un modellino, pur essendo effettivamente falsa o distorta rispetto alla realtà autentica, ai fini ontologici di quest’ultima non costituisce un problema, se non quando è ormai troppo tardi.
Conclusioni
Little Boy è nel complesso un’ottima opera, che nel suo piccolo contribuisce a rendere il Filmmaker Festival un’ esperienza memorabile in cui scoprire talenti e punti di vista unici.